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Sturman, Primož: Ha parteggiato per noi – Fulvio Tomizza e gli sloveni in Italia (2010) PDF Ispis E-mail
Autor Neven   
21. siječanj 2011.

Vorrei dapprima rivolgere un caloroso saluto agli organizzatori e naturalmente esprimere un ringraziamento per l'invito a partecipare all'undicesima edizione degli Incontri di Frontiera – Forum Tomizza. Non mi aspettavo davvero che un giorno avrei avuto la possibilità di parlare ad un convegno così importante e di così grande risonanza. L'idea di questo contributo mi è in realtà nata quando lo scorso inverno, in occasione di una mia traduzione di alcuni passi del libro di Fulvio Tomizza Le mie estati letterarie, Milan Rakovac mi aveva invitato a svolgere una riflessione sul tema che si concretizza nel titolo: Fulvio Tomizza e gli sloveni in Italia. Tra i materiali che ho consultato durante le mie ricerche ho trovato una nutrita serie di dati non soltanto su Tomizza e gli slvoeni in Italia ma anche sulla sua idea di confine e del ruolo delle minoranze e in generale delle comunità nazionali.

Per cominciare vorrei proporvi alcuni ricordi personali di Tomizza. La prima volta che ne sentii parlare fu quando avevo circa sei anni.  A casa nostra si respirava un clima assai particolare: era appena uscito il suo romanzo Gli sposi di via Rossetti. Per quegli anni era infatti una vera rarità; le passioni politiche e nazionali erano allora a Trieste ancora piuttosto accese e capitava spesso che per le strade della città gli studenti sloveni fossero presi di mira o che sugli autobus venissero insultati con i ben noti epiteti che non è il caso di ripetere in questa sede. Questo straordinario scrittore italiano invee già allora fu capace di un tale approfondimento del mondo sloveno da poterlo descrivere dall'interno.

Mi sono poi successivamente imbattuto in Tomizza quando uscì Franziska, ero allora studente al liceo. Solo tre anni più tardi la malattia avrebbe fermato per sempre il nobile cuore dello scrittore. Stavo, all'epoca, studiando per l'esame di maturità e alla notizia della sua morte fui pervaso da una grande sensazione di tristezza. Mi chiesi perchè la falce della morte avessea tranciato proprio lo stelo della sua vita – Tomizza avrebbe potuto infatti dare ancora molto.
L'incontro successivo fu nella sua ultima dimora, al cimitero di Materada, dove sempre sosto volentieri quando mi trovo a passarvi vicino.

Le biblioteche slovene, al di qua e al di là del confine, conservano una grande mole di materiale su Fulvio Tomizza. Un vero evento mediatico fu la publicazione del già citato romanzo su Stanko Vuk e Danica Tomazič. Tomizza si era in realtà accostato al mondo sloveno già prima, quando aveva scritto La ragazza di Petrovia. Come lui stesso annota nei suoi ricordi, che ho io stesso tradotto in sloveno, all'epoca del romanzo aveva preso in affitto una stanzetta a Gropada, non lontano da Padriciano, dove si trovava il campo profughi degli istriani. Un pensiero che Tomizza stesso riprese in un'intervista rilasciata nel 1992 per il quotidiano cattolico Slovenec a Dusan Jelinčič, giornalista e scrittore sloveno di Trieste. Oltre a moltissime interessanti notazioni raccontò anche di aver placato la nostalgia per la sua Istria perduta anche perchè nei primi anni dopo l'esodo si era avvicinato ai contadini sloveni del Carso triestino.

Ma vorrei ora tornare all'eco che Gli sposi di via Rossetti produsse tra il pubblico sloveno in Italia.
Nell'inverno del 1986 il quotidiano Primorski dnevnik gli dedicò ben due servizi, dapprima un breve annuncio precedente l'uscita del romanzo, poi una lunga intervista realizzata da Miran Košuta nella casa di Tomizza a Momichia, vicino a Giurizzani. Nell'annuncio, il giornalista aveva sottolineato soprattutto il desiderio che, grazie al romanzo di Fulvio Tomizza,  anche i lettori italiani cominciassero a comprendere le radici storiche degli sloveni a Trieste, le ragioni della loro lotta per la liberazione e delle loro richieste relative ai diritti linguistici e nazionali che si manifestavano in quel periodo. Nell'intervista con Košuta, Tomizza afferma che il libro è purtroppo già diventato una merce commerciale (pensiero quanto mai attuale, oggi), ma che ciononostante proprio attraverso il libro era riuscito ad esprimere ciò che desiderava. Al destino della giovane coppia triestina lo scrittore si era avvicinato leggendo le loro lettere, che aveva riordinato e preparato per la pubblicazione realizzata dall'Editoriale Stampa Triestina (Založništvo tržaškega tiska, ZTT-EST). Tomizza definì la realtà slovena di Trieste come straordinariamente dinamica, 'nobilitata da una dimensione europea'. Gli sloveni in Italia offrono un vero miele culturale ai propri connazionali oltre confine, i quali dovrebbero abbeverarsene. Oggi, difronte alla totale apertura culturale e alla caduta di ogni costrizione ideologica di regime, l'affermazione è molto meno attuale, ma la situazione di quei tempi resta incancellabile nelle parole dello scrittore.
Anche il giornalista Drago Legiša ha scritto sul romanzo Gli sposi di via Rossetti sul periodico Novi list, che usciva regolarmente a Trieste fino al 1995. Dall'anno successivo si fuse infatti al Katoliški glas dando vita ad un nuovo settimanale intitolato Novi glas. Legiša si ricollega alle dichiarazioni dell'autore durante la presentazione del romanzo, alla quale parteciparono oltre quattrocento persone. Tomizza paragonava Stanko Vuk, per la sua natura intellettuale, a Gianni Stuparich e a Scipio Slataper, e faceva poi riferimento al libro di Quarantotti Gambini Primavera a Trieste in cui l'autore, a metà Novecento, letteralmente si sdegna con gli sloveni di Trieste, sostenendo che la loro presenza in città era praticamente artificiale. Gli sposi di via Rossetti erano quindi una sorta di risposta che Tomizza dava a Gambini: leggendo infatti le poesie, le prose e i testi di Stanko Vuk lo scrittore 'era semplicemente rimasto attonito difronte ad un mondo di tale levatura intellettuale del tutto inaspettato'. Tomizza continua ritenendo le problematiche di una minoranza nazionale questione di dimensione europea. Al lettore triestino egli riconosce apertura e qualità, ma alla fine dell'intervista afferma che uno sloveno comprende il romanzo soprattutto come un atto di giustizia, cosa che naturalmente è ancor oggi valida. 
Il romanzo di Danica Tomazič e Stako Vuk ebbe risonanza anche sulla rivista triestina Mladika. Stelio Spadaro, che prima della caduta del muro di Berlino a lungo aveva militato nelle file del comunismo italiano, e che oggi compare raramente con le proprie posizioni davanti al pubblico triestino, nel suo intervento aveva dichiarato il libro 'normale', ma al contempo non credeva in una sua lettura politica e in conclusione suggeriva a Tomizza di occuparsi della tragedia collettiva delle nostre terre.
La poetessa Ljubka Šorli, originaria del tolminese e di cui ricorre quest'anno il centesimo anniversario della nascita, all'inizio del suo intervento ricorda soprattutto le sofferenze degli sloveni del litorale all'epoca del fascismo, a partire dai fatti di Basovizza del 1930. E' naturalmente grata a Tomizza per essersi avvicinato agli sloveni da amico, ma è contrariata dalla nota fortemente intima delle lettere di Vuk, che Tomizza ha messo a nudo in pubblico, sebbene indirettamente. “Non sono lettere scritte per un/il? pubblico”, conclude la Šorli, rivelando così il suo profondo radicamento nell'etica cristiana. Il critico letterario Josip Tavčar afferma che gli sloveni hanno dovuto aspettare che sia qualcun altro a svelare una storia del loro passato, incapaci di farlo da soli. Tavčar tuttavia non ritiene Tomizza un estraneo, anzi è qualcuno che con gli sloveni ha in parte condiviso il destino, e alla fine con le proprie opere ne mette a conoscenza i lettori italiani. La misura dell'etnocentrismo degli sloveni triestini, in quegli anni indispensabile, emerge anche dalle parole del poeta Miroslav Košuta, amareggiato soprattutto dal fatto che un simile libro non sia uscito da una penna slovena. Košuta però si dichiara molto soddisfatto per la pubblicazione del romanzo. Tomizza ha saputo infatti affrontare il mito sloveno senza pregiudizi, in modo autonomo e con rispetto. Stanko Vuk e Pinko Tomažič rivivono nelle sue pagine da figure vive, non busti inanimati come spesso invece se li immagina la stessa comunità slovena.

Tomizza visse il suo dilemma in modo particolarmente intenso agli inizi degli anni Novanta, e ciò si evidenzia in modo particolare nella già citata intervista con Dušan Jelinčič. Il senso di non appartenenza che Tomizza prova, non viene però da lui collegato ad una scelta politica della propria identità, bensì ad una scelta personale. L'autore si rende infatti sempre di più conto di appartenere a due mondi, e di non essere radicato in nessuno dei due. Tomizza si ritiene un istriano tipico nelle cui vene scorre sangue per lo più sloveno, in parte croato e anche italiano. Nella lotta per la riconciliazione e per la convivenza l'autore si sente sempre più solo e pensa addirittura alla morte come salvezza (ma la vicenda dello scrittore si è per fortuna svolta in altro modo). Ritiene che gli sloveni in Italia siano una comunità determinata, che si batte per scopi e obiettivi chiari, per la propria affermazione, per il posto di lavoro e così via. Sebbene Tomizza non abbia alcuna colpa, purtuttavia la sua dualità gli provoca dei sensi di colpa. Dušan Jelinlil ritiene che il romanzo Gli sposi di via Rossetti sia stato di grande aiuto agli sloveni, ma Tomizza osserva che non è nato con questo intento. La storia di Danica Tomažič e di Stanko Vuk l'aveva affascinato per la sua particolarità e per la sua carica sentimentale.
La minoranza è un tema che Tomizza affronta anche con il drammaturgo sloveno Dušan Željeznov, due anni più tardi per Nove književne liste (Nuove pagine letterarie). Lo scrittore afferma che si sente molto vicino a qualsiasi appartenente ad una minoranza perchè questi è spesso oggetto di attacchi e offese da parte di una maggioranza. Con i propri lavori, ritiene di essere entrato nella letteratura slovena, specie di quella triestina, dalla posizione di un osservatore esterno.
Apparentemente Tomizza riesce a sbarazzarsi dei propri sensi di colpa appena a metà degli anni Novanta, con Alle spalle di Trieste, una raccolta di scritti sociali e politici. A suo parere Trieste doveva assecondare la nuova situazione e allacciare rapporti con i paesi che fino a poco tempo prima avevano fatto parte dell'Europa dell'est.
Dopo la pubblicazione del romanzo I rapporti colpevoli, Tomizza si sente già meno solo, percepisce attorno a sé il palpito di uomini che la pensano allo stesso modo, e già all'epoca probabilmente questi non erano pochi. Nello stesso anno (1995) pubblica sulla rivista letteraria slovena Sodobnost (Contemporaneità) un altro articolo sulle minoranze dal titolo Inferiorità, il destino delle minoranze. Entrambe le minoranze, osserva, quella slovena in Italia e quella italiana in Slovenia e in Croazia, non sono state ancora capaci di eliminare il proprio senso di inferiorità rispetto alla rispettiva maggioranza. Egli teorizza una sorta di catena di minoranze, ovvero un dialogo tra maggioranza e minoranza poste sullo stesso piano; le minoranze non dovrebbero accontentarsi della propria marginalità. Nello scritto l’autore arriva all’emblematica conclusione che le minoranze, dopo aver ottenuto la totale parità con le maggioranze, non sarebbero più portatrici o difensori di determinati valori umani. La catena ipotizzata da Tomizza di fatto oggi si concretizza attraverso i diversi progetti transfrontalieri, in cui proprio le comunità nazionali dell'Adriatico settentrionale hanno un ruolo importantissimo per i potenziali intrinseci che le contraddistinguono.
Interessante anche l'approfondimento sui confini che troviamo in un'intervista allo scrittore realizzata da Mojca Širok, allora giornalista del settimanale sloveno Mladina, e oggi corrispondente da Roma della RTV Slovenia. Alla domanda su come si definirebbe dal punto di vista dell'appartenenza, Tomizza risponde di non dichiararsi né italiano, né sloveno, né croato, bensì un uomo di confine, che si è sempre identificato nella frontiera tout court e che ne è divenuto il protavoce: per la sua esistenza intellettuale ma anche umana la frontiera è una conditio sine qua non. “Se non fossi nato in Istria, vorrei essere nato a Sarajevo”, confessa Tomizza a Mojca Širok, e questo in un momento in cui si era appena attenuata la morsa militare attorno alla capitale bosniaca ormai distrutta. Nella figura di Stanko Vuk, che aveva delineato dieci anni prima nel suo romanzo, Tomizza vedeva soprattutto una lezione di civiltà – un uomo che aveva saputo e potuto accettare la cultura dell'altro come propria al punto da esprimersi attraverso questa, specie nelle lettere alla moglie Dani Tomažič.

E arriviamo al romanzo Franziska. Tomizza ne scrisse una prima versione interamente nella sua casa triestina, poi la seconda variante nacque a Materada, ma l'ultimo capitolo vide la luce nuovamente a Trieste. Lo scrittore vede gli sloveni a Trieste come una minoranza sfruttata, e gli uomini sfruttati gli sono sempre stati particolarmente cari. Inoltre ritiene se stesso come appartenente ad una minoranza, indipendentemente dal luogo in cui si trova. Tomizza dichiarerà che Franziska ha riempito una lacuna nel suo lavoro ma anche nella letteratura triestina e in generale nella letteratura in lingua italiana. Va però ricordato che nella letteratura triestina in lingua slovena una simile storia d'amore, cioè un rapporto sentimentale tra uno sloveno (l'architetto Mirko Godina) e un'italiana (Luciana), era già comparsa nel romanzo di Boris Pahor La villa sul lago, sebbene lo sfondo non sia Trieste ma il lago di Garda.
Ma lo spirito di Tomizza si rivela in modo ancor più chiaro e articolato nell'intervista del 1998 uscita postuma su Primorska srečanja (Incontri nel Litorale), in cui Tomizza afferma di immaginare gli istriani come una comunità piuttosto uniforme, sebbene questo non sia vero. Lui stesso si ritiene italiano di lingua ma slavo per temperamento e nell'anima. La frontiera rappresenta il suo nucleo fondamentale, senza il quale non sarebbe capace di esistere. Chissà con quali sentimenti Tomizza avrebbe accompagnato la sua graduale eliminazione tra il 2004 e il 2007, se il destino gli avesse concesso di viverlo?
Cinque anni dopo la sua scomparsa, il Kinoatelje di Gorizia ha prodotto un documentario su due grandi anime di confine – lo scrittore istriano-triestino e il senatore sloveno goriziano Darko Bratina. Il breve film, dal titolo Et(h)nos/Anche noi/Tudi mi, presenta in parallelo due destini di frontiera partendo da una registrazione televisiva degli anni Novanta in cui Tomizza e Bratina compaiono assieme. Entrambi trilingui: l'uno sloveno-croato-italiano, l'altro sloveno-friulano-italiano. Senza una tale base linguistica, in certi contesti l’uomo non riesce ad avere relazioni sociali, afferma Bratina convinto.

Tra il materiale dei quatidiani, delle riviste e di altri mezzi di comunicazione, ho raccolto ancora due ricordi di Fulvio Tomizza.
Lo scrittore Alojz Rebula gli riconosce una straordinaria apertura e lo inserice nella terna di quegli autori triestini di lingua italiana che, ciascuno a proprio modo, hanno preso in considerazione gli sloveni. Il primo, Scipio Slataper, nel suo romanzo Il mio Carso li menziona e ne tiene conto, sebbene ne accenni in modo molto ruvido. Segue Claudio Magris, che della sua centroeuropeità triestina ha prodotto una sorta di brand letterario e commerciale, in cui ha però in ogni modo dovuto inserire anche l'anima slovena. E infine Fulvio Tomizza, che ha trattato le problematiche legate al mondo sloveno con tutta la dovuta apertura spirituale ed intellettuale, al punto da saper riconoscere anche le divisioni interne a questo mondo negli anni di guerra e nei periodi precedenti e successivi.
Un ricordo personale dello scrittore ci viene anche dal professor Robert Petaros. Assieme a Martin Jevnikar egli curò il Primorski slovenski biografski leksikon (Lessico biografico sloveno del Litorale) per il quale preparò una vasta biografia di Tomizza che gli valse i ringraziamenti dello scrittore.

Vorrei concludere il mio intervento con tre rifelssioni.
La consapevolezza che Fulvio Tomizza sia stato uomo del dialogo e idealista di forti e profonde convinzioni rimane tenacemente radicata nella realtà slovena di Trieste. Tomizza infatti in un modo o in un altro ha a lungo e incessantemente preso le posizioni degli sloveni triestini, e questo in anni in cui parlare di dialogo interculturale non era affatto così comune come lo è oggi.
Rispetto ai romanzi di Tomizza in sloveno permangono delle lacune: della trilogia istriana esiste in sloveno soltanto Materada, mentre La ragazza di Petrovia e Il bosco delle Acacie attendono ancora di essere tradotti.
Quasi la metà delle traduzioni slovene delle sue opere è uscita nelle zone di confine (Trieste, Litorale sloveno, Klagenfurt); le altre sono state pubblicate nella Slovenia centrale. Vanno integrate le lacune così come va approfondito il rapporto tra Tomizza e gli sloveni in Italia.

In questo intervento ho voluto esprimere solo alcuni pensieri che spero vengano colti e sviluppati in modo più ampio dagli storici della letteratura. E' così che potremo sdebitarci e al contempo mantenere e potenziare la conoscenza di un uomo che ha agito per il bene e per il prestigio della nostra comunità nazionale.

Grazie per l'attenzione e buon proseguimento!


Traduzione Patrizia Vascotto