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Petrungaro, Stefano: Sul confine, sempre (2010) PDF Ispis E-mail
Autor Neven   
21. siječanj 2011.


Sono stato invitato a parlare di un libro. Lo farò nel contesto di una manifestazione – bellissima, e ringrazio subito per avermi invitato – che ricorda un grande autore di libri, nei quali si parla, tra il resto, di confini e lotte per immaginarli, stabilirli, spostarli e confermarli.
Anche il libro di cui vi parlerò affronta quei temi, o meglio, a essere precisi, quel libro parla di altri libri, che affrontano quei temi. Conviene che sia più chiaro: mi è capitato di scrivere uno studio sui manuali scolastici di storia in uso in Croazia nel Novecento. E se ho voluto iniziare il mio intervento con un po’ di confusione, è perché la confusione a volte è sana. In questo caso, di certo corrisponde al tema affrontato da quei libri: nei manuali scolastici, come in altri discorsi pubblici, si cerca di organizzare la confusione, di offrire cioè un’immagine chiara e definita della propria nazione e del suo passato - ma questo è impossibile.
È impossibile perché nessuna identità ha i confini netti, definitivi e impermeabili. Tutti i confini, anche quelli identitari, sono porosi, respirano. Sono mobili e indefiniti di natura, figuriamoci quando ci si mette l’uomo a spostarli anche ufficialmente. Le identità, quindi, sia quelle individuali che quelle collettive e tanto più quelle nazionali, sono costruzioni mutevoli, cambiano nel tempo e nello spazio. Per questo c’è bisogno di rinforzarle continuamente, di ribadirle quotidianamente, per farle stare insieme, mettergli degli argini ed evitare che straripino.
Nel mio studio ho investigato proprio una forma di quegli argini. I manuali scolastici, quelli di storia come pure quelli di letteratura e geografia, sono sempre stati pensati nell’Europa contemporanea come un utile strumento per costruire e diffondere nella popolazione un sentimento d’appartenenza collettiva. I manuali scolastici di storia possono quindi essere studiati come riflesso delle politiche ufficiali della memoria. Soprattutto dalla fine dell’Ottocento, quando l’istruzione elementare ha iniziato a riguardare fasce più ampie della popolazione, compito preciso della scuola non era solo quello di fornire agli alunni un’istruzione, bensì di provvedere alla loro educazione nazionale. Gli storici venivano incaricati di questa funzione, possiamo dire che vennero loro assegnati dei “compiti di scuola”: pertanto, il compito della storia e degli storici era quello di pensare degli adeguati “compiti di storia” per gli alunni. Si trattava cioè di formare dei giovani in chiave nazionale, educare dei cittadini e fare di loro degli appartenenti alla nazione.
È questo il senso profondo della sfera dell’educazione così com’è riassunta nel termine tedesco Bildung, che porta in sé la parola Bild, che vuol dire “immagine”, “quadro”: l’insegnamento della storia doveva trasmettere un’intera immagine del proprio passato.
L’autore del manuale quindi disegna un quadro. Cerca di fissare sulla tela quel movimento di cui si diceva prima. Fornisce un affresco della storia nazionale che sia il più coerente possibile. È un grande racconto che si svolge attraverso diverse tappe, che sono tutte legate da un filo rosso. Se l’alunno, invece di guardare fuori dalla finestra o pensare ai fatti propri, ascolta il maestro e legge il manuale, verrà accompagnato per mano attraverso i secoli, scoprendo uno splendido percorso, pieno di personaggi, luoghi e eventi, che convergono verso un punto: il presente. Questo è un problema tipico delle storiografie nazionali: il loro carattere teleologico, ciò significa che tendono verso una fine, un fine, un obiettivo conclusivo, che è la fondazione dello Stato nazionale. In quest’ottica, il passato che precede quel solenne momento storico, non è altro che la fase preparatoria per quell’epilogo.
Ora, detto questo, sarà più chiaro perché ho scelto di analizzare i manuali di storia pubblicati non solo negli anni di una esperienza statale, ma lungo tutto un secolo. Ho iniziato con quelli della monarchia SHS, sono passato attraverso quelli della NDH, poi della FNRJ, fino a quelli attuali. Beh, come sapete, si tratta di Stati piuttosto diversi. Eppure, ogni volta venivano presentati come l’epilogo “naturale” della storia che li aveva preceduti. Significa che quella storia andava, ogni volta, riscritta.
E come si fa a riscrivere la storia a proprio favore? Al contrario di quel che si pensa in genere, non è necessario mentire. Questo può succedere, ma non è tanto sulla base della menzogna che si scrivono le storie nazionali, quanto sugli accenti. Si sottolinea un aspetto, se ne trascura un altro. Ancora meglio: lo si tace. Le storie nazionali si reggono sui silenzi. Il non-detto è l’aspetto più problematico di ogni narrazione storiografica.
Nei manuali scolastici, lo spazio era occupato da parole e pensieri che erano attentamente selezionati. La “selezione” del materiale storico è quindi cruciale. Si sceglie attentamente cosa dire e cosa tacere: quel che è utile alla narrazione nazionale è messo al centro ed è enfatizzato, mentre quello che contrasta con gli interessi nazionali viene minimizzato.
Perché è importante studiare questi fenomeni? In fondo, lo sappiamo che il manuale di storia non è proprio la lettura preferita dagli studenti… Che influenza hanno i manuali scolastici?
A questo riguardo, due precisazioni: la prima è che il manuale va inserito nel suo contesto. Non agisce da solo, bensì insieme a numerose altri cosiddetti “discorsi”  pubblici e privati sul passato. In questo senso, il manuale non è che un piccolo tassello di un mosaico ben più vasto. Offre solo un “contributo” per la formazione della coscienza storica e politica di un individuo, il quale è poi soggetto a numerosi altri influssi.
Tuttavia, il manuale scolastico di storia e più in generale l’insegnamento scolastico della storia sono importanti non tanto per le informazioni dettagliate che trasmettono, perché spesso quei dati vengono presto dimenticati. L’esperienza scolastica è ben più rilevante perché getta le fondamenta dell’approccio che il singolo avrà nei confronti del passato. “Approccio” è il termine-chiave. Il “modo” attraverso il quale io, noi, guardiamo al passato. Sono quegli schemi mentali profondi che rimangono, anche quando si dimenticano date e nomi. A rimane invece è un modo di intendere la memoria e di servirsene, soprattutto se, e in genere questo è il caso, è in sintonia con le altre modalità di rapportarsi al passato che sono egemoniche in una data società. Stiamo parlando della cosiddetta “cultura della memoria” che ogni società sviluppa e trasmette alle nuove generazioni.
Ecco perché è utile studiare i manuali, studiare come si studia (nel mio caso: la storia). Perché il manuale scolastico è tenuto in mano da tutti, spesso è l’unico libro di storia che si legga, e per questo ha un carattere di frontiera: è un po’ un libro scientifico, e un po’ un’opera di divulgazione storica. E poiché non è scritto liberamente, ma deve tenere conto di programmi e piani didattici elaborati dagli organi governativi, attraverso i manuali si può toccare con mano uno dei cosiddetti “discorsi pubblici sulla storia” diffusi nella società.
Allora, a che conclusioni sono arrivato? Dopo aver tenuto in mano tanti manuali di epoche diverse, dopo aver assistito alla continua riformulazione della storia nazionale croata, che cosa ho da dire?
Potrei dire che ho notato che quando cambiava l’atmosfera politica, e soprattutto quando cambiava il contesto statale, cambiava anche la storia: ma questo lo sanno già tutti e non è così interessante. Più soprendente può essere il contrario: che i manuali si assomigliavano molto fra di loro. Sono infatti numerosi i punti di contatto tra manuali di stagioni politiche molto differenti tra loro. Ci sono degli elementi che trasversalmente attraversano due o tre grandi stagioni storiche croate, o persino tutto il Novecento fino ai giorni nostri. Sono aspetti strutturali, che quindi possono essere riempiti di un contenuto diverso, pur lasciando intatto il modo di pensare – quell’approccio di cui parlavo prima.
Vi faccio qualche esempio. Il primo a venire in mente, è l’idea di nazione. Sempre mitica, sempre fuori dal tempo: la comunità nazionale, che si tratti di quella croata nella versione ustaša o di quella croata nella versione jugoslava etc., è sempre rintracciata nel passato più lontano. Similmente sono pensati anche gli altri gruppi nazionali. In maniera lineare e compatta attraverserebbero i secoli, arrivando intatti fino a noi. Trovandomi qui, ad una sessione del Forum Tomizza, non c’è bisogno di spiegare quanto di irrealistico c’è in tutto questo, di come sia una visione che ignora la realtà, fatta di attraversamenti di confini, di compromessi culturali, di condivisione, di mutamenti storici.
Ci sono altre idee che in maniera astorica viaggiano attraverso il tempo, ad esempio quella della sofferenza collettiva, che si associa a quella della nazione-vittima. In ogni epoca e in ogni luogo, c’è sempre il modo di far incarnare quest’idea, così da costruire un lungo martirio collettivo, un calvario che si sarebbe concluso solo con l’acquisizione dell’indipendenza statale.
Ci sono poi altri aspetti che attraversano l’intero lungo Novecento, come ad esempio l’inclinazione a servirsi della storia e della storiografia come fonte di legittimazione politica. La storia giustificherebbe così ogni azione e decisione politica. Scompaiono le responsabilità dei singoli, scompare la natura politica e le precise ideologie che hanno animato un’esperienza statale o un periodo, e piuttosto compare una presunta dittatura della storia, un fiume che inevitabilmente ci trascinerebbe verso la sua foce.
Ad ascoltare certi autori, quindi, la storia sembrerebbe condannarci. È una forma “romantica” di fatalismo storico. E a proposito di condanne, questo è un altro elemento che caratterizza la storiografia manualistica del Novecento e che si può riassumere nell’espressione “il tribunale della storia”. Vale a dire un atteggiamento che non è finalizzato allo studio della storia, cioè ad imparare ciò che è successo nel passato e ad imparare da ciò che è successo nel passato; piuttosto, un atteggiamento che si serve della storia per pronunciare giudizi politici, che quindi chiama la storia a giudizio ed emette sentenze, di assoluzione o di condanna. Si utilizza spesso un linguaggio giuridico e una prassi tipica del procedimento penale. Questo è molto vicino a quello che in genere si intende con “abuso della storia” -- e molto lontano da quello che dovrebbe essere l’insegnamento della storia a scuola.
Ma possiamo essere ottimisti. Fortunatamente, posso concludere questo mio intervento con una nota positiva, molto importante. E cioè che negli ultimi dieci anni le cose sono cambiate considerevolmente, e in meglio. Gli ultimi manuali interrompono nettamente alcuni trend novecenteschi. È stato fatto un grande lavoro da parte di alcune équipes di studiosi che hanno voluto auto-analizzare i propri manuali e migliorarli il più possibile. Sì perché l’intero mio lavoro può dare un’impressione molto sbagliata e cioè che non si possa scrivere una buona storiografia, che la storiografia sia sempre al servizio della politica. Non è assolutamente così. Gli storici e i loro lavori sono ovviamente condizionati dal contesto sociale cui appartengono, ma questo non c’entra con la possibilità di scrivere un buon libro di storia e quindi un buon manuale. Si può eccome!
Ma l’autore di un manuale, lo abbiamo già ricordato, non è libero di scrivere quel che vuole. Deve fare i conti con le disposizioni che provengono dall’alto, e qui in Croazia, come in numerosi altri Paesi ma non ovunque, deve anche ottenere l’approvazione da parte di una commissione governativa. Non si può quindi chiedere agli autori di manuali l’impossibile, quel che non possono dare. Certe richieste dobbiamo invece rivolgerle al ceto politico, che sul contenuto di quei libri parzialmente decide. È al ceto politico che dobbiamo anzitutto rivolgerci, se vogliamo migliorare le nostre scuole.
E nel frattempo, cosa possiamo fare? Cosa dire ai nostri figli, quando si mettono la cartella in spalla e escono per andare a scuola?
Sarò un po’ ruffiano, ma vorrei chiedere aiuto a Fulvio Tomizza. Nel romanzo La miglior vita descrive con maestria come la decisione di costruire una scuola, anzi due scuole, una italiana e una croata, in un paesino dell’entroterra istriano (Radovani), abbia portato la discordia. O meglio, una sua nuova versione: la discordia nazionale. L’inaugurazione dei due edifici, costruiti parallelamente, avvenne lo stesso giorno: due feste nella stessa serata. La festa finì dandosele di santa ragione, inseguendosi per i campi e prendendosi a sassate. Scrive Tomizza: «Entro di sé ognuno accusava l’altro di tradimento e nel contempo sfogava il rancore per essersi dovuto associare a un’istituzione che veniva da fuori.» L’arrivo in paese della scuola, quello che doveva essere un evento della massima importanza per il miglioramento della vita collettiva, aveva portato con sé qualcos’altro. Quello che mi colpisce nella lettura di Tomizza è quell’accento sul “doversi associare”. Gli abitanti del paese si erano sentiti obbligati ad associarsi a una delle due parti.
La lezione che ne possiamo trarre è proprio questa: bisogna avere la forza di andare a scuola, senza per questo dover concepire i gruppi come separati e contrapposti. “Rancorosi” e “traditori”, come nel romanzo. Ecco cosa potremmo suggerire al bambino che esce di casa al mattino: «Non prendere troppo sul serio le differenze tra “noi” e “loro”. Se ti capiterà di leggere qualcosa del genere, diventa sospettoso. Guardati attorno e vedi se corrisponde proprio alla realtà.»
Insomma, occorre difendersi, occorre difendere orgogliosamente la propria capacità di porsi criticamente nei confronti dei discorsi che sentiamo. Ad alcuni di loro, soprattutto a quelli che vorrebbero illustrarci l’esistenza di problematiche differenze e storici contrasti,  meglio non dare troppo ascolto.
Anche se più difficile, è molto più divertente, intelligente e coraggioso abitare il confine, stare nel mezzo, riconoscere che noi continuamente attraversiamo i confini, e che loro attraversano noi.

Forum Tomizza, Umago, 28.05.2010