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Purini Purich, Piero: Coraggio come disobbedienza (2019)

Paul Grüninger, comandante della polizia del Cantone svizzero di San Gallo, tra il '38 e il '39 falsificò i documenti di centinaia di ebrei tedeschi ed austriaci riuscendo a farli entrare in Svizzera in barba alle leggi elvetiche che imponevano di respingerli oltreconfine. Dopo meno di un anno Grüninger fu scoperto, processato, espulso dalla polizia e condannato a pagare le spese di giudizio oltre ad una multa di 300 franchi. Gli venne revocato il diritto alla pensione e da allora visse in condizioni precarie, morendo in miseria nel '72. Quando negli anni '60 alcuni degli ebrei da lui salvati resero nota la sua eroica impresa e proposero che gli fosse conferito il titolo di “Giusto tra le nazioni”, il suo caso rimase a lungo sospeso. Secondo alcuni membri della commissione, Grüninger non aveva rischiato la vita o il carcere per le sue azioni e dunque il suo gesto non era poi così nobile. Ottenne il riconoscimento di “Giusto tra le nazioni” solo nel 1971, un anno prima della sua morte. La Svizzera lo riabilitò solamente nel 1995.

Pur senza aver rischiato la vita, il gesto di Grüninger comportò in ogni caso conseguenze pesantissime per il resto della sua esistenza, e questo, a mio avviso, lo rende un caso esemplare di coraggio e di eroismo gratuito, disinteressato ed etico. Non furono – come in molti altri casi di “Giusti tra le nazioni” - le circostanze di guerra a metterlo di fronte alla due sole alternative di essere eroe o complice; in quanto cittadino di un paese neutrale Grüninger, aveva anche una terza possibilità, quella più comoda: non fare niente, voltarsi dall'altra parte, non mettersi contro una legge iniqua e contro il proprio paese.

In “Vita di Galileo” Brecht scrive: “Infelice il paese che ha bisogno di eroi”. A dimostrazione della degenerazione linguistica e culturale della nostra società, negli ultimi anni sui media troviamo il termine “eroe” quasi quotidianamente: “eroe” è il poliziotto che blocca il terrorista, “eroe” è il vigile del fuoco che salva gli abitanti di un palazzo, “eroe” è il magistrato che condanna i mafiosi, “eroi” sono addirittura i soldati o i piloti che bombardano i cosiddetti “stati canaglia” (facendo generalmente vittime solo tra civili innocenti) o addirittura i mercenari che vengono uccisi dai “terroristi” (ammesso poi che il termine giusto per questi ultimi non sia piuttosto guerriglieri o partigiani). No. Questi non sono eroi. Gli eroi non sono le persone che fanno semplicemente ciò per cui sono pagate, quelle che svolgono il loro lavoro come dovrebbe essere normalmente fatto. Un poliziotto non può essere un eroe perché arresta un ladro, per quanto l'episodio possa essere rischioso. Un magistrato non può essere un eroe perché condanna un malvivente. Stanno semplicemente facendo il proprio lavoro. Di questo passo finiremo con il definire eroe un vigile che dà una multa per divieto di sosta o un dentista che fa una cura canalare.

Eroe invece è chi, con coraggio, si pone fuori dalla normalità. Eroe è chi interviene in una situazione che gli è estranea, della quale potrebbe tranquillamente non impicciarsi, evitando di avere conseguenze spiacevoli per la propria routine esistenziale. Il vero coraggioso è colui che mette a rischio la propria vita, se stesso, la propria quotidianità, le propria normalità perché è eticamente chiamato a farlo, perché un imperativo morale lo spinge in quella direzione. E molto spesso essere coraggiosi significa disobbedire. Disobbedire a regole stabilite da altri, dalle leggi, dalla società, dall'economia, che collidono con le proprie convinzioni, ma che sono invece funzionali al potere politico ed economico.

Trovo che nella prima guerra mondiale gli obiettori di coscienza, i pacifisti, i disertori, gli ammutinati che sfidarono i plotoni d'esecuzione dei propri eserciti siano stati molto più coraggiosi degli “eroi” premiati con le medaglie al valore che si lanciavano all'assalto delle trincee nemiche in nome dell'imperatore, del re, dello zar o di monsieur le president. E anche molto più perspicaci: capivano che il loro sacrificio non era a difesa della Francia, della Germania, dell'Austria-Ungheria, della Russia o dell'Italia, ma degli interessi dell'elite economica, politica e militare che governava quei paesi. Nei miei studi sono giunto alla conclusione che la prima guerra mondiale non si risolse con gloriose offensive dell'Intesa, ma con una diserzione di massa da parte dei soldati tedeschi, austriaci, bulgari e turchi che pose fine al più tremendo massacro che fino ad allora si fosse verificato sul suolo europeo. Un gigantesco atto di insubordinazione, un atto di coraggio contro le gerarchie militari, politiche ed economiche che però, non poteva e non può tuttora essere ammesso dalla storiografia ufficiale degli stati. Gli alti comandi degli eserciti dell'Intesa camuffarono quest'epilogo con epici scontri finali che nascondono una realtà molto scomoda per chi detiene l'autorità: quando le masse si ribellano, non c'è forza in grado di contenerle.

Vent'anni più tardi i coraggiosi furono i ragazzi antifascisti di mezza Europa che andarono in Spagna a difendere la Repubblica contro Franco, oggi sono i giovani che facendo la stessa scelta abbandonano la propria vita normale per combattere a fianco dei curdi dell'Ypg contro i nuovi fascisti dello stato islamico, ma che vergognosamente al loro rientro in Europa vengono considerati pericolosi sovversivi anziché eroi dai loro stessi governi, che invece ipocritamente sbandierano il terrorismo islamico come il principale pericolo per le democrazie occidentali,salvo fare ricchi affari con i paesi mediorientali che lo finanziano.

Ai giorni nostri trovo che il coraggio sia nella dirompente defezione di Edward Snowden che, sinceramente preoccupato per la deriva autoritario-spionistica dell'intelligence statunitense, getta alle ortiche una brillante e lucrosissima carriera di informatico e consulente dei servizi segreti per denunciare al mondo il sistema di controllo potenzialmente planetario esercitato dalla National Security Agency attraverso internet. “Ho deciso di sacrificarmi perché la mia coscienza non può più accettare che il governo statunitense violi la privacy, la libertà di internet e i diritti basilari della gente in tutto il mondo, tramite un immenso meccanismo di sorveglianza costruito in segreto.”

Come i disertori e gli ammutinati della prima guerra mondiale, Snowden, oltre che più coraggioso, si è dimostrato immensamente più perspicace dell'umanità per la cui libertà ha agito: ha avuto la capacità di capire che il sistema di potere a cui deve obbedire non fa gli interessi del cittadino, ma solamente il proprio interesse, se possibile a discapito o addirittura contro il cittadino. Ha colto ciò che viene continuamente negato: stiamo vivendo in una società totalitaria che vuole controllare o già controlla ogni singolo istante delle nostre esistenze. Come le dittature del 20° secolo, l'attuale società totalitaria è basata su un'ideologia, il neoliberismo, che è l'assioma indiscutibile su cui si regge l'intera costruzione ideologica. Come fascismo, nazismo o stalinismo permea l'intera società: anziché la propaganda goebbelsiana o i manifesti del realismo socialista, è la pubblicità a campeggiare sui palazzi o a penetrare e condizionare i nostri cervelli attraverso tivù ed internet; come nella pianificazione del lavoro di Mussolini o Stalin i sindacati sono stati resi innocui, asservendoli alle necessità economiche dell'elite economico-finanziaria e ritornando a condizioni di lavoro sempre più simili a quelle dei tempi di Marx ed Engels. Come nei regimi totalitari del secolo scorso le elezioni sono diventate una farsa, perché non è possibile votare un reale cambiamento di indirizzo economico: i partiti e i movimenti che hanno il coraggio di proporre un'economia diversa, se ottengono consenso, o vengono massacrati economicamente (come è accaduto in Grecia), o vengono inflessibilmente perseguiti dai giudici per reati identici a quelli di altri governi su cui invece si è allegramente soprasseduto (come è accaduto in Brasile), oppure vengono presto integrati nel sistema politico in modo che le loro eresie economiche vengano neutralizzate (come in Italia). Come nei peggiori incubi di Orwell, attraverso computer o telefonini siamo tutti controllabili, tracciabili e censurabili, solo che questa volta il controllo è un atto volontario del cittadino che accetta per comodità di possedere l'I-phone o, peggio, per esibizionismo ed egocentrismo rende accessibili a tutti i suoi dati più riservati, i suoi gusti, la sua intimità e le sue idee su Facebook, Twitter o Instagram.

Ma il controllo non viene esercitato solo attraverso l'informatica ed un discreto quanto opprimente sistema di videosorveglianza camuffato da “sicurezza”: viene anche praticato con la complicità degli stessi cittadini attraverso il ”whistleblowing”, elegante termine inglese che nasconde la vecchia pratica della delazione, comune a tutti i regimi. Un odioso metodo di controllo grazie al quale lo stato suggerisce al cittadino di segnalare comportamenti devianti (o atti di insubordinazione al potere), trasformando chiunque in una potenziale spia e cancellando la solidarietà e la fiducia dell'essere umano verso il prossimo.

Viviamo dunque in una dittatura mascherata, apparentemente inoffensiva, nascosta dietro le faccine sorridenti e gli e-moji, che finge di tollerare bonariamente l'opposizione fino a quando questa non rischia di compromettere gli interessi economici dell'elite. Quando però questa soglia viene superata, condanna i suoi nemici a interminabili odissee giudiziarie, alla perdita del lavoro, all'ostracismo sociale, alla gogna mediatica o anche a lunghe pene detentive, come dimostrano le vicende di Julian Assange, di Chelsea Manning, di molti attivisti No Tav e di molti altri sconosciuti oppositori che pagano con piccoli-grandi rogne le loro prese di posizione.

In una prospettiva del genere essere ottimisti è piuttosto difficile. Pare che il valore del coraggio, del coraggio di combattere per princìpi o semplicemente per i diritti propri e comuni sia merce ormai rara. Nel timore di rovinare la propria carriera, di perdere i propri risparmi, di danneggiare una risibile ed effimera notorietà, di subire procedimenti giudiziari o disciplinari, di perdere il lavoro la stragrande maggioranza delle persone non reagisce a nulla, accetta condizioni di lavoro schiavili, soggiace ai diktat economici stabiliti da banche e multinazionali attraverso governi asserviti, non va nemmeno più a votare rinchiudendosi nel proprio bozzolo privato e sperando di arrivare alla pensione e alla morte senza eccessive complicazioni. Non sarà così: il neoliberismo è l'ultima fase del capitalismo e distruggerà tutto pur di sopravvivere. Fagociterà i risparmi dei cittadini pur di procrastinare una crisi economica che è già evidente e una bolla speculativa con debiti delle banche già di sei-otto volte superiori al denaro disponibile; distruggerà l'ambiente alla disperata ricerca di risorse che permettano al capitalismo di mantenere il suo precario equilibrio economico; si imbarcherà in conflitti sempre più diffusi e rischiosi, mettendo a repentaglio la stessa sopravvivenza del genere umano.

I disertori e degli ammutinati della prima guerra mondiale capirono che il loro destino era in ogni caso quello di morire e dunque tanto valeva imbracciare le armi contro i propri comandi: trovarono così il coraggio per modificare la propria sorte già segnata. Solo comprendendo che anche il nostro destino come specie è quello di essere spazzato via da un sistema economico bulimico ed autofago troveremo il coraggio di rinunciare a parte dei nostri privilegi, che comunque sono destinati ad essere cancellati. Con un atto di coraggio e di eroismo infinito, bisogna uscire dal proprio pavido bozzolo privato e prendere posizione, a costo di qualsiasi rischio, pur di evitare che questo Sansone impazzito, diventato ormai il mostro di Frankenstein, seppellisca con sé l'intera umanità.