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	<title>Lapis-racconti &#8211; Forum Tomizza</title>
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	<description>Incontri Internazionali di Frontiera</description>
	<lastBuildDate>Wed, 12 Feb 2025 10:56:31 +0000</lastBuildDate>
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	<title>Lapis-racconti &#8211; Forum Tomizza</title>
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	<item>
		<title>ZVJEZDANA&#160;JEMBRIH:&#160;     Cvita&#160;(2024)
</title>
		<link>https://forumtomizza.com/it/zvjezdana-jembrih-cvita-2024-2/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Neven Ušumović]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 03 Jan 2025 10:08:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Lapis Histriae IT]]></category>
		<category><![CDATA[Lapis-racconti]]></category>
		<category><![CDATA[testo]]></category>
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					<description><![CDATA[Lapis Histriae 2024: PRIMO PREMIO Zvjezdana Jembrih “Cvita”               Traduzione in italiano Ivana Martinčić.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="has-large-font-size wp-block-paragraph"><strong>CVITA</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Lapis Histriae 2024: PRIMO PREMIO</strong><br></p>



<p class="wp-block-paragraph">I.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Cvita iera bela</em>. È annegata in un pozzo, era la vigilia di Natale. Aveva sedici anni. Non si sa dove si trova la sua tomba perché le vecchie strette tombe, con lapidi nella parte alta e in quella bassa, sono state calpestate da nuove tombe, o sono sprofondate nel terreno. O non si sa dove si trova la sua tomba perché forse non è stata seppellita al cimitero, ma lungo la parte esterna del recinto del cimitero. No si sa e non se ne parla.</p>



<p class="wp-block-paragraph">*</p>



<p class="wp-block-paragraph">Petar dice (borbotta con la sua voce di solitario): <em>mi conosco l’omo, ma lui no xe un omo, no xe un omo. Xe lui colpa per Cvita, eco. Xe morto e la sua famiglia xe andada a finir mal, il suo seme iera dannà.</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">In paese mi hanno detto: <em>quel giorno iera la Vigilia,</em> <em>le pecore le tornava prima del scuro, all&#8217;improvviso le donne si sono sparpagliate:</em> <em>Cvita è annegata nel pozzo, che pianto, che urla</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">E che Marjan aveva detto qualcosa in modo brusco, e lei è andata su fino al pozzo, era proprio la Vigilia di Natale. La campana di san Giorgio ha suonato per tre giorni di fila.</p>



<p class="wp-block-paragraph">*</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Cvita iera bela</em>. Non è rimasto nient’altro, solo la frase nella quale mi sono imbattuta. No vi è dolore. La quotidianità ho inghiottito il dolore come il serpente la lucertola. La quotidianità ha inghiottito tutte le parti superflue della vita e ha lasciato soltanto lo stretto necessario. <em>Viver, lavorar, cossa se pol far</em>. Il ricordo è un ornamento, un vezzo, lussuria. Il silenzio è una forma più elevate di esistenza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Qualcosa di tutto ciò si può stipare in esigui Padrenostro e Avemaria, ma i Padrenostro e le Avemarie sono per la domenica. <em>Ghe vol lavorar, ghe vol combatter</em>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non vi è ricordo ne annotazione. No vi esistono testimonianze (forse nell’albo parrocchiale? del 1965? O 1962? ‒ non so nemmeno l’anno. O in qualche verbale di polizia?), non ci sono gli atti, nemmeno le foto di famiglia. Nessun ricordo. Non c’è storia. Quello che si sente è solo un frammento, un breve ricordo, ma nemmeno quello, un mezzo ricordo, quello che (eppure) si dice poiché non può rimanere taciuto. È questa la frase generica, il fossile, l’espressione arrugginita a servizio della verità, ciò che tutti sapevano (ma che nessuno veramente sapeva). Niente più. Veramente niente.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Cvita iera bela. Si, la se ga anega su in tel pozo</em>. Come? <em>No se sa, l’acqua iera alta, iera stagion de piova, e povera Cvita, la iera giovane, no la gaveva gnanca diciassete ani.</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">Qualcuno aprì bocca, poi il silenzio. La frase inizia appena e già si ferma. Dopo un silenzio tale non si fanno più domande.</p>



<p class="wp-block-paragraph">*</p>



<p class="wp-block-paragraph">Su, vicino alla cabina elettrica, lungo la strada c’è il pozzo. Il pozzo è un’enorme cisterna di cemento, costruita ad uso di tutto il paese. L’entrata è coperta con un porta di ferro arrugginita. (L’entrata nell’Ade oscuro in cui scende Persefone con un mazzetto di fiori?) Un posto deserto, ma anche tutto attorno è deserto; il pozzo è solo un’altra piattaforma deserta attorno alla quale crescono delle deboli piante. Lungo la cabina, dall’altra parte della strada nell’erba alta, massi indistinguibili&nbsp; ‒ dove ci si riposa<em>.</em> All’epoca quando il morto veniva portato su dal paese, da Svilaja, qui si fermavano per riposare. Una pietra sotto la testa e una sotto i piedi. Su alcune pietre delle incisioni, dei simboli, lettere non leggibili. È qui il posto sacro, vicino alla cabina, sprofondato nell’erba. E difronte si trova il pozzo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">*</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Cvita iera bela.</em> Lo dice Marijana, <em>Cvita </em><em>x</em><em>e il nome </em><em>che</em><em> </em><em>qua</em><em> significa beleza. Come se tute le Cvite iera bele</em>. <em>Mi gavevo una zia de parte de mia mama, non me ricordo de ela, la se ciamava, e anche per </em><em>ela</em><em> i diseva che la iera bela. Bionda. No la se ga mai sposà.</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">Anche questa Cvita era bionda? Di carnagione chiara? Proporzionata? Com’era?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Soltanto Iva e Ankica si ricordano ancora di lei. Ciò è pericoloso. Non è bene chiedere. Bisogna stare ziti, per&nbsp; non vergognarmi quando pronuncio qualcosa che non si chiede. O bisogna scegliere a chi e come lo si chiede?</p>



<p class="wp-block-paragraph">O ‒ va scritto senza fare domande, sulla traccia del silenzio ‒ sulla traccia di un altro dolore, non di quello che fa ritorno, sulla traccia di un&#8217;ignoranza totalmente diversa, incomprensioni, non domandare, scrivere. Come l’impronta di acqua piovana spanta, che la terra assorbirà. Forse così si deve scrivere. Tutt&#8217;altro è solo un romanticismo ritardato, narrazione-kitch, blasfemia, scrivere per leggere e fiutare&#8230; per far scoprire ai lettori&#8230; Che cos’è successo? Come si è buttata? Si è uccisa? Era incinta? In che mese di gravidanza? Dov’erano gli altri? La madre? Le sorelle? Il padre Marjan in quel momento stava giocando a carte con il parroco? È venuta la polizia per l’inchiesta? Rigetto possibili frazioni di storia, ho dei crampi alle dita sopra la tastiera, dovrei lavarmi le mani? O smettere? È amaro scrivere in questo modo. Toccare la macchia amara, l&#8217;asparago spinoso nella pietraia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">*</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il frassino è in fiore, tutto il bosco è in fiore. Tutto verdeggia. Quello che semini nella terra&nbsp; ‒ nascerà. Nel giorno di S. Giorgio dei rami di ciliegio canino in fiore davanti alla casa sopra la porta, così si faceva una volta. La nuora più giovane di tutto il paese si sveglia presto la mattina, prima del sole, e attacca i rami sull&#8217;architrave. I ciliegi sono già germogliati, ci saranno ciliegie. Soltanto, dicono che se il frassino è così in fiore, sarà un’annata scarsa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">*</p>



<p class="wp-block-paragraph">A San Giorgio Cvita ha forse per la prima volta preso parte al kolo. Il kolo è grezzo, il ragazzo e la ragazza si prendono per mano e saltano: <em>ojanojadođilolemoja, </em>op op op op, veloce e grezzo, sotto il sole, a Kolarište davanti alla chiesa, alcuni hanno ancora indosso i costumi tradizionali da festa, rosso, azzurro,&nbsp; bianco con frange e guaine, non è ancora tempo di fiere del folclore ne di incontri di associazioni artistico-culturali, è il sessantadue, in paese non c’era ancora la televisione, alcuni hanno rinunciato e venduto i costumi tradizionali, venivano quelli del museo e acquistavano i costumi e gli arcolai e i vecchi panni, molti indossano già i vestiti preconfezionati, le camicie in nylon e camicette a fiori provenienti da Trieste, anche loro saltano, anche Cvita ha i collant nuovi e una nuova camicetta rosa, si dovrebbe ballare, è come un’onda dolce, ti guardano, la mano del ragazzo ti stringe sotto il girovita, il cielo sta girando e il sole si moltiplica – come se ci fossero tre soli, quattro soli (il serpente berrà tre soli, come in quella vecchia fiaba), le fronde degli alberi diventano verdi, il sole è verde e bianco e rosso, gli uomini cantano sotto gli alberi <em>selejelemojanđele</em>, e dopo i ragazzi sotto un altro albero: <em>mala moja tri mi sunca sjaju, kad me tvoje oči pogledaju. </em>Cvita abbassa lo sguardo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">*</p>



<p class="wp-block-paragraph">Alla Vigilia, dicono, la pecora che per prima entra nella stalla la sera, viene accolta con un boccale di vino,che anche la pecora si ubriachi, che anche il bestiame sappia sia Natale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">II.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Che cosa ci faccio io qui? In questo scrivere? Di cosa non parliamo, di quello taciamo (lo abbiamo già capito). Scrivere è tacere se di silenzio c’è ne abbastanza, di silenzio abbastanza aspro e buono. Si può scrivere di quello di cui non si può parlare? Mi addentro nel tessuto grezzo di questo silenzio&nbsp; ‒ più di cinquanta anni fa Cvita è annegata e non c&#8217;è più niente di tutto ciò, cosa c&#8217;è da aggiungere? (Ante dice ‒ <em>no ze </em><em>niente dopo la morte, </em>Iva dice ‒ <em>dev’esserci qualcosa,&nbsp; una forza, che ne so ‒</em> il loro credo e breve e chiaro e non è intriso da niente di barocco ‒ non c’è metafora, non ci sono svolte, non ci sono discussioni.) E io ci giro attorno come una volpe, come una cagna, come una biscia ‒ non dovrei, attraverso questo denso silenzio, lungo sentieri invasi dalla vegetazione, come se cercassi asparagi amari nella pietraia, io che non so niente, senza alcun agenda, senza volere una storia, senza volere una forma, senza scopo, cammino attraverso la macchia e inciampo, annoto frammenti, dividendoli, quando mi fermo e ispiro, con un asterisco o con un numero romano, e di nuovo. Ecco, faccio questo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">*</p>



<p class="wp-block-paragraph">I frammenti scappano via da me, o stanno in agguato. Nonno Marjan giocava a carte con il parroco per tre giorni e tre notti, in casa non mancava mai niente, Marjan ogni tanto dava uno schiaffo a nonna Leza, ma raramente, soltanto quando era colpa sua, quando nonno Marjan è morto, lei ha preso l’incarico di zappare la vigna, non rinunciava nemmeno sotto la pioggia e sotto il sole, vestita di nero, con il viso bianco, ferma in questo zappare perenne. La sua foto si trova sulla lapide ‒ con il fazzoletto nero, un sorriso a metà, con le labbra strette, uno sguardo penetrante, come se sapesse più di quello che è permesso, ma d&#8217;altronde&nbsp; ‒ non lo dice, poiché, non si dice. Hanno messo la foto sulla tomba di Leza, ma della tomba di Cvita non c’è traccia? Madre e figlia nell’arco tra l’una e l’altra morte&#8230; Il nonno Marjan era il capofamiglia. Leza e Marjan hanno avuto un unico figlio, Jure, e sette figlie. Lui è stato ucciso da una bomba nel campo, dopo la seconda guerra, l’ha trovata da qualche parte nella pietraia e gli è esplosa in mano, aveva tredici anni. E Cvita è annegata. Nel sessantadue. C’è n’era ancora uno, Ive, xe morto de picio, xe vignu blu e xe morto. E sei figlie. Non sette, erano sei.</p>



<p class="wp-block-paragraph">*</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il ricordo è sparso come frammenti di ceramica grezza che fuoriesce dai bordi delle mura sotto Gradina. Quattromila anni ‒ dicono gli archeologi. Ceramica marrone-rossa, cotta in modo grezzo, sparpagliata dappertutto, giù fino al campo, mescolato con la terra rossiccia, con pietre sminuzzate, radicelle e casette di lumache, su lei polline e cenere. Cenere di roghi antichi o focolari. Il ricordo diventa sminuzzato, sempre più sminuzzato e sminuzzato e così scomparisce. E io qui non ho niente di cui ricordarmi. Per questo sto vagando. Per questo probabilmente scrivo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">*</p>



<p class="wp-block-paragraph">Forse chiedo di nuovo a Petar. O a Ankica. O Milica? Lei è la più vecchia qui, ma ha imparato a parlare (e perfino a pensare) soltanto quello che vuole lei. È perciò che vive così a lungo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">III.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non era così. Almeno una parte di tutto ciò non è così. Ma io non so se ciò sia importante. Non cambia niente ‒ poiché questa non è nemmeno una storia. Nel racconto è importante, e tutto ciò, non essendo un racconto, stravasa e di nuovo cresce come un’onda, tutto quello che è stato detto e quello che non è stato detto, quello che viene mentito, mentre cammino nel paesaggio, passo per passo, nelle parole, nei paragrafi e nei ritmi, che comunque non annoterò. Annoterò qualcos&#8217;altro, alcuni resti, come un filato sdrucito, sfilacciato dal vento, aggrovigliato e inutile, non vi si può derivare ne panno ne vestito</p>



<p class="wp-block-paragraph">*</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sono stata da Iva, su a Karani. Iva ha settanta anni. Come non ricordarme de ela <em>&nbsp;‒ ela la iera del quarantacinque, mi del quarantaoto, quando la andava a scola, la pasava de mia mare e la se cavava quele sue bianche calze de lana, che sua mare ghe ga dito de portar che no la ciapi raffredor, e de mia mare prima de scola la meteva quele fine, de najlon&#8230; </em><em>La gaveva i cavei neri, la gaveva i cavei </em><em>cussì</em><em>, in aria </em>(Iva descrive l&#8217;aureola sopra la sua testa invecchiata)<em>, </em><em>bela come </em><em>in</em><em> foto </em><em>&#8230; </em><em>No la iera bionda, nera la iera</em><em>. E, </em><em>fia mia, la se ca </em><em>ciolto tutto</em><em> drio</em><em>, </em><em>tuto</em><em>. </em><em>Domani te mostro la sua tomba, so mi dove </em><em>x</em><em>e la sua tomba</em><em>, </em><em>me ricordo de tuto, ancora un poco nessun savara </em><em>più</em><em> niente</em><em>. E dopo ti va in botega e ti ciol quei fiori de seta, e dopo ti li meti sula tomba, mi so dove xe la sua tomba, subito taca la ciesa, taca la porta de quela parte, te mostro domani dopo la mesa. Ma vien una volta de mi, se sentaremo e te dirò tuto quando no sarà nissun, te contarò in pase. Iera proprio per la Vigilia, Dio mio, come che iera! La se ga ciolto tuto drio. Xe vignuda anche la polizia, e si, anche mi i me ga domanda, tremavo cussì de paura. La portava un fio mascio. La se ga ciolto tuto drio.</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Ti me pol far </em><em>una</em><em> foto, solo speta, che me petteno, deso rivo</em><em>&#8230; E</em><em>cco</em><em>, </em><em>deso ti me pol far la foto</em><em>.</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">Iva ha indosso un maglione rosso e dei pantaloni, ha degli orecchini d’oro, no la smette di parlare svelto, sulle pareti di casa immagini dei santi, rose nel vaso, Iva dà da mangiare alle pecore, ha ventisette pecore e quindici agnelli, va in chiesa ogni domenica e il primo venerdì del mese. <em>I primi venerdì, e anche noi rispetemo questo&#8230; Come se disi, i morti sta zitti, ghe vol rispettar. La iera bela. La se ga ciolto tuto drio, tuto.</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Che ti savessi solo quanto la ga patì sua defonta mama Leza! El picio Ive ghe se morto quando el iera in cula, la xe andada a Svilaja cior i legni e forsi no la ghe ga da bastanza de mangar, el ga pianto e in qualche modo ghe se anda per treso e xe morto, xe diventa tutto blu. No, iera il fio, iera picio. E dopo xe morto anche Jure per colpa de una bomba, ti sa si. Sei fie, eh, le iera sei. Sei.</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">*</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sei, sette ‒ mi sono inventata quella non battezzata, probabilmente me ne servivano sette, i mitici sette, per far chiudere (o aprire) in modo fatale questo spazio per le dichiarazioni sulle figlie, sulle sorelle, che non oso, che non sono abile a completare perciò aggiungo ancora un paio di parole giusto per non farmelo andare per traverso, giacché ho già iniziato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">*</p>



<p class="wp-block-paragraph">E quando ritorno di nuovo, pianterò a fianco la pietra principale un mazzo di fiori finti – qui non ha scopo impiantarne di veri, d’estate li brucia il sole, e d’inverno la bora. E andrò su da Iva, a Karani, l’ho promesso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">*</p>



<p class="wp-block-paragraph">Lidija dice, pianta l’iris sulla tomba.</p>



<p class="wp-block-paragraph">*</p>



<p class="wp-block-paragraph">C&#8217;andrò una volta su da Iva a Karani.</p>



<p class="has-text-align-right wp-block-paragraph">traduzione in italiano Ivana Martinčić<br><br></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>ALJA&#160;GUD&#381;EVI&#262;:&#160;Mir je kad se drugdje puca&#160;(2024)
</title>
		<link>https://forumtomizza.com/it/alja-gudzevic-mir-je-kad-se-drugdje-puca-2024-2/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Ivana Martinčić]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 02 Jan 2025 09:50:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Lapis-racconti]]></category>
		<category><![CDATA[testo]]></category>
		<category><![CDATA[Alja Gudžević]]></category>
		<category><![CDATA[Lapis Histriae]]></category>
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					<description><![CDATA[Lapis Histriae 2024: SECONDO PREMIO
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<h3 class="wp-block-heading">Lapis Histriae 2024: SECONDA PREMIO<br><strong>ALJA GUDŽEVIĆ</strong><br>MIR JE KAD SE DRUGDJE PUCA</h3>



<p class="wp-block-paragraph">Na tom mjestu gdje je posječeno javorje i sjene hrastovih stabala, ušutkan šapat korova i tjednima dubljena zemlja da bi se omogućilo mjesto vojnoj bolnici, tu je prije rata bilo radničko naselje. Male limene kuće nalik barakama, tankih zidova kroz koje je putovao zvuk starog posuđa i tihih molitvi, danas bi zbunile slučajne pješake. Trošne i pune vlage zbog blizine kanala rijeke prkosile su neizbježnim zimama i s večeri pružale utjehu potonulim radnicima koji bi se stropoštali u krevet po završetku trinaestosatne radne smjene nakon što tjednima do njih ne bi dopro trak sunca. Stanovnici centra danas taj dio grada zovu opasnim, turskim, arapskim, rjeđe samo periferijom. Pročelje današnje bolnice podsjeća na blokove kontejnera na teretnom brodu. Tu je ponekad moguće zateći dječake kako se nadvikuju i igraju na olupini brodića podno brdašca uz bolnicu. Brdašce je umjetno, čine ga ostaci ljudskih tijela koja ovaj svijet nisu napustila smrću koju u gradu zovu prirodnom. U posljednje vrijeme naselje je oblijepljeno naljepnicama, išarano parolama, ponekad se osjeti miris zapaljenih automobila, s bolničkih prozora lakše je uočiti policijsku patrolu od slučajnih trkača. Mjesta za slučajni susret nema, tek pokoja klupa i telegrafski stup uz rijeku s obavijestima o odbjeglim mačkama i psima. Mnogo rjeđe se tu zalijepi osmrtnica, obavijest o nestaloj osobi ili tjeralica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">***</p>



<p class="wp-block-paragraph">16. 5. 2021.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sjedi u čekaonici bez prozora i osluškuje šum jake proljetne kiše, iščekuje novu dozu cjepiva protiv tetanusa. Jučer je napunila dvanaest dana bolničkog staža, od jutros leži u krevetu na trećem katu na odjelu za hitne slučajeve jer za kosti polomljene policijskim napadom odjela nema. U čekaonici otkopčani šlic, klopot požutjelih klompi, gaze koje se jedva drže pred konačnim padom, ljudi u kolicima bez udova, plavokosi dječak ne skida oči s nje, kad mu se nasmije djeluje kao da ga je probudila. Krivo srasle kosti, pogrešan izgovor prezimena. Nekoliko izmrvljenih, tegobno izgovorenih riječi, kašalj iza zatvorenih vrata, škriput. U sobi ustajao i topao zrak, stane pred doktora, prstima nabora kožu na trbuhu i nijemo gleda kako igla razuvjerava tetanus od njenih modrica. Svakog se jutra posljednjih tjedana taj susret uvježbava kao probe koreografija socijalističke omladine, dogodi se i prođe. Spusti majicu, tijelo se giba kroz sobu bez prozora praćeno sestrinim pogledom prema izlazu doktorske sobe. Prigušene riječi, zveket alata i krhotine šaptaja, potom lift koji svaki put zvuči kao grmljavina što prostruji zgradom i svrši se bljeskom pri otvaranju vrata. Stisne tipku s brojem tri, dlanove zagura pod pazuhe, sklopi oči i približava se prozorima s pogledom na kišovit dan. Sve što se odavde čuje: jeka koraka, odumirući glasovi, dobovanje kiše. Prođe pored sobe za molitvu. Obrisi predmeta u bolnici koji s odlaskom dana napuštaju svoje polusjene, malo toga preostalog za dezinfekciju. Slučajno je ovdje, nije tražila da se tu zatekne; ruka koja se istrgla tren pred napad policajca koji ju je oborio na tlo i pretukao presudila je danima koje provodi pod nadzorom. Jutros su je preselili u treću sobu otkako je u bolničkom krevetu više nego van njega, a otad je u prizemlju dvaput kupila paprat koja izgledom ne odgovara svom taksonomskom imenu i prezimenu Nephrolepis exaltata. Svaki pitar košta euro. U prizemlju sve biljke liče na plastično cvijeće.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Na mobitelu znak za bezvučno i prizori dnevnih vijesti na zaslonu ‒ djeca mašu plastičnim posudama, prazne su, zatim jedno dijete govori, majka s razvezanom maramom preko glave i ramena, tijelo djeteta na njenim dlanovima, suze joj se miješaju s prašinom i krvi. Na dnu ekrana prijevod toga što unesrećena žena govori na engleskom. U sobi nije sama, još uvijek je ne uspijeva nazvati svojom ni njihovom, taj kojeg bi trebala zvati cimerom drijema. Odustaje od vijesti, prstima prelazi po ekranu i glas Kourosha Yaghmaeia poput toplog mlijeka sa šećerom karamelizira dan</p>



<p class="wp-block-paragraph">&nbsp; Kad bijes sruči se s mojih trepavica,</p>



<p class="wp-block-paragraph">&nbsp; Ta bujica jada već nam je uništila grad.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Na stolici uz bolnički krevet drži knjigu, dvije naranče, punjač, oznojenu potkošulju, duhan i pasoš. Moja oka dva… prekrivena kišom, prigušen glas dopire ispod plahte. Pogleda prema njemu, nepomičan je, opružen, kosa mu proviruje iz plahte. Zastane i čeka da nastavi. Želi se uvjeriti da joj se nije pričinilo. Tiho zapjeva trudeći se ne nadglasati glas iz zvučnika, zatim strese glavom kao da se pita otkud to i nelagoda joj blago otvori usta, nabora čelo kao vodu u lavoru ostavljenom u dvorištu kad naiđe vjetar.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sestra mi je udana za Iranca iz Isfahana, uvijek je pušta kad je dobre volje, kaže ne mijenjajući položaj pod tom plahtom pod kojom ga grije dah. Stoput sam je čuo, doda i ne podiže glavu, ne naslanja je na jastuk, još uvijek ukočenih ramena, sad ipak čuje njegov udah. Zatim slijedi dvadesetak beskrajno otegnutih sekundi tišine, zna na kojem je odjelu. Iz plahte napokon izmili tamnoputo lice žućkastog sjaja i natprosječno crnih očiju, duga i gusta, kovrčava kosa zatalasa se za glavom, nagne se prema njoj, potom cijelo tijelo osloni na bok i rukom podupre glavu. Autoportret oboljelog, nedostaje tek dozrelo grožđe na plahti pred prsima.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Pluća, duboko izdahne pa upita, a ti?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Polizei, odgovori nakon nekoliko sekundi premišljanja kako da kaže da je pretučena na protestu i iskrivi usne.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Cijela soba škripi od pomicanja tijela. Većina u bolničkim sobama zna za proteste koji su ispunili Berlin posljednjih tjedana. Više je ništa ne pita. Perzijski puni sobu tihim stihovima, on se načas prepusti tihim vijestima na zaslonu, brojevi: šezdeset pet tisuća bombi, osam tisuća šest stotina šezdeset troje djece, sto trideset dva izvora vode. Prstom dotakne desni dio ekrana, prekinuta predstava, ponovno udesno, bojkot lučkih radnika protiv ispostave oružja.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Bio si pušač?, iznenadi ga pitanjem. Oblači trenirku pa vjetrovku, ne gleda u njega.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Još uvijek jesam, tad pogleda prema njemu, dohvati duhan, pruži mu ga i podignutih obrva ponudi da zapali s njom.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Posjedne ga u kolica i dok to čini odozgo mu promatra kosu, nema sijedih, nagne se prema njemu i upita kako se zoveš, Walid, a ti, zdravo, ja sam Mahsa, zdravo, freut mich, i skrene pogled s ogledala u liftu kojim ga vodi pred bolnicu; tamo dijele duhan i gledaju kako se patke stapaju s bezličnim zdanjima blokova boje pijeska nakon kiše i olovnim nebom. Cjepkaju priču bez žurbe, pušači koji često pletu nit u tuđini prostora, aerodroma, kolodvora, bolnica; s večeri kad čitavi gradovi padnu u komu, ponekad i čitave zemlje; oboje znaju značenje riječi el ghurba bez da su to međusobno provjerili, nešto kao ljudi koji najednom pronađu utjehu u tikovima koje dijele sa strancem što sjedi u jutarnjem vlaku, uvjere se da nisu jedini odrasli na planini, bez majke ili u kući s malo prozora. Ljudi koji su nekoć možda negdje i pripadali, sad više ne pripadaju.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Razgovor teče bez zatečenosti, priča i duhan suše grlo. Odrastao je u Tunisu, u Menzel Bourguibi, roditelji su se tu doselili i zaposlili kao metalurški radnik i profesorica francuskog, majka mu još uvijek živi između tuge i napadaja panike na krajnjem sjeveru u umjetno stvorenom mediteranskom gradu za nekadašnje radništvo koje se danas ne može pohvaliti penzijom, samo raspršenom djecom i bijedom koja i mnoge među roditeljima tjera na trula obećanja Zapada, i tako krajem prvog desetljeća toga zastrašujućeg tisućljeća u koje su tek zakoračili seli u Pariz, potom u Berlin, upisuje medicinu, nakon tri godine napušta studij skrivajući to od oca još naredne tri, postaje otac djevojčice čiju je majku do trenutka začeća vidio tek jednom, mala Amal više nije tako mala, sad ima devet godina i ne zna točno zašto je otac žut, mršav i teško govori, trudi se držati je podalje od rendgenskih snimki svojih pluća i razloga za odbijanje kemoterapije, često se vraća u krajeve gdje toplina smjesta po izlasku iz aviona napadne putnika i čije tamnozeleno šiblje naviklo na to prašnjavo tlo i prastaro kamenje sad podsjeća na njegovu tamnu put koju žutilo polako prekriva kao plahta mrtvaca, načas se zaustavlja i djeluje kao da su mu se misli razbistrile, želi izbrisati izgovoreno i istrijebiti prezent iz riječi, govora, povratiti ga u ustaljenu priču o ono malo slika u koje razvijemo život kad ga poželimo na brzinu izvjesiti kao oprane zavjese s početkom proljeća, taj prezent što koristi dok priča o sebi i što u grlo nadolazi poput jecaja koji je ipak moguće potisnuti, zatim je pita vjeruje li da se pred smrt zaista redaju slike kao pisma i reklame što poštar jedno za drugim gura kroz prorez na vratima ili je to sekunda u kojoj ne razaznajemo ništa, poništenje, blještavilo, prasak i bijeli šum, ona tad ugleda njegove požutjele zube i pomisli treba li mu sada kazati što je o tome slušala od starijih, no preduhitri je i najednom u prošlom vremenu spomene svoj posao, nije bilo jasno što je to točno radio, nešto na televiziji, spomene riječ broadcasting, je li bio novinar ili urednik, pa doda ma nevažno, komplicirano je, možda je bio snimatelj, prevoditelj, možda ipak nešto u produkciji, ljudi koji obično ne kažu točno kako zarađuju za život po svoj prilici ne vole to što rade, a nju nije pretjerano zanimalo tko ga je i gdje tjerao da provodi sate, kao mali je htio biti boksač, pa glumac, nikako doktor, i tad istim, potpuno mirnim tonom doda da nije priželjkivao ni ostati u Berlinu i možda ga je to obnavljanje pokušaja bijega bacilo u samoću, samoća u pušenje, pušenje u bolest i iščekivanu smrt, a možda je sve to bila utjeha da se štogod ipak sastavi u priču od koje pušače sad obuzima nespokoj. Osim pacijenata s cigaretama, tek pokoji šetač s psom. Pita ga&nbsp; što mu je ovdje najgore. On skupi oči kao da mu se pred nataloženim kapcima ukazao odgovor i izusti vjerojatno viza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Prije šest mjeseci predvidjeli su mu dva, otad je promijenio tri bolnice, rak mu je proždro pluća. Što li se dogodi s rakom kad čovjek umre, pomisli da je sigurno imao vremena da se to pita, ali to se ne pita. Nada koja sad zaudara na cinizam, natjerala ga je da povjeruje da će mu škripa tog kreveta na hitnom odjelu biti posljednja. Nije djelovao kao nesretan čovjek, više kao netko tko je iskusio bol i možda ga mjesecima znao cijediti, pravilno raspoređivati po predvečerjima. Lepet krila nad kanalom.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A ima li nešto da ti baš znači otkad si ovdje?, odmah je poželjela vratiti pitanje, izbrisati ga u obliku koji je sad neminovno čekao da bude propucan odgovorom.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Cigarete, njegov izraz lica poništi njezinu nelagodu.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Mahsa odvaja polutke šipka i rukama što mirišu na duhan vadi zrna ploda i pruža mu ih. Dok ga sluša, osjeti nalet tjeskobe zbog slike oca koji je umro od srčanog udara prije dolaska na sud za vrijeme procesa za skrbništvo nad njom i mlađom sestrom.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A kako si završio ovdje?, upita.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Slučajno, nisam namjeravao ostati, zavalio se u kolica bez uzvraćenog pitanja. Znaš kako kažu, putnici nikamo ne kreću misleći na povratak, doda i okrene se prema bolnici.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Pitanje se odnosilo na njegov dolazak u bolnicu. Zgnječila je cigaretu i odgurala ga do lifta, potom niz hodnik do sobe, a onda u tišini do kreveta.</p>



<p class="wp-block-paragraph">***</p>



<p class="wp-block-paragraph">17. 5. 2021.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Donese oprane trešnje, stavlja ih na tanjur koji položi na stolicu pored njegova kreveta. Pita ga želi li s njom sići i zapaliti. On cokne. Lijevom rukom otkine trešnju i niz vilicu mu se sruči kiselina. Iz mobitela se začuje vriska, tup zvuk i bučanje aviona. Prstima odlučno stiša zvuk. Ona siđe pred bolnicu i prije dima udahne miris lipe koju je nanio vjetar. Jako sunce i dioptrija, izmaglica oko stabala s druge strane kanala i oblak komaraca nad površinom, svakog časa će se rasplinuti. Rukama obgrli koljena i zatvori oči, udahne prvi dim. Pročitala je negdje da su se tu nekoć nalazila vrata grada. Ovaj grad malo što pamti od davnašnjih vremena. Cigareta obješena o usne, jedno oko zatvoreno da dimu zapriječi put u oko, najava tjeskobe. Ispljune gorak okus duhana i trešanja i odlazi po dnevnu dozu cjepiva i pregled. Danas nema pacijenata, u čekaonici nitko, kuca na vrata i sestra dobacuje Moment, bitte!, zatim izlazi majka s dječakom, majka se okreće i zahvaljuje doktoru milujući dječakovu kosu, ulazi ona. Proceduralno, bez mnogo riječi, ubod, otrov ubrizgan u labirinte krvi, opipavanje tamnih otoka na koži, pitanje, kratak odgovor, najava novog rendgena, uputa, zatim ponovna razmjena pogleda s ubogim starcima u predvorju bolnice.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Walid piše desnom rukom, zdesna nalijevo, ona s kreveta vidi da su papiri ispunjeni izblijedjelim linijama. Uzima knjigu, trudi se čitati, i bol zna za teatralnost, čita svoje misli, korice su joj štit da je ništa ne omete, izmakne ih da vidi što radi. On uzima kompjuter, kuca po tastaturi pa čita, potom ga sklapa i sprema uz krevet. Mahsa poželi uzeti mobitel u ruke i zumirati papir da vidi što piše, odatle izgleda da piše posvuda, ostavlja tragove gdje se papir bijeli. Uzbuđenje prerasta u ogorčenje. Zazvoni joj mobitel, najprije sluša glas s druge strane slušalice. Walid je ulovi pogledom, doima mu se manjom nego što je jučer bila, sluša kako se njen engleski izmjenjuje s nerazgovijetnim piskavim glasom s druge strane slušalice. Pokušava se sjetiti na koga ga podsjeća njezin naglasak. Volio bi zapaliti cigaretu i prepustiti se slušanju njenog glasa, misliti na ljude i naglaske koji ih odaju. Dok sluša, uzima mobitel i otvara Instagram. Tri blaga udarca prstom po ekranu uprizore: dječaka koji prodaje korijandar na razrušenoj ulici i govori o cijenama, muškarca koji se s kćeri kupa u moru i govori da vode nema, njemačke ministre kulture kako nešto govore gledajući čas u kameru, čas u novinara, plješću, zatim ne plješću, sve praćeno ozbiljnim izrazima lica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Završava razgovor naslonjena na jastuk što je brani od hladnoće metalnog kreveta i kroz smijeh mu kaže da je osjetila zaljubljenost u glas kolege s posla.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ne sjećam se uopće kako tip izgleda, ali taj glas i govor, čovječe, kao kad se zaljubiš, a ne znaš u koga, Walid promatra kako se rumeni postajući glasnija dok ismijava čas sebe, čas svoju simpatiju.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ispriča joj kako je u srednjoj školi na satu arapskog napamet naučio Ibn Hazijevu pjesmu iz knjige Golubov prsten, Ṭawq al-Ḥamāmah, o mogućnosti čovjekova zaljubljivanja u glas, rukopis, sliku, u misao. Pjesnik se zaljubljuje u sve to bez da ikad pred sobom ugleda ljudski lik. Tih dana mu je Mansour, prijatelj iz razreda, poklonio fotografiju djevojke izrezane iz nekih novina, duge smeđe kose i zelenih očiju, blistavih bijelih zuba i njemu tada nepoznata izraza lica ispod kojeg je pisalo Evropska djevojka. Rekao mu je da mu je dosadila, da se ne želi više dopisivati s njom i da mu prepušta druženje preko tastature. Bile su to prve godine interneta i bio je to prvi put da se zaljubio u nekoga sa slike.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Mahsa se smije. Na vrhu otkriva mali vrt i pogled na krovove zapadnog Berlina, možda je to pred njom napokon točna definicija toga što ljudi zovu downtown. Potom popuši dvije cigarete i prošvrlja bolničkim katovima. Vrati se u sobu, nema ga. Odšeće do prozora. Otamo prizor slučajnih šetača uz rijeku, zamagljena stakla na parkiranom automobilu, sve osunčano. Na njegovu krevetu nekoliko papira, pored kreveta svežanj upisanog. Osvrne se da provjeri da nije iza nje. Pogledom prijeđe po papirima i prepozna njemački, prekrižene riječi, u kutu papira arapski dijakritici, na vrhu stranice naslov Nur über meine Leiche.1 Jedan od papira nije ispisan kaligrafijom; formular s pitanjima, Osjećate li vrtoglavicu ili patite od mučnina? Patite li od neke kronične bolesti? Pored svakog pitanja dva mala kvadrata □□ za mogućnost izbora između da i ne. Svi kvadrati u stupcu pod odgovorom da su prekriženi. Pogleda prema svežnju pored kreveta i tu zadrži pogled.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sad si postala i svjedokom, dobaci joj s vrata i nasmiješi se, rukama načini polukrug i odgurne kolica. Ona se ukopa i osjeti nalet nelagode na licu.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Svjedokom čega?, okrene se prema prozoru pa naredi sebi da ne skriva pogled i uperi ga prema njemu premda sigurna da je još rumena.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ti jednog testamenta, ja jedne špijunaže, namigne joj, skupi papire i legne u krevet.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Provela je poslijepodne gledajući rasprsnuta tijela, bešumni plač ljudi pred gubitkom svijesti i svoju nelagodu.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dugo ne može zaspati. Odsjaj ulične rasvjete s kanala prodire u kut sobe. Ne vidi obrise tijela na krevetu. Tiho upita spava li. Nema odgovora. U nekom trenutku on promrmlja nešto u snu, kao da riječi grgore iz bunara.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ponovno tišina.</p>



<p class="wp-block-paragraph">San.</p>



<p class="wp-block-paragraph">***</p>



<p class="wp-block-paragraph">18. 5. 2021.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dok mu pomaže rotirati tijelo da padne na leđa, sjeti se pokreta skakača s kopljem i njihovih gipkih leđa. On propada u svoju tjeskobu i svakom minutom čini krevet lakšim.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Leže, svatko u svom krevetu, pod plastičnim oblakom tišine koji odagna tek prolazak neke medicinske sestre ili pisak kola hitne pomoći parkirana pred bolnicom. Kao zaklon od zaraze i pogleda oboje drže mobitel pred sobom. Kod nje: bijeli fosfor poput šećera u prahu pada i raspršuje se na grad, doktor oživljava djevojčicu na jurećim nosilima, tenkovi na obzoru sela,&nbsp;sveučilišna profesorica koja uz kratak opis u gornjem dijelu ekrana govori o svom otkazu zbog otvorene kritike te mašine smrti, vojnici puškama guraju nenaoružane muškarce, u Napulju crtači grafita u solidarnosti s globalnim jugom, u Iranu teokrati dali veće ovlasti moralnoj policiji.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Jesi bio kad u Iranu?, izroni glas i prene ga u gledanju vijesti (u tom trenutku dizalica ruši osnovnu školu; neće ugledati pucanj vojnika u oca koji se opire rušenju). Spusti mobitel na trbuh, pogleda je i u prsima osjeti natruhu zahvalnosti što ga je u tom času omela u gledanju prizora koji odatle ne može vrisnuti, iz tmine žuči, tog otvorenog mora ispod bolesnih pluća u kojem osjeća potop sidrenih blokova što bešumno tonu na dno.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Jesam, ali davno. Zagleda se u nju pa upita, A kad si ti otišla iz Irana?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tog časa htjela mu je kazati nikad, ali pomisli da nikad rastužuje čovjeka dupkom punog tog odgovora. Nije mogla zaboraviti dan kad je njeno ime dobilo nov izgovor i postalo Makze Noroutzpour vibrirajućeg r, vedar dan ranog ljeta na sjeveru kad je avionom dospjela u grad bez planina, bez magle i bez stabala gorkih naranči poredanih uz goleme vijadukte pune propagandnih plakata protiv Zapada, bez mukarni i golemih, oblih kupola, bez neplanske gradnje, grad u kojem se rolete ne spuštaju i u kojem nema žena koje skidaju hidžab u autu u inat suputnicima, grad bez topline, opsjednut sobom i svojom poviješću.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nekad mislim da nije moguće otići iz Irana, premda već deset godina nisam tamo, kaže.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Naslutio je odmah što želi reći. Smrt je bila tajanstvena, nedokučiva, odlazak iz zemlje nije.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Napustila sam zemlju, ali nikako da oni napuste mene, uzme duhan i počne motati cigaretu. Nabora čelo i ponudi ga.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Oni?, odbije naglim pogledom nagore.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Moralna policija, kaže dok oblizuje ljepilo rizle. Mjesecima me prate, i tad ga na tren pogleda u oči u kojima nasluti njegovo zanimanje za njenu priču, kao da je pita kako to zna.</p>



<p class="wp-block-paragraph">U tom času zamisli kako da čovjeku u kojem se svakog trenutka odvija regionalna invazija na obližnje tkivo elegantno ispriča o siluetama u zoru i predvečerje jer tad strah nabrekne i lako dopusti pjenu na usta, o strahu od nepoznatih muškaraca u automobilima nečitljivih registracija, strahu od brzih koraka i okrznutih ramena u podzemnoj, na stubištu, u snu, strahu od svog odraza u ogledalu i naglo ošišane kose, prevelikih kapa da je pokriju, strahu od tuđe odjeće i neulegnutih kreveta, od buđenja u privremenim prenoćištima i trenucima pred zoru kad razaznaje posve bijele prostore i tijela, o strahu od ruke na ustima i nečujnog krika, o želji za zubima i krvi iz ruke, o ptičjem osjećaju neprekidnog straha sklonjenom u tijelo bez utočišta.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Gledaj, sestrična mi je izgubila život zbog snimanja policije na ulici tu noć kad su oborili putnički avion, bijes je govorio iz nje. Gubimo živote zbog snimke mobitelom, a potom nešto tiše dodala, ili zbog straha od tih snimaka.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Htio joj je reći da dobro zna za taj strah. Svijet pun snimki i fotografija i zapisa i knjiga i priča, pravde nije pun. Ni to nije rekao. Mogao ju je upitati tko je od njenih poznanika bio na ulicama kad su ubili Minu, za koga drhti kad pucaju na ljude, kako dolazi do majčinog glasa kad ugase internet u čitavoj zemlji, gdje skrivaju stvari znajući da im policija može upasti u stan i zaplijeniti dnevnike i fotografske negative, ali je samo kimnuo i iskrivio usne u nešto nalik jadu. Mogao joj je kazati da dobro zna kako je doživjeti dan koji bi mogao biti posljednji. Zamisli da joj to kažem, prošlo mu je kroz misli ‒ glupavo, neukusno mudrovanje i lekcije o životu koje će dotjerati bolesnika na samrti i ljestvicu patnje. Uz lutanje misli, sobu je ispunila napukla fiziologija i kroćenje temperamenta.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Poželio je da ona neprestano govori. Njene blijede usne htjele su se obračunavati s gradovima i ljudima do kojih mu sad nije moglo biti stalo kao prije karcinoma, nije ih dovoljno poznavao niti je imao snage zamišljati ih kako se iznureno kreću kroz tunele priča. Promatrao je kako joj benigni pokreti ruke prate dikciju. Njezine buljave oči boje zemlje blistale su u slučajnostima koje ostavlja za sobom; bio je čovjek pogođen svojim nestankom. U iscrpljeno sjećanje fiksirao je njene kovrdže i crte lica, ono nužno da bi je dodao u projekciju nasumičnog redoslijeda oštećenih negativa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Htio joj je reći da ga zagrli, da ga mrvu jače stisne dok ga tako grli i izrekne mu tiho utjehu, da otrgne komadić svog entuzijazma za životom i postavi na panj stabla koji za njim ostaje, među godove i neočekivani lišaj, htio je da mu kaže da će njegova kći izabrati lijep kurziv kad jednom pažljivo bude prepisivala njegova pisma, da će zaboraviti zagasita jezera pod njegovim očima i sate svake njihove razdvojenosti, da će se kilometri bijega skupiti u oblak koji će uništiti posve običan, sunčan dan, htio je da mu omogući još jedan udisaj da u potpunosti ispune pluća planinskim zrakom po završetku pljuska, da mu obeća kontrakciju tim umirućim plućima nalik tektonskim pločama nakon potresa, trenutak prije nego će napustiti svoju sjenu kao natopljenu rukavicu na pultu dok oni sad novim medicinskim postupcima provjeravaju je li još uvijek živ prije nego sa sigurnošću upišu vrijeme smrti i nečitljivo se potpišu, htio je da ga uvjeri da će se nasukati na arhipelage tuđih sjećanja, umjesto toga zakašljao je i rekao Molim te, mogu li te zamoliti da otvoriš prozor i dodaš mi čašu vode?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Naravno, razveselilo ju je to, odala ju je boja glasa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Otvorila je prozor, prišla mu s čašom vode i tad je osjetio miris njene odjeće. Tko zna počine li i mirisi suicid uz slabašan vjetar za koji kažu da prati posljednje slike djetinjstva tik pred smrt.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Brzo je utonuo u san. U zoru je čuo zvuk kotačića transportnih nosila i viku medicinskih sestara. Dan je bio vedar.</p>



<p class="wp-block-paragraph">***</p>



<p class="wp-block-paragraph">19. 5. 2021.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Kucanje na vratima istrgne je iz sna. Okreće glavu na drugu stranu i primijeti da Walida nema. Sat pokazuje devet i dvadeset. Ponovno kucanje. Da? Uđite. Dva policajca i doktor kojeg ne poznaje na vratima. Osvrću se po sobi kao da ne traže nju, zatim je fiksiraju pogledom i kažu dobar dan. Uzvrati i dlanom prelazi preko lica želeći s lica ukloniti umor, iznenađenost i provjeriti prepoznaje li ikoga od prisutnih. Doktor kratko kaže da je moli da prije doručka popriča s policajcima, moraju je ispitati, neće dugo. Želi ih upitati gdje je Walid, ali samo kimne. Uspravi se, osjeća nelagodu i poželi da je razgovor već svršen. Predstavljaju se, došli su je kratko ispitati o njenom bolničkom cimeru koji je jutros preminuo (ne dodaju nažalost, nema sućuti, nema formula za smrt), nekoliko trenutaka svi šute, ona očekuje da jedan od trojice nastavi i spomene njene hematome, njihovog kolegu na njenim leđima ili bar izvještaj o prosvjedima, a kad se to ne ostvari, zamoli doktora da ode na toalet na katu i odmah se vraća, što i učini. Osjeti kako joj nemoć preplavi čitavu površinu tijela pod kožom. Kad se vrati, počnu je ispitivati, gotovo naizmjenično postavljaju pitanja nakon upozorenja da im ispriča sve što zna o Walidu.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nekoliko trenutaka šuti, usta su joj sad napola otvorena, gleda u doktora koji ustaje i odlazi do prozora, tad počne govoriti o jutrima i cjepivima protiv tetanusa, čini joj se da nije išao na kemoterapije, bio je otac, pomisli tad da je bio otac koji je negdje ostavio oporuku, ali to preskoči u grozdu priča iz skorašnje prošlosti; bio je mlad, kaže. Lecne se i uzvrati pitanjem što će im sve to. Policajci se načas pogledaju, onda jedan pogleda u strop ili zakoluta očima i udahne, potom mlađi i bljeđi kaže da istražuju kako je došlo do toga da zaposlenik javne televizije izbjegne potpisati kodeks ponašanja prema izvještavanju o Izraelu i tako bez cenzure objavi intervju vođen s palestinskim novinarom u Jordanu. Koji novinar, upita ona, policajac pogleda u stranu kao da nešto traži u kutu oka, zatim vadi papir s nalogom. Novinar se zove Ali Hasan Abusaylam i prije tjedan dana je čula dio tog intervjua na Instagramu, no u njemu tad nije mogla prepoznati Walidov glas ni ime u opisu pod videom.</p>



<p class="wp-block-paragraph">&nbsp;Bio je to tek početak njegovih problema. Znala je da je to jedna od propisanih priča o moći. U djetinjstvu se naslušala priča o moći, sve&nbsp; perzijske bajke o moći počinju rečenicom Bilo je tamo i bivanja i nebivanja, ničeg drugog nije bilo osim Boga.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Kad su završili s ispitivanjem, a ona s polovičnim odgovorima, doktor joj je kratko zahvalio, podsjetio je na doručak i najavio dolazak dva nova pacijenta u sobu. Imala je još nepuna tri dana u bolnici pred otpust.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Provela je dan gledajući vijesti na mobitelu i pušeći pred bolnicom. Na malom zaslonu gledala je usporenu snimku bombe koja pogađa bolnicu, bolnica se raspline u bezbroj komadića poput toksina u plućima pušača na samrti; raspadnuti aparati, komadi tijela, beživotni udovi pod ruševinama sivog betona, glasovi do kojih nitko neće doprijeti. Tu gdje je do pred koju sekundu stajala bolnica, sad nema ni kapi anestezije ni vode. Tu kuda su jučer vodili hodnici sad nečujno teče samo krv.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Legla je u krevet i počela jecati. Onda je ustala i umila se, više puta vlažeći lice vodom, potom je ručnikom do očiju prekrila lice i pogledala se u ogledalo. Ne sjeća se kad se zadnji put zagledala u svoj odraz u ogledalu. Nije osjećala olakšanje zbog nastavka svog postojanja. Žuč joj je proizvodila valove pri pomisli koliko je gorak, sramotan opstanak kad je izboren u samoći.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Popila je tablete za spavanje. Tišina se opet nametnula, skliznula je u noćnu moru o kojoj &nbsp;je ujutro nitko od novih cimera u sobi ništa nije pitao.</p>
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		<title>PAVLE&#160;ALEKSI&#262;:&#160;I pas me vi&#353;e ne&#263;e voleti&#160;(2024)
</title>
		<link>https://forumtomizza.com/it/pavle-aleksic-i-pas-me-vise-nece-voleti-2024-2/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Ivana Martinčić]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 31 Dec 2024 10:15:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Lapis Histriae IT]]></category>
		<category><![CDATA[Lapis-racconti]]></category>
		<category><![CDATA[testo]]></category>
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					<description><![CDATA[Lapis Histriae 2024: TERZO PREMIO
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"><em>Zastao sam, okrenuo se, čekao ga dok je silazio niz brdo – zasenjen naspram sutonskog neba, silazio je sa štapom niz tamnu stranu brda, a onda purpurni trag aviona iza njegovih leđa što se diže iz daleka, dok je on zalazio sve dublje pod senku a avion nastavljao da se diže, diže, diže u nebo.</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">Tog jutra ću da ustanem i ubiću psa – i pas me više neće voleti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Vratiću se i ići po dvorištu, pre nego što operem ruke popiću rakiju, tražiću upaljač po kuhinji pa ću šetati sa upaljačem bos po još mokroj jutarnjoj travi i setiću se da sam ostavio lopatu tamo gore na brdu – a onda ću da upalim cigaru što sve vreme žvaćem u ustima i sešću na stepenice zagledan u linije blata u linijama života u rukama – onda ću da odem i da operem ruke, i da bacim netaknutu cigaru u đubre, i žar će sagorevati kroz kesu – i sve to pre doručka:</p>



<p class="wp-block-paragraph">sada spremam doručak.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Gledam vodu dok ne provri. I sa vrata njegove sobe – gledam ga dok još uvek spava. Pokriven do vrha spava, kao usred zime, tupo mrda ustima, a ja uđem i širim zavese po sobi, otvaram prozore, slažem mu stvari i šta će da obuče; on se budi, zakašlje:</p>



<p class="wp-block-paragraph">„Kol’ko je to sati, kasnim?”</p>



<p class="wp-block-paragraph">„Ustaj ajde da jedemo.”</p>



<p class="wp-block-paragraph">Uzima naočare, gleda na sat.</p>



<p class="wp-block-paragraph">„Jel mi stiglo iz suda nešto, treba da mi stigne…”</p>



<p class="wp-block-paragraph">„Nema šta da ti stigne, ajde ustaj.”</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ostavljam ga dok se polako pridiže. Postavljam mu sto u kuhinji. Onda sedim za stolom dok je on još u kupatilu. Voda teče, stavlja zube, kašlje, doručak mu propada. Gledam na sat više zbog sebe no zbog njega, ustajem i stojim kraj otvorenih vrata u dvorište i gledam kako vetar smenjuje vreme. Na kraju mili kad se pojavi, seda za sto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">„Jedi sad, propade ti sve dok se ti spremiš.”</p>



<p class="wp-block-paragraph">Stavljam mu džemper oko ramena, i opet vodu za čaj da provri, pre no što kaže bilo šta. A onda uzimam i sebi i jedem sa nogu nad sudoperom. Između zalogaja, govori: „Zato te i boli stomak. Sedi lepo…”</p>



<p class="wp-block-paragraph">„Ajde ćale jedi samo molim te.”</p>



<p class="wp-block-paragraph">On žvaće staro i mrljavo i u pauzama nastavlja da govori. Skupljam sudove i perem i trljam da operem ruke i blato u tankim pukotinama u šakama. Puštam vrelu vodu niz prste zamišljen nad svime što se u poslednje vreme dogodilo, a on opet o pošti i o sudu, kao da ga još uvek to drži i i dalje čeka nešto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">„Ama šta da ti stigne, nije ništa stiglo – jedi samo!”</p>



<p class="wp-block-paragraph">Voda vri i nastavi da vri. Puštam ga da pomene nešto ali ne govori više ništa. Skuplja mrve oko tanjira salvetom. Vraćam mu nazad čaj za sto, on žvaće, gleda napolje. Kažem da ću da idem da kosim uskoro. Pitam šta da mu donesem iz prodavnice. Kažem da treba da se očisti boks i da držimo od sada drva u boksu. Stojim nad njim, gledam u njega.</p>



<p class="wp-block-paragraph">„Nemoj samo da rintaš puno.”</p>



<p class="wp-block-paragraph">Jede.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A kroz otvorena vrata u dvorište, gde zavesa oko ivica vrata vuče i vijori napolje, i gde na stolu ispred u dvorištu, sva u jutarnjem vetru i u pozno-letnjem suncu poluzatvorenih očiju sedi jedna siva mačka, rep joj visi sa stola, sedi i sklapa oči sporo, i oči gledaju ka nama. Uvija rep niz sto, svaki delić dlake pojedinačno njiše se, povija suncu, kako se i dugo nekošene travke povijaju u ogromnom polju iza nje u koje ni ne gleda, iz kojeg kao da izvire, a preko kojeg neumoljivo sporo a vidno prelaze samalački oblaci, i trava podrhtava od vetra, i kuća stoji preko i sa druge strane tog polja, i stoji pod oblakom što preko kuće prelazi, a ja stojim sa krpom u rukama nakon što sam krenuo da brišem sudoperu, a u stvari ne znam kuda sam krenuo tog jutra, i gledam tupo u tu mačku i to polje i tu kuću i tu senku oblaka nad kućom što se kao čaršav povlači, i povlači preko polja i ostavlja kuću obasjanu pod suncem, sa cvećem na terasi i sa nekim što otvara prozore na spratu kuće. Zakoračim, krenem – mačka raširi oči, ukruti, pa za sledećim korakom već skače sa stola i za vratima nestaje. Oblak se kao talas preko mladog polja približava, sto je sada prazan, zavesa – sve se menja. Menja se.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Oblaci kao sante leda. U suvoj, visokoj travi, među šipražjem. Vodi staza. Zov insekata i nagli daleki lavež, i vezane krave u polju. Odlazim u prodavnicu preko polja i vraćam se znojav i sa lubenicom. Sečem je da stane u frižider i pijem hladne vode i kašiku kiselog mleka. Navire vrućina preko dana, preko suve zemlje, kao da navire niz brdo. Po životinjama i po ljudima. On u sobi, iza zatvorenih vrata, verovatno spava.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Posle doručka i posle prodavnice, kosim donju polovinu dvorišta da završim pre velike vrućine, oko prilaza i kanala i ispred ograde. Gledam samo par koraka ispred sebe. Visi radio o kosilici. Dižem pogled i vidim ga u gaćama i u majici, stoji kraj stola u dvorištu bez ideje o mestu, saginje glavu koliko može i po žbunju traži nešto. Gasim kosilicu i čuje se muzika u podne dok jurim prema njemu:</p>



<p class="wp-block-paragraph">„Pa što si go sada šta radiš?!”</p>



<p class="wp-block-paragraph">Diže ruke ispred grudi, zove me Peđinim imenom. „Tražim…”, kaže, pa smišlja, „Pantalone tražim.” U crnim je čarapama na betonu, tako na suncu noge su mu bele, pretanke, stoji kao da stoji na ledu. „Gde si mi stavio pantalone?”</p>



<p class="wp-block-paragraph">Vodim ga unutra, prostirem pantalone na patos, stavljam ga da sedne na krevet, dižem mu jednu po jednu nogu. Promukao dok ga oblačim, viče: „Pa šta&nbsp;<em>jao bože</em>, šta ja da radim!”</p>



<p class="wp-block-paragraph">„Čekaj, drži se za mene. Čekaj ćale, čekaj!”</p>



<p class="wp-block-paragraph">„Ne mogu samo da ležim po ceo božiji dan.”</p>



<p class="wp-block-paragraph">„Hoćeš napolje il’ ćeš unutra, odluči se?”</p>



<p class="wp-block-paragraph">Gleda po sobi kao da gleda u mraku. U stranu pa dole po podu: „Ti se samo dereš”, kaže. „Kao da sam ja lud.”</p>



<p class="wp-block-paragraph">„Ne derem se nego ne čuješ.”</p>



<p class="wp-block-paragraph">„Stalno si ljut nešto… Sve vreme. Šta, šta ja da radim više…”</p>



<p class="wp-block-paragraph">„Ne ljutim se, pitam te – ako hoćeš napolje daj da te obučemo i sedi u dvorištu.”</p>



<p class="wp-block-paragraph">Masira, gura prste u oči.</p>



<p class="wp-block-paragraph">„Ima lubenice. Kupio sam ti lubenicu. Dođi sedi u dvorište, taman dok ja kosim da se o’ladi malo u frižideru. Ajde.”</p>



<p class="wp-block-paragraph">Oblačim mu košulju, uzimam ga za ruke da ustane.</p>



<p class="wp-block-paragraph">„Ajde, lepo je vreme, toplo je napolju.”</p>



<p class="wp-block-paragraph">Vodim ga za sto napolju gde seda i sledećih sat vremena sedi za stolom, čita novine, sklapa oči polako i diže oči u nebo. Sav u suncu, gleda niz dvorište u mene kako kosim.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ovo je kuća koju je izgradio. „Ovo je sve naše”, govori – kao da smo u Sokobanji. Ali naša je zemlja samo uzani pojas na pola brda, nekoliko desetina ari. Među svom tom tuđom zemljom. Na tom je mestu pre četrdeset godina iznedrio letnju kuću u kojoj sada on i ja živimo, u proleće, i u leto, u jesen, zimu. I tako od zimus. Kuća pod brdom i za brdom zaseok – govorio sam: „Tu sam sada”, kad po selu pitaju koliko ostajem.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Posle podneva, šeta oko kuće po betonskoj stazi gde je još hladovina. Gledajući od kuće uz brdo, visoka trava – krzno na vetru. Sve što je u selu je na drugoj strani i svakoga jutra idem preko brda. Kasnije sedimo za stolom u dvorištu, iseckana mu lubenica uz krišku hleba – jede s’ hlebom kao što jede grožđe.</p>



<p class="wp-block-paragraph">„Šta ćeš da jedeš sutra?”</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sleže ramenima. Iz dana u dan izvlačim stvari iz njega.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Srče sok, crveno mu niz bradu, među belim dlačicama što treba da mu obrijem – klima glavom.</p>



<p class="wp-block-paragraph">„Šta?”</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sleću mu muve, rasterujem mu sa tanjira, on briše usta: „Šta god ima”, kaže.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sedimo i mirišem travu, tek pokošenu. Kad sam bio mali, kad je kosio, govorio je to trava zove upomoć. Sad kaže to je poslednji trzaj žive biljke. Kao kad muva sleće na prste.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Penjem se na brdo po lopatu i kad se vratim pale latice ruža su pseći jezici u raskopanoj zemlji. Naprežem sebe da ne vidim. On unutra leži i u hladovini spava. Novine mu preko stomaka, gledam ga kroz prozor. Čitav dan da ne kaže ništa. Kasnije, dok grabuljam košenu travu na gomile, komšija prilazi putem, naginje se preko ograde, govori teško je to, selo nije prijalo psu, ovo je najbolje što sam mogao i da je šteta što je baš na mene palo tako nešto. Pita kako je sudija.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Kada ode stavim kafu, sedim za stolom napolju, čitam novine. Vrućina jenjava, oseća se na letnji kraj. Na ulici jure deca, šutiraju loptu o ogradu, za njima jure psi – sa kapije baba viče da se sklone sa sunca. On se pojavljuje sav usnuo, u stranom, kao da i nije tu, stoji na dovratku bos još uvek naspram dvorišta. „Šta je ćale?”</p>



<p class="wp-block-paragraph">Drži se za stomak, gleda napolje: „A gde je Rada?”</p>



<p class="wp-block-paragraph">Još čekam veče da zahladi, da uhvati vetar, da nakupim svu travu na gomilu. Da upalim vatru.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Osamdeset i šest godina ima. Do pre deset godina je radio. Rada je šezdeset godina jurcala oko njega. Na njegov imendan, pre šest godina, prešli su zauvek ovde, u praznu kuću, iz Beograda. Ostavili stan tamo Peđi, i&nbsp;<em>njegovoj</em>&nbsp;deci. Za mene to su bile poslednje godine Vankuvera. Stvari su onda još neko kratko vreme bile dovoljno dobre.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sada: psi laju pred kapijom, on stoji nad kapijom – zviždi:</p>



<p class="wp-block-paragraph">„Što ih gnjaviš, pusti ih.”</p>



<p class="wp-block-paragraph">Prilazim s kolicima da izađem, da iznesem travu kraj kanala na gomilu – ali zastanem pred kapijom, hvata me sada strah pred tim psima, sav u trenutku odjednom. Naginje se, smeje, psuje ih, oni laju uz kapiju, njih dvojica:</p>



<p class="wp-block-paragraph">„Ajde ćale, ajde da jedeš. Ajde sad će i vesti.”</p>



<p class="wp-block-paragraph">Kasnije stojim ispred dvorišta uz kanal uz vatru, grabuljam travu u plamen, ne dam vatri da se prospe dalje. Ubrzo priđu deca, okruže i zapitkuju, sve su bliža vatri a ja vičem: „Izgorećeš, beži, sklanjaj se odatle.” Psi što su bili i lajali više nisu, u travi su kraj puta, leže u daljini, čekaju. Udaljeni glas žene viče sa prozora deci, govori da se sklone od vatre, da uđu u kuću i to traje. Za njima odu i psi. Dve ptice prelete nisko nad ulicom i nestanu duž ivice šume. Potom nestaju glasovi dece što ulaze u kuću. I lavež negde daleko u dolini, što se jedva drži, skoro da ga i nema, nestaje. I što je skoro vetar, što huče dolinom kao reka, slabi. I na kraju, skoro a onda skroz i odjednom – sve mi se vrati: osećaj da mi je život u plamenu i da sve gori, a mi smo predaleko od vode, bez vatrogasca na vidiku – potpuno smo i savršeno sami. Sitni plamičci što se cepe od plamena i u vazduhu se gase i u travi nestaju – a on sedi kroz vatru gore, sa slamenim šeširom što sam mu malopre našao u ormanu, sedi kao brdo, kao dolina, kao poslednja stalna stvar koja to nije.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Okrenem se, pogledam gde i on gleda, preko ulice – oblaci kao rumeni obrazi nad vrhovima brda, u drveću, nad dolinom:</p>



<p class="wp-block-paragraph">tiho, tiho pada dan.</p>



<p class="wp-block-paragraph">To je predvečerje.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Po gašenju vatre odem i pobacam sve cigare u đubre. Uzmem iz frižidera belo vino, kiselu vodu, sednem pored njega za stolom u dvorištu, govori kako su se očerupale ruže duž staze. Govori kako nije mogao da me odvoji od tih ruža kad sam bio mali, da sam šutirao loptu u njih.</p>



<p class="wp-block-paragraph">„To je Peđa”, kažem, „Nisam to bio ja.”</p>



<p class="wp-block-paragraph">Spušta mi ruku na koleno pa je tu drži, mljacka ustima kao da razmišlja. Pita gde je Rada. „Još je nema”, kaže.</p>



<p class="wp-block-paragraph">„Nema, sutra će ona.”</p>



<p class="wp-block-paragraph">„Šta će sutra, što sutra?”</p>



<p class="wp-block-paragraph">„Ne znam ćale, pusti me…”</p>



<p class="wp-block-paragraph">Vraća ruku, ja ćutim, da ne govorim, kao da će da zaboravi. Ali nedostajanje mu ne ide nikuda.</p>



<p class="wp-block-paragraph">„A Tanja, gde ti je ona?”</p>



<p class="wp-block-paragraph">Pale se ulična svetla preko doline. Od daljine, posle tolike žege, trepere svetla kuća sa druge strane niz ogromnu padinu davno okrenutu od sunca, ocrtavaju placeve sa drvoredima i linije zemlje niz brdo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">„Jel se ti sećaš kad ste bili mali kad smo vas dovodili preko leta, pa si video jagnje kod Miše, zaglavilo se u tarabi a ti je vučeš, ono skamuče, Miša viče&nbsp;<em>pusti je, sad će slava za koji dan</em>, a ti plačeš jadan, detence malo?”</p>



<p class="wp-block-paragraph">Meko otiče dan kao voda. Ponestaje mi šta da radim da ukrotim vreme, da mi bude dan. Spuštam laktove na kolena, glavu u ruke: sunce se spušta i spusti nisko, isuviše nisko da ne može više opet da stane na noge – udaram u zid negde u sebi, na nekom mestu gde dugo nisam bio, negde gde se nikada nisam zadržavao, gde nije ostalo ništa više za čoveka da se uhvati – i nemam kud sa tim; a on žmirka u predvečerju, i zakopčava košulju, i talas raste kao oblak, kao tišina, i raste brdo, na pogrešnoj strani od sunca – i diže se vetar, i raste, raste ogromna udaljenost do sledećeg dana:</p>



<p class="wp-block-paragraph">„Imao sam baš lošu godinu ćale.”</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Fuad Hrusti&#263;: Giovani salmoni (2020)
</title>
		<link>https://forumtomizza.com/it/fuad-hrustic-giovani-salmoni-2020/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 17 Jul 2020 00:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Lapis-racconti]]></category>
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					<description><![CDATA[Premio Lapis Histriae 2020 Fuad Hrustić GIOVANI SALMONI &#160; &#160; &#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160; Dietrich e Omar venivano da noi dopo [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h3>Premio Lapis Histriae 2020</h3>
<h1>Fuad Hrustić</h1>
<h2>GIOVANI SALMONI</h2>
<p>&nbsp;</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">&nbsp;</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Dietrich e Omar venivano da noi dopo la scuola. In cucina i ragazzi mangiavano panini con tonno e insalata verde e poi se ne andavano nella camera di Omar. Giocavano per ore al computer e bevevano bibite frizzanti dalla grande bottiglia di plastica, gridando e ridendo ad alta voce. Entrambi amavano i videogiochi di guerra: dalla camera rimbombavano armi, tuonavano raffiche di fucili automatici ed esplosioni di bombe dai cannoni, come tanto tempo fa, durante l&#39;assedio a Sarajevo. I genitori di Dietrich non avevano niente da ridire sulla nostra provenienza e non gli impedivano di frequentare Omar. Lavoravano fino a sera ed erano felici che il loro figlio non passasse pomeriggi interi da solo a casa. Io quell&#39;inverno ero rimasta senza lavoro e potevo prendermi cura dei ragazzi. Faceva molto freddo, anche se raramente nevicava. Obbligavo loro a fare i compiti di matematica, a leggere la letteratura tedesca obbligatoria. Mettevo davanti a loro enciclopedie, stimolandoli a studiare piante e animali.</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Selma si trasfer&igrave; da me con Omar a settembre, dopo il divorzio. Mi disse allora di non chiederle nulla e che non sarebbe ritornata pi&ugrave; dal marito. Iscrisse Omar nella scuola pi&ugrave; vicina, trov&ograve; un nuovo impiego in un&#39;altra citt&agrave;, compr&ograve; un&#39;automobile e ogni giorno faceva un centinaio di chilometri in un senso per andare a lavorare. Nonostante tutte le disgrazie, la cosa pi&ugrave; importante per lei era non dover prendersi cura di Omar. Lui era felice con me, nella nuova scuola, con i nuovi amici. Spesso si confidava con me, parlava di suo padre senza lacrime. Mio genero, Munib, i cui genitori si erano trasferiti in questo paese negli anni ottanta dello scorso secolo, picchiava Selma. Nonostante fosse nato in Germania, pretendeva che lei lasciasse il suo lavoro, che si chiudesse in casa, che non uscisse mai senza di lui, che si coprisse, che portasse il velo. Minacciava di ucciderla, girava per la casa con un grande coltello. Selma non si sottometteva al marito, l&#39;avevamo educata a essere libera, a non sopportare la violenza, a seguire i propri sogni.</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Abitiamo in un appartamento che guarda verso un vasto parco comunale ben curato. Le stradine pedonali sono pavimentate con blocchi di cemento quadrati, accanto panchine in legno e cestini per i rifiuti. I pini, gli abeti e i platani sono da Natale decorati con lampadine luccicanti. Nei cespugli perfettamente potati si nascondono gli uccellini di citt&agrave;. Niente sporcizia, rifiuti, carta, n&eacute; bottiglie di plastica. Ci&ograve; nonostante, i ragazzi non avevano mai voglia di uscire fuori e giocare nel parco. Non si staccavano dal computer e dai giochi di guerra. Questo appartamento &egrave; di mia propriet&agrave;, mi ci trasfer&igrave; dieci anni fa, dopo la morte di Ibrahim. Lui perse la vita in cantiere, cadendo dall&#39;impalcatura di un edificio abitativo. Quando da Sarajevo venimmo in Germania, lui faceva l&#39;imbianchino e guadagnava bene. In realt&agrave;, lui non era imbianchino, per tutta la vita aveva lavorato come giornalista, scriveva per le riviste per bambini: articoli, storie, fiabe, poesie. Investii l&#39;intera somma dell&#39;assicurazione sanitaria tedesca per l&#39;acquisto di questo appartamento. La nostra vecchia casa a Sarajevo fu distrutta durante l&#39;assedio e non l&#39;ho mai ristrutturata.</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Omar e Dietrich si separano tardi, quando cala la notte e il freddo comincia a stringere, quando si accendono le luci della citt&agrave;. Si salutano a lungo sulla porta d&#39;entrata, chiacchierando dei nuovi videogiochi e pianificando l&#39;indomani. Dopodich&eacute; Omar corre alla finestra e segue la minuscola sagoma dell&#39;amico, il quale va di fretta tra i platani avvolti da lampadine luccicanti e gli alti, scuri abeti ricoperti dalla neve non ancora sciolta. Lui se ne sta immobile alla finestra fino a quando non vede arrivare sua madre; aspetta che lei parcheggi la macchina, chiuda i fari e spenga il motore. Selma &egrave; molto stanca dopo il lavoro impegnativo. Ci bacia, chiede come abbiamo trascorso la giornata, si fa la doccia e si cambia i vestiti. Ceniamo insieme. Il suo telefono non smette di squillare. La chiamano le amiche. Da poco ha una relazione con un altro uomo. Lui e tedesco. I nostri non la interessano pi&ugrave;.</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Prima di addormentarsi, quando &egrave; gi&agrave; stanco e malinconico, Omar desidera che gli racconti qualcosa del periodo in cui vivevamo a Sarajevo, quando sua madre aveva gli stessi anni di lui ora. Gli parlo dei suoi capricci, della vita sotto le bombe, dell&#39;assedio, della guerra, dei giorni da rifugiati. Gli leggo dal computer le storie che suo nonno scrisse quando arrivammo qua. Non portammo niente con s&eacute;, i testi vecchi di Ibrahim furono distrutti, bruciarono nella biblioteca bombardata dai carri armati. Non appena ci sistemammo, lui continu&ograve; a scrivere per un forte bisogno interiore; scrivendo fuggiva dalla nostalgia di casa e della vita passata. Qui era niente e nessuno, un semplice emigrato a carico dello stato. Trov&ograve; impiego come imbianchino; a mani nude guadagnava per il cibo, per l&#39;affitto, per l&#39;istruzione della nostra Selma. Qui non poteva fare il giornalista e scrivere per i bambini. Sapeva che nessuno avrebbe voluto pubblicare le sue storie e fiabe. Scriveva per s&eacute;, dopo il duro lavoro, la sera, quando si spegnevano le luci e in casa regnava il silenzio. Seduto al computer fino a notte fonda, richiamava alla mente immagini della citt&agrave; nativa, delle sue vie, del fiume inquieto, del cielo azzurro, delle montagne verdi. Con lo scrivere curava la nostalgia che lo soffocava come una pesante malattia. Dovette scappare dalla patria, e nel paese in cui trov&ograve; rifugio, non trov&ograve; per&ograve; la pace interiore, la felicit&agrave;. Soffriva infinitamente qui. Scriveva per non impazzire.</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Omar parla appena la nostra lingua, si pu&ograve; dire che non la capisca affatto. Bisogna che io traduca in tedesco ogni storia del suo nonno. In queste storie principi vivono in alti castelli e sposano graziose principesse, draghi a tre teste sputano fuoco incendiando villaggi e citt&agrave;, audaci avventurieri cercano il tesoro nelle caverne oscure, coraggiosi cavalieri vanno in battaglia su cavalli veloci, streghe malvagie volano sulle scope e gettano spaventosi incantesimi su persone e animali. Nella storia pi&ugrave; bella il figlio minore del re riesce a catturare un cavallo alato che una notte scende dai prati celestiali per bere acqua dal limpido fiume. Mette la sella al cavallo alato e diventa l&#39;eroe che rende giustizia per le strade e le vie della propria patria, che salva le principesse da maghi maligni in torri oscure, che protegge il misero popolo da aggressori crudeli. Il pi&ugrave; delle volte gli leggo la storia di un bambino che all&#39;improvviso si trova nel vortice della guerra. Tanto tempo fa, in una terra lontana, viveva un bambino che non usciva mai di casa, non si staccava dai suoi libri e ascoltava soltanto le storie del nonno, del padre e della madre. Il bambino non viveva in un mondo reale, per lui la fantasia era pi&ugrave; forte della realt&agrave;, come se camminasse sulle nuvole. Gli anni passavano e il ragazzo non vedeva alcun cambiamento intorno a s&eacute;. Soprappensiero e sconcertato, si trov&ograve; nel vortice di una guerra sanguinosa. Nel suo paese le citt&agrave; bruciavano e la gente moriva.</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Il ragazzo un giorno usc&igrave; di casa e si mise in viaggio. L&#39;unico mondo che conosceva era quello delle storie. Lungo il cammino incontr&ograve; un uomo armato. Il ragazzo era sorpreso, non sapeva nemmeno di quale esercito facesse parte. Il militare punt&ograve; il fucile verso di lui e disse:</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; &ldquo;Non puoi proseguire! Ti uccider&ograve;.&rdquo;</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; &ldquo;E perch&eacute;?&rdquo; chiese il ragazzo &ldquo;non ho fatto niente a nessuno. Non ho pestato nemmeno una formica. Vivo in una casa deserta, lontano dalla gente, con il nonno che mi vuole bene, il pap&agrave; che mi vuole bene e la mamma che mi vuole bene pi&ugrave; dei suoi stessi occhi. Non odio nessun&rsquo;essere di questo mondo. Non esiste una ragione valida per cui mi dovresti togliere la vita. Sono partito alla ricerca di nuove storie di cavallieri coraggiosi e dei loro atti eroici.&rdquo;</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Il militare replic&ograve;: &ldquo;Se uccido i tuoi genitori, si spegner&agrave; il tuo amore per le persone e continuerai a vivere provando odio. Se incendio la tua casa, diventer&ograve; padrone di tutta questa terra sulla quale un giorno te ne costruirai una nuova. Se uccido te, non ci saranno le tue storie n&eacute; la fede ribelle nella libert&agrave; che solo grazie a esse resiste nella memoria come un fuoco acceso. Non esiste una ragione per cui tu debba vivere se voglio dominare sul tuo popolo a lungo e in sicurezza!&rdquo;</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Il militare era deciso a ostacolare il cammino del ragazzo. Con la canna del fucile puntata, vicino alla morte, il ragazzo aspettava invano il cavallo alato e l&rsquo;audace cavaliere delle sue storie.</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Finito di leggere, stiamo a lungo in silenzio. Il mondo immaginario di Ibrahim ci porta lontano dalla stanza. Non sono mai riuscita a capire dove viaggiassero i pensieri di Omar. Potevo solo intuirlo dalle sue domande.</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; &ldquo;Uccidevano anche i bambini durante la guerra?&rdquo; mi chiese una volta mentre aspettavamo Selma.</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; &ldquo;S&igrave;, ogni giorno&rdquo; risposi. Dovevo essere sincera, nonostante la sua sensibilit&agrave;. Anche se spesso mi trattenevo, lo proteggevo da descrizioni dettagliate sulle atrocit&agrave; di guerra. Lo proteggevo come i miei stessi occhi. Lui per me era un enigma, che tentavo costantemente di decifrare. Cercavo di offrirgli tenerezza, attenzione, amore, tutto ci&ograve; che i suoi genitori non avevano fatto. Non avevano tempo per lui, per la sua crescita, il suo corpo fragile e la sua anima vulnerabile, per le sue innumerevoli domande su s&eacute; stesso e sulla vita. Probabilmente perch&eacute; neanche loro erano maturi, perch&eacute; entrambi erano completamente presi dalla frenesia e dal chiasso di questo mondo a colori.</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Verso la fine di gennaio, nel palazzo accanto al nostro si trasferirono degli emigranti dalla Siria e dal Pakistan. C&rsquo;era una decina di famiglie: uomini, donne e bambini piccoli. Suscitavano perplessit&agrave; e paura in tutti gli inquilini del nostro palazzo. Stavano sempre nel parco, parlavano ad alta voce, trascinavano sacchetti con cibo e bevande, buttavano i rifiuti per le stradine e il giardino. Verso sera accendevano il fuoco in cortile e cantavano qualcosa di malinconico. Dietrich e Omar in quei giorni erano visibilmente turbati, dovevo accompagnarli a scuola e a casa. Avevano paura degli scuri uomini e donne e dei loro figli disordinati. Erano convinti che quella gente avrebbe fatto loro del male. Ma al tempo stesso erano molto curiosi, si soffermavano a osservare i bambini cercando di capire il senso dei loro giochi. A loro dava fastidio il fatto che quei ragazzini dai capelli ricci e neri giocassero nel loro parco, che strillassero e saltassero dietro il pallone tutto il giorno. Non avevano mai cercato di fare conoscenza, non mostravano nessun interesse. Erano contenti quando arrivarono gli assistenti sociali e portarono gli emigranti in un altro posto.</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; &ldquo;Menomale che se ne sono andati&rdquo; disse Omar dopo la loro partenza.</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; &ldquo;Io li odiavo&rdquo; disse Dietrich.</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; &ldquo;Anch&rsquo;io&rdquo; disse Omar.</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; &ldquo;Perch&eacute;?&rdquo; chiesi.</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; &ldquo;Sono sporchi, brutti e puzzano&rdquo; disse Omar.</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; &ldquo;Anche noi eravamo cos&igrave; quando nel novantadue arrivammo da Sarajevo. Io, tuo nonno e tua madre avevamo addosso vestiti puzzolenti e stracciati&rdquo; dissi.</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; &ldquo;Voi non assomigliavate a loro!&rdquo; grid&ograve; Omar evidentemente turbato.</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; &ldquo;Eravamo sporchi e affamati&rdquo; dissi, dovevo dirgli la verit&agrave; nonostante le conseguenze.</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; &ldquo;No, mia madre non era sporca!&rdquo; url&ograve; pi&ugrave; forte. Il suo viso era rosso dalla rabbia. Le lacrime correvano gi&ugrave;.</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; &ldquo;Tutti coloro che scappano dalla guerra sono uguali; affamati, disordinati e sporchi&rdquo; dissi.</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; &ldquo;No, mia madre era sempre bella&rdquo; disse interrompendo il discorso. Prese Dietrich per mano e lo tir&ograve; in camera sua.</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Qualche giorno dopo accompagnavo i ragazzi da scuola. Nella via principale ci imbattemmo nelle dimostrazioni del partito radicale di destra. Ci riparammo in un vicolo stretto tra due negozi aspettando che i manifestanti passassero. Centinaia di persone marciavano in mezzo alla larga via con in mano striscioni sui quali c&rsquo;era scritto &ldquo;Stranieri fuori&rdquo;. Urlavano a squarciagola, battevano tamburi, fischiavano, portavano fiaccole accese, mettevano della musica musica, cantavano. All&rsquo;incrocio furono fermati dai poliziotti. Dalla folla iniziarono a volare verso di loro bottiglie, sassi, oggetti di legno. Non lontano da noi un uomo dalla pelle scura si vers&ograve; addosso della benzina e corse verso la folla con un accendino in mano. I poliziotti lo fermarono in tempo impedendo che si desse fuoco. Dalla folla si ud&igrave; un netto saluto nazista. Molti alzarono esaltati la mano destra in aria.</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; I ragazzi guardavano senza parole la confusione in strada. Erano pallidi dalla paura. Si stringevano forte a me come due uccellini spennacchiati. Abbracciavo loro per proteggerli e li coprivo con le mani. Li accarezzavo sul collo, sulle spalle, sul petto. Avevano il fiato corto, i loro cuoricini battevano all&rsquo;impazzata, mi guardavano straniti con gli occhi spalancati. &ldquo;Non abbiate paura ragazzi&rdquo; li consolavo di continuo. La polizia arriv&ograve; con i cannoni ad acqua e cacci&ograve; via la folla. Solo allora potevamo avviarci verso casa. Li tenevo stretti per mano seguendo di fretta una coppia di anziani. Potevamo udire il loro discorso. L&rsquo;uomo spiegava alla moglie che le dimostrazioni erano gi&agrave; iniziate la sera prima, dopo l&rsquo;omicidio di un tedesco all&rsquo;entrata della pi&ugrave; grande discoteca della citt&agrave;. L&rsquo;accusato era un giovane dalla Siria, si chiamava Omar. In quell&rsquo;istante Omar mi guard&ograve;. Tristezza e delusione coprirono come un&rsquo;ombra scura il suo pallido volto infantile. Sentii la sua mano stringere pi&ugrave; forte. Abbass&ograve; la testa. Era come se si vergognasse terribilmente di qualcosa. Stava in silenzio mentre Dietrich chiacchierava ininterrottamente. Davanti al palazzo lo salut&ograve; silenziosamente, non lo invit&ograve; a giocare. Per tutto il pomeriggio non usc&igrave; dalla sua camera.</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Quella sera eravamo da soli a casa. Selma rest&ograve; a festeggiare il compleanno di un suo collega di lavoro. Omar and&ograve; a letto senza salutare. Pensai che con lui fosse tutto in ordine, che avesse dimenticato i manifestanti. Mi svegli&ograve; dopo la mezzanotte. Era visibilmente turbato. Il suo pigiama era bagnato dal sudore. Sollevai la trapunta e lui si sdrai&ograve; vicino a me. Tremava tutto. Piangeva.</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; &ldquo;Che cos&rsquo;&egrave; successo?&rdquo; chiesi.</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; &ldquo;Quel giovane dalla Siria, l&rsquo;assassino&rdquo; disse tra le lacrime, &ldquo;si chiama come me.&rdquo;</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; &ldquo;Forse non &egrave; lui l&rsquo;assassino. Bisogna innanzitutto svolgere una vera e propria indagine e eseguire una giusta sentenza&rdquo; dissi.</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; &ldquo;Non voglio pi&ugrave; essere chiamato Omar&rdquo; disse.</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; &ldquo;I nomi non hanno importanza&rdquo; lo consolavo.</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; &ldquo;S&igrave; che sono importanti. Dietrich non vorr&agrave; pi&ugrave; giocare con me.&rdquo;</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; &ldquo;Certo che vorr&agrave;&rdquo; dissi convinta.</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; &ldquo;No. Perch&eacute; non ho un nome tedesco. Mi chiamo come quello sporco emigrato.&rdquo;</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; &ldquo;Hai un bel nome.&rdquo;</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; &ldquo;Non lo voglio pi&ugrave;&rdquo; disse tremando sempre pi&ugrave; forte. Iniziai a preoccuparmi per la sua salute. Pensai che avrebbe potuto ammalarsi.</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; &ldquo;Calmati. Andr&agrave; tutto bene. Dietrich verr&agrave; domani di nuovo. Smetti di piangere&rdquo; lo pregavo.</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; &ldquo;Pensi che quella gente mi caccer&agrave; dalla Germania?&rdquo;</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; &ldquo;No, per niente&rdquo; baciavo le sue mani, le guance, gli asciugavo le lacrime.</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; &ldquo;Perch&eacute; uno dalla Siria si chiama come me? La Germania &egrave; la mia patria? Dov&rsquo;&egrave; la mia patria?&rdquo;</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; &ldquo;Sono sicura che troverai la tua patria. Vuoi che ti faccia un t&egrave; o che ti legga le storie del nonno?&rdquo; chiesi. Cercavo disperatamente un modo per calmarlo.</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; &ldquo;S&igrave;&rdquo; disse, non smetteva di singhiozzare.</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; &ldquo;Quando diventi grande andremo insieme nel paese delle storie del nonno. Sar&agrave; quella la tua patria. Ci stai?&rdquo; chiesi.</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; &ldquo;S&igrave;&rdquo; disse e si asciug&ograve; le lacrime.</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Poi accesi la televisione perch&eacute; non riuscivamo pi&ugrave; a dormire. Guardavamo un documentario sui salmoni. Seguivamo le femmine che a febbraio depongono le uova sul fondo ghiaioso del limpido fiume alpino. I maschi poi vengono a fecondarle. Dopodich&eacute;, ad aprile, quando l&rsquo;acqua diventa pi&ugrave; calda, dalle uova escono pesciolini dall&rsquo;aspetto insolito. Sulla pancia hanno un grande sacchetto giallo. I pesciolini all&rsquo;inizio si nascondono tra la ghiaia e si cibano del tuorlo che portano, mentre pi&ugrave; tardi, dopo essersi liberati del sacchetto, cercano insetti e plancton. Contemporaneamente per&ograve;, sono prede di predatori, martin pescatori, aironi, lontre. A giugno i giovani pesci si raggruppano in banchi e si muovono lungo la corrente, verso la foce nel mare. Durante questo lungo viaggio devono superare numerosi ostacoli: gettarsi lungo le cascate, scavalcare dighe costruite dall&rsquo;uomo, sfuggire a pesci pi&ugrave; grossi, uccelli e pescatori astuti. Devono passare per molti paesi che il fiume attraversa. Durante il tragitto subiscono una trasformazione, crescono, perdono le macchie scure e ricevono uno splendore argenteo. Diventano dei pesci robusti e veloci. I cambiamenti pi&ugrave; complessi avvengono alle loro branchie, perch&eacute; devono adattarsi alla vita nell&rsquo;acqua salata. Alla fine del viaggio, alla foce, i giovani salmoni sono completamente trasformati. Sono pronti per la vita in mare. Ora hanno davanti a s&eacute; vasti orizzonti d&rsquo;acqua e innumerevoli possibilit&agrave; di vita e di trovare cibo. Possono immergersi liberi nelle immense profondit&agrave; dell&rsquo;oceano blu e abbandonarsi alle correnti marine. Possono nuotare lontano, ai confini estremi del Nord della Terra, alla fine del mondo. Niente pi&ugrave; li trattiene. L&rsquo;istinto che li spinge al viaggio &egrave; pi&ugrave; forte di tutti gli ostacoli. Nell&rsquo;oceano i giovani salmoni attraversano senza errore migliaia di chilometri, pur non essendoci mai stati prima. Tutto ci&ograve; lascia meravigliati gli scienziati, il loro istinto per il viaggio non &egrave; stato studiato fino in fondo. Sono forse guidati dal campo geomagnetico, dalle correnti oceaniche, dalla Luna o persino dalle stelle che brillano nel cielo? Chi pu&ograve; saperlo?</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Finito il documentario, Omar si calm&ograve; del tutto. Come se il narratore avesse per tutto il tempo parlato di lui, della sua vita, come se gli avesse mandato messaggi segreti. Forse non era in grado di cogliere fino in fondo il loro senso, forse non sapeva arrivare al loro significato nascosto. Ma che la sua delicata anima bambina lo avesse intuito, di questo ne ero certa. Lo capivo dai suoi occhi spalancati, dalla calda fiducia che emanavano. Misi la mano sulla sua fronte e lui chiuse gli occhi. Si addorment&ograve;, il suo respiro era tranquillo e profondo.</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">&nbsp;</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; &nbsp;&nbsp; traduzione in italiano Sara Blažević</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Monika Herceg: Tic-tac (2019.)
</title>
		<link>https://forumtomizza.com/it/monika-herceg-tic-tac-2019/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 23 May 2019 00:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Lapis Histriae IT]]></category>
		<category><![CDATA[Lapis-racconti]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://novi.forumtomizza.com/?p=415</guid>

					<description><![CDATA[Monika Herceg TIC&#8211;TAC &#160; Alla domanda quanto dobbiamo ancora camminare, sei settimane fa ho risposto a mia figlia [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm"><span style="color:#00000a"><strong>Monika Herceg</strong></span></p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm"><span style="color:#00000a"><strong>TIC</strong>&#8211;<strong>TAC</strong></span></p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">&nbsp;</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm"><span style="color:#00000a">Alla domanda quanto dobbiamo ancora camminare, sei settimane fa ho risposto a mia figlia ancora poco. </span></p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm"><span style="color:#00000a">La parola <em>poco</em> ha assunto completamente una nuova dimensione nelle nostre vite. Nello spostamento continuo &egrave; stata <span style="background-color:white">avverbio descrittivo</span> e unit&agrave; di misura, e spesso aveva il significato del solo passo o chilometro. <em>Poco</em> rotolava dalla lingua talmente spesso che veniva usata al posto di cena, letto, caldo, presto, microonde, asciugacapelli e altre parole ancora. Era difficile dire se <em>poco</em> fosse stata una bugia o la verit&agrave;, e ancor pi&ugrave; difficile di prima era dire che cosa in confronto ad altro fosse stato poco e che cosa molto. L&rsquo;uomo ha smesso di essere misura di tutto nel momento in cui avevamo abbandonato l&rsquo;ambiente conosciuto che ci circondava. Le misure a volte cambiavano di ora in ora, e spesso rimanevano uguali per settimane. All&rsquo;inizio erano gli aerei che limitavano il nostro spostamento. Pi&ugrave; spesso lo era il buio che, in base alla densit&agrave; e alla temperatura, dettava le ore di sonno, di cammino o di guida. La misura pi&ugrave; imprevedibile era la casualit&agrave;, che spesso chiamano fortuna. Quella pi&ugrave; difficile era la paura. Mia figlia era la misura pi&ugrave; fragile.</span></p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm"><span style="color:#00000a">Teneva costantemente in mano l&rsquo;orsetto di peluche, i cui mani e piedi ciondolavano in modo innaturale, dondolando come estremit&agrave; umane morte a ritmo di passi. La morte, quella artificiale che abitava il suo soffice corpo, rafforzava la presenza della morte tangibile. Vi udivo spesso mio marito che mi diceva di stare calma, il che mi turbava.</span></p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">&nbsp;</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm"><span style="color:#00000a">Uno degli errori dei genitori &egrave; sottovalutare gli orsetti di peluche. Nel momento in cui meno ce l&rsquo;aspettiamo, ci colgono completamente indifesi, vulnerabili al loro delicato amore di stoffa.</span></p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm"><span style="color:#00000a">Il primo e il secondo li ha ricevuti da qualcuno come regalo, il terzo e pi&ugrave; grande lo ha comprato la nonna defunta, poi ne sono arrivati altri di chiss&agrave; chi, e cos&igrave; in un momento ci siamo ritrovati circondati da famiglie di orsetti. Quando stavamo partendo, le ho detto di sceglierne uno che avrebbe viaggiato con noi, quello che secondo lei era il pi&ugrave; coraggioso per aiutarci. Ma in che cosa avremmo avuto bisogno di aiuto &egrave; stato taciuto. Lei ha scelto il pi&ugrave; spaventoso, non quello che amava pi&ugrave; di tutti.</span></p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">&nbsp;</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm"><span style="color:#00000a">*</span></p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">&nbsp;</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm"><span style="color:#00000a">Camminavamo uno dietro l&rsquo;altro, creando involontariamente una piccola fila anche quando non ce n&rsquo;era bisogno. Semplicemente, non avevamo niente di cui parlare messi cos&igrave; casualmente sulla carta geografica.</span></p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">&nbsp;</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm"><span style="color:#00000a">Non condividevamo niente e ci&ograve; era un tipo di solidariet&agrave; taciuta, la pi&ugrave; struggente. Anche quando forse non avevamo abbastanza cibo o acqua, non cercavamo aiuto gli uni dagli altri, consapevoli che nessuno &egrave; in posizione migliore. Avevamo uno zaino, ognuno un enorme zaino da montagna nel quale avevamo compresso le nostre vite. In realt&agrave;, la verit&agrave; &egrave; che abbiamo ridotto questa grande parola vita a cibo e altri fabbisogni. E di ricordi avevamo probabilmente tutti con s&eacute; solo un oggetto. Mia figlia l&rsquo;orsacchiotto, io l&rsquo;Ulisse di Joyce. Non &egrave; stato possibile portare con s&eacute; alcuna traccia di vita, qualche oggetto materiale, ma forse &egrave; stato meglio cos&igrave;. Sovraccaricati di cibo, raramente guardavamo indietro. Parlo al plurale perch&eacute; avevo sempre la sensazione che tutti noi percepissimo la gravitazione della guerra allo stesso modo, che fossimo tutti ugualmente sotto pressione.</span></p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">&nbsp;</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm"><span style="color:#00000a">*</span></p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">&nbsp;</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm"><span style="color:#00000a">Il silenzio e io abbiamo avuto un buon rapporto in passato. <span style="background-color:white">Man mano che si incarniva dentro di me negli anni di crescita al posto dell&rsquo;amore materno, l&rsquo;ho accettato come scudo, medicina e riposo.</span> Tacere, nel disordine di tutte le cose, per me significava che presto sarebbe andato meglio.</span></p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">&nbsp;</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm"><span style="color:#00000a">Tacere significava anche accettare le insidie del silenzio.</span></p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">&nbsp;</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm"><span style="color:#00000a">Non ho mai detto a mia figlia che cosa ne era stato realmente di suo padre. La parte pi&ugrave; importante della sua vita &egrave; stata cancellata con un&rsquo;esplosione vicino a casa nostra, ma lui, mio marito e suo padre, &egrave; scomparso dai nostri giorni, settimane, anni nel totale silenzio. Non potevo sopportare le conseguenze del parlare di lui, a lei.</span></p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm"><span style="color:#00000a">Se le dicessi che cosa &egrave; veramente successo, dovrei essere pronta alla sua profonda tristezza, o peggio ancora, alla completa perdita di speranza che infondeva in me. Se le mentissi e le dicessi che ritorner&agrave;, so che la ingannerei e non mi perdonerebbe mai. Alla fine ho taciuto. Forse avrei potuto mentire dicendo che <span style="background-color:white">ci ha lasciate</span> e cos&igrave; suscitare in lei rabbia, ma di nuovo avevo paura della tristezza e del fatto che avrebbe potuto pensare che non gli &egrave; bastata, lei che &egrave; stata il nucleo del suo mondo. Non potevo farlo a lui.</span></p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm"><span style="color:#00000a">Ben presto le bombe non erano solo episodi occasionali, ma precipitazioni giornaliere, e sapevo di dover scavare le nostre radici e trasferirle altrove. Il giorno in cui ci siamo lasciate dietro la citt&agrave;, guardavo a lungo gli alberi scavati vicino a casa nostra, alberi scavati dappertutto, e quelli che ancora si reggevano con i loro piedi saldi nella terra, consapevole che &egrave; solo questione di tempo quando anche essi avrebbero ceduto. Guardavo e pensavo a noi due come a due chiome d&rsquo;albero che si staccano da noi stesse. Provavo invidia per gli alberi, ma al tempo stesso tristezza, perch&eacute; andavano incontro alla morte senza obiezioni. Si trattava di bisogno o di coraggio?</span></p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">&nbsp;</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm"><span style="color:#00000a">*</span></p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">&nbsp;</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm"><span style="color:#00000a">Le stelle nel cielo di notte, per quanto l&rsquo;uomo possa concepirlo, sono incredibilmente lontane, spesso anche mille anni luce, e sono quelle pi&ugrave; vicine che possiamo vedere a occhio nudo, quelle nella nostra galassia. Il nostro vicinato dello spazio. E abbiamo la sensazione che il presente sia qualcosa di tangibile. Nell&rsquo;osservare l&rsquo;attimo come una particella del presente, spesso ci aggrappiamo proprio alla luce credendo che sia immediata, che per essa non esiste il tempo cos&igrave; com&rsquo;&egrave;. Ma anche la luce &egrave; viaggiatrice. Un&rsquo;ostinata viaggiatrice intergalattica e interstellare che ha corso per mille o miliardi di anni luce fino a noi. Persino per arrivare dal Sole alle nostre finestre le sono serviti ben otto minuti. Ed &egrave; proprio in questo concetto che moriva il nostro presente. Neanche il Sole che vedevamo era lo stesso di quel momento, bens&igrave; quello di quasi dieci minuti prima. Le stelle che vedevamo di notte erano quelle che vedevamo qualche centinaia o migliaia di anni prima. Molte di loro che osserviamo attraverso il telescopio in realt&agrave; non ci sono nemmeno pi&ugrave;. Che magia! Vedere qualcosa che non esiste pi&ugrave;. La luce ha creato uno degli inganni pi&ugrave; belli. &Egrave; stata talmente veloce che ci ha convinti di poter avvertire il presente, ma al tempo stesso ci ha dato la possibilit&agrave; di immergere i telescopi nel passato, quasi fino ai soli inizi dell&rsquo;universo.</span></p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">&nbsp;</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm"><span style="color:#00000a">Mia figlia ha sempre visto in me la madre che ero stata prima della partenza, anche se in effetti anch&rsquo;io, come molte stelle lontane, ero gi&agrave; spenta.</span></p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">&nbsp;</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm"><span style="color:#00000a">*</span></p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">&nbsp;</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm"><span style="color:#00000a">Eravamo a qualche ora di macchina dal confine, il primo che abbiamo oltrepassato. Non facevamo domande, aspettavamo pazientemente come pecore dietro il telone. Il camion ci ha lasciati su un prato circondato dal bosco e al riparo da possibili sguardi. Uno per uno scendevamo nella profonda erba bagnata di rugiada vicino al macadam lungo il quale un autista sconosciuto ci aveva trasportati. Ancora adesso sento l&rsquo;umida aria fresca del bosco, il suo respirare sonnolento e gli agitati respiri degli altri. Le piccole nuvole di nebbia attorno ai nostri visi. Due uomini hanno acceso le sigarette. Il fumo ha tentato di sopprimere il respiro freddo del bosco, e mai come allora mi ha infastidito sentirlo.</span></p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">&nbsp;</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm"><span style="color:#00000a">Lei ha dormito addosso a me ancora per ore mentre stavo seduta sul sacco della nostra vita futura. Era tutto ci&ograve; che avevamo, banconote nascoste nell&rsquo;orsacchiotto di peluche che avrebbe dovuto pagarci tali viaggi, il cibo che avrebbe dovuto tenerci in vita. E il libro che pensavo avrei potuto, come un alieno, mostrare a qualcuno per stabilire il primo contatto. Come il messaggio che l&rsquo;umanit&agrave; ha spedito nello spazio a bordo del Voyager per spiegare il proprio passato, questo era il mio messaggio al mondo che stavamo per raggiungere, un mondo estraneo che si apriva davanti a noi e per il quale volevo profondamente credere che si possa spostare di un po&rsquo;, come la persona sul sedile dell&rsquo;autobus per far sedere anche noi. Solo un po&rsquo;. Ecco, l&rsquo;ho chiesto, educatamente nella lingua della pi&ugrave; bella letteratura. Ingenuamente ho ordinato l&rsquo;Ulisse in inglese, prima del viaggio, pensando che l&rsquo;Occidente avrebbe avuto occhi per tale segno.</span></p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">&nbsp;</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm"><span style="color:#00000a">Altro? Non ho pensato molto ad altro.</span></p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm"><span style="color:#00000a">Le prime bombe e i primi spari erano un avvertimento, ma quasi nessuno ascoltava. Pensavamo che tutto si sarebbe calmato, che la guerra sarebbe scappata altrove, lontano da noi, e non ci sembrava probabile che potesse bussare cos&igrave; presto alle nostre porte.</span></p>
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<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm"><span style="color:#00000a">*</span></p>
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<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm"><span style="color:#00000a">Che cosa mi &egrave; rimasto di pi&ugrave; impresso nella memoria?</span></p>
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<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm"><span style="color:#00000a">Quando il cielo invernale si &egrave; scaraventato sull&rsquo;intorpidita mano fredda della mia bambina, ho desiderato che il biancore di cui eravamo circondate ci accecasse immediatamente e completamente. Per non dover pi&ugrave; marciare. Pensavo che sarei crollata, ma per qualche motivo i piedi mi portano avanti. A lei cola il naso. Nasconde la testa nella mia giacca.</span></p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm"><span style="color:#00000a">Il concordato trasporto stavolta non &egrave; arrivato. Camminiamo da giorni. La neve giunge alle caviglie, e man mano che saliamo verso la montagna anche la neve sale verso le ginocchia. Desidero, per la prima volta da quando siamo partiti, la morte. Una morte silenziosa e come si deve, un luogo pulito in cui non c&rsquo;&egrave; bisogno di fuggire da una maggiore paura in una minore, un luogo di profondo e stravolgente silenzio. Qui, la montagna morde ed &egrave; difficile dire dove siamo. Sento i suoi battiti come l&rsquo;unico orologio.<span style="background-color:white"> Ci sono per davvero</span> e perch&eacute; allora non sento il bisogno di mangiare. &Egrave; forse possibile che ci siamo solo spente e ora dovr&ograve; camminare lungo la schiena della montagna per l&rsquo;eternit&agrave;. &Egrave; lei questa? &Egrave; veramente lei questa oppure il mio raggirato spirito ha portato via con se il ricordo di lei? Pi&ugrave; di ogni altra cosa avevo paura dell&rsquo;eternit&agrave; in cui non siamo insieme. Tic-tac. Se il mio corpo congelato che non sente pi&ugrave; nulla non &egrave; reale, il suo cuore lo deve essere. Tic-tac.</span></p>
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<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm"><span style="color:#00000a">La mano tremante della mia bambina trienne &egrave; talmente fredda che cerco di coprirla, cerco di scaldarla con il palmo, poi con il fiato e infine, nel trascinare il suo sonno e lei, ci rinuncio e abbandono noi al freddo.</span></p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">&nbsp;</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm"><span style="color:#00000a">Io sono solo il corpo-portatore dei suoi anni. Lei pensa che tutto ci&ograve; che abbiamo passato non sia la fine del mondo, il che &egrave; qualcosa di pi&ugrave; confortante che possa offrirmi. A me, corazza di lei e del resto del suo futuro.</span></p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm"><span style="color:#00000a">La tristezza &egrave; la cosa peggiore e forse proprio questo spostamento costante sulla carta geografica verso una direzione sconosciuta &egrave; l&rsquo;unico modo per fuggire sempre ai sui assalti. Nella tristezza si pu&ograve; affondare e annegare. Finch&eacute; scappiamo, esiste sempre una probabilit&agrave; che io sopravviva, che conservi in lei la vita, non pensando a nient&rsquo;altro che alla sua mano fredda e alla montagna che ci punisce per la prepotenza che abbiamo per entrarle nella spina dorsale.</span></p>
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<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm"><span style="color:#00000a">Tic-tac.</span></p>
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<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm"><span style="color:#00000a">La polizia.</span></p>
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<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm"><span style="color:#00000a">Questi sono i miei ricordi pi&ugrave; limpidi. Il freddo. La paura. La vergogna di voler morire. Le luci e le uniformi. Il sollievo. Siamo vive. Insieme. Tic. Tac.</span></p>
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<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm"><span style="color:#00000a">*</span></p>
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<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm"><span style="color:#00000a">La natura che attraversiamo evitando i percorsi trafficati ci &egrave; in fondo a favore, almeno lo &egrave; stata nel periodo di tarda estate e primo autunno. Adesso che novembre ormai si avvicina, sento il vento a volte percuotere talmente forte da trascinarci. Principalmente sopporta bene tutte le nostre giornate. Lei, essere giocherellone a cui un giorno dovr&ograve; spiegare la polarizzazione del presente, il fatto che al tempo stesso possiamo dividere gli atomi, essere dappertutto con internet e vivere al centro della guerra, per poi scappare dalla stessa e camminare talmente a lungo da chiedersi se <span style="background-color:white">siamo come le prime trib&ugrave; che non conoscevano nemmeno l&rsquo;uso dei cavali come mezzo di trasporto.&nbsp; </span></span></p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">&nbsp;</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm"><span style="color:#00000a">Non conosco i nomi degli altri.</span></p>
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<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm"><span style="color:#00000a">Abbiamo saltato di fare conoscenza, ma viaggiamo insieme, a volte per settimane attraversiamo insieme percorsi selvaggi e scorciatoie, per settimane dividiamo la puzza e lo spazio limitato nei camion.</span></p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">&nbsp;</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm"><span style="color:#00000a">In un momento, mentre viaggiavamo stretti gli uni vicino agli altri, avevo il seno di una donna incinta sul mio viso.</span></p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm"><span style="color:#00000a">Il seno morbido e caldo, agitato dalla creatura che cresceva per cibarsi del suo calore. Pensavo di poter sentire il piccolo crescere mentre il capezzolo di sua madre faceva pressione sul mio viso. Mia figlia dormiva profondamente nel mio seno stringendomi i capelli, mentre io pensavo alle nostre vite come a delle palline con le quali giocano sul prato i cani, piccoli e grandi, aggressivi e mansueti.</span></p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm"><span style="color:#00000a">Lo abbiamo lasciato probabilmente morire. Non ho avuto cuore di sparargli, ma ancora pi&ugrave; difficile &egrave; il fatto che ora mi porto dietro quel musetto pensando a tutte le probabili morti che potrebbero capitargli. Forse una granata. O forse solo una lunga ed estenuante fame. Prego dio che sia la granata.</span></p>
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<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm"><span style="color:#00000a">*</span></p>
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<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm"><span style="color:#00000a">Sapete che cosa nessuno vi dir&agrave; mai?</span></p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm"><span style="color:#00000a">Tutto sembrava come in una qualsiasi giornata e di un qualsiasi luogo nel mondo quando &egrave; arrivata la fine del mondo.&nbsp; </span></p>
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<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm"><span style="color:#00000a">*</span></p>
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<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm"><span style="color:#00000a">In realt&agrave;, noi sappiamo che i nostri nomi non hanno pi&ugrave; il proprio contenuto, la propria vita, perci&ograve; pronunciarli &egrave; inutile. Mia figlia mi chiama mamma, io la chiamo sole o amore, o topolina, per evitare il nome nella lingua che per noi, cos&igrave; dislocate, si &egrave; quasi estinta. I nostri nomi sono diventati troppo stretti per trattenerci al loro interno, cos&igrave; come la lingua che parliamo &egrave; diventata troppo grande per noi due in una straniera ed estranea geografia. Perci&ograve; io sono mamma, e lei &egrave; amore. Un cerchio perfetto di due sostantivi comuni.</span></p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">&nbsp;</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm"><span style="color:#00000a">Il mio straziato buon marito la rimproverava con tale affetto che spesso era del tutto inutile farlo. <span style="background-color:white">Cosa intendo lui non la educhi</span>, si sentiva offeso dai miei commenti sul fatto che non si vive solo di affetto. Sono convinta che non ha provato rancore per nemmeno un istante passato con noi. Io s&igrave;.</span></p>
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<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm"><span style="color:#00000a">*</span></p>
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<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm"><span style="color:#00000a">Non potevo farle da padre. Ero quella severa, seria parte della famiglia e occasionalmente tentavo di assecondare il loro senso dell&rsquo;umorismo, ma in realt&agrave; spesso ero gelosa del loro piccolo mondo e desideravo un altro bambino solo per poterlo stringere forte a s&eacute;.</span></p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">&nbsp;</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm"><span style="color:#00000a">Oltre alla donna incinta che protegge la propria creatura con la pelle, io sono l&rsquo;unica madre del nostro gruppo.</span></p>
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<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm"><span style="color:#00000a">*</span></p>
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<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm"><span style="color:#00000a">Mentre per i corpi celesti, dai pianeti alle stelle, valevano le classiche regole alle quali anche noi ci atteniamo in strada o camminando, tale semplice fisica crollava completamente quando andavamo a osservare le minime parti della realt&agrave;. L&rsquo;unica cosa che era comune a tutti questi mondi era il vuoto. Il vuoto in cui galleggiavano i corpi celesti e il vuoto in cui galleggiavano le particelle. &Egrave; impensabile quanto vuoto ci sia nello spazio, pi&ugrave; di novantacinque per cento, e lo stesso vuoto, in percentuale anche maggiore, faceva parte dell&rsquo;atomo. In altre parole, tutti noi, esseri costituiti da atomi di carbonio, idrogeno e ossigeno, eravamo vuoti vaganti che parlavano, si moltiplicavano, osservavano il proprio vuoto e il vuoto sovrastante e quello intorno a s&eacute; tramite ingegni strani come il microscopio o il telescopio. Cercavamo i modi per giustificare il vuoto che a volte travasava dal proprio nascondiglio nella quotidianit&agrave;<span style="color:black">. Consolante era il fatto che in questo enorme vuoto eravamo costretti a renderci conto che siamo tutti della stessa sostanza perch&eacute; siamo in cos&igrave; pochi, noi esseri materiali o luci celesti</span>, e che tutte queste minuscole parti che ora mettono in funzione la meccanica di precisione del nostro corpo sono solo residui di stelle, ci&ograve; che si era formato quando la grande fabbrica del calore era frantumata in fin di vita. <span style="background-color:white">La stella che ha dato vita all&rsquo;umanit&agrave; e a una nuova, minore stella.</span></span></p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm"><span style="color:#00000a">Noi, piccoli universi di rumore e pensieri, eravamo solo una minima parte del grande ciclo cosmico che dura da miliardi di anni e siamo completamente casuali e sostituibili a una tale stella madre.</span></p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm"><span style="color:#00000a">Ma la fisica, che ci appare tanto logica e naturalmente comprensibile, cambia radicalmente qualora decidiamo di osservare le particelle e il loro comportamento. Le particelle avevano la caratteristica di dipendere dai nostri occhi e dagli strumenti di misura. Esse, semplicemente, non esistevano come particelle se non le osservavamo. Erano dappertutto, erano onda e probabilit&agrave;, per&ograve; mai un&rsquo;unica e localizzata particella, ameno che non avessimo deciso di osservarla.</span></p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">&nbsp;</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">Noi pure eravamo inspiegabili alle leggi classiche della fisica, ma come particelle eravamo di natura imprevedibile la quale dipendeva dal fatto che qualcuno ci vedesse. Quando ci muovevamo come minuscoli giocattoli per il paesaggio, eravamo un&rsquo;onda che avanzava e che nessuno sapeva dove andasse. Solo nel momento in cui qualcuno si fermava per dare un&rsquo;occhiata, ci trasformavamo in esseri umani.</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm"><span style="color:#00000a">Esseri umani che condividevano con tutti gli altri umani gli stessi atomi di una stella remota. Esseri umani che, oltre a questi atomi, non avevano in apparenza nulla in comune con il resto del mondo.</span></p>
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<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm"><span style="color:#00000a">*</span></p>
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<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm"><span style="color:#00000a">Se avevo pi&ugrave; di tutto paura della morte? No, avevo paura che me la rubassero.</span></p>
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<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm"><span style="color:#00000a">*</span></p>
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<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm"><span style="color:#00000a">Come dormivamo?</span></p>
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<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm"><span style="color:#00000a">Non lo so perch&eacute; vi interessa, ma probabilmente vi chiedete come riuscivo a dormire avendo il terrore che me la prendessero. Semplice, manette. Legavo la propria bambina. A s&eacute;. Proprio cos&igrave;. Se anch&rsquo;io avevo bisogno di riposare, mettevo la sua mano e la mia nel nostro nuovo giocattolo. Lei dormiva addosso a me. Ancora prima del viaggio avevo avvolto il suo anello con della stoffa, cos&igrave; era morbido. Non la graffiava. Non le lasciava lividi. Non avevo fasciato la mia parte. &Egrave; strano quando ti strappano via cos&igrave; l&rsquo;amore e a te ne rimane qualcosa di vivo vicino. Non puoi chiuderti e piangere.</span></p>
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<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm"><span style="color:#00000a">Non ho lividi ai polsi? S&igrave;, come vedete, sto mentendo. Per&ograve; anche voi state guardando perplessi Joyce.</span></p>
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<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm"><span style="color:#00000a">Sapevo di dover risparmiare le forze, di dover avere mani forti. Sarebbe romantico immaginare la donna che infila la sua mano nelle nude manette pensando a tutto ci&ograve; che si &egrave; lasciata dietro. Ma io ero troppo pratica per non essere ci&ograve; che dovevo essere, un valido e sano trasportatore di mia figlia.</span></p>
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<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm"><span style="color:#00000a">Tic-tac.</span></p>
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<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm"><span style="color:#00000a">Tutto diventa pi&ugrave; chiaro e comprensibile quando lei dorme su di me, quando sento il suo cuore riempirsi energicamente di sangue in intervalli regolari. Spesso mi fa ridere, se prima di addormentarsi si sforza e scoreggia dicendo <em>pup</em>. <em>Pup</em> e scivola nel sonno. Quando in sonno dice <em>pap&agrave;</em>, vedo lui di nuovo morire. Cos&igrave; vivo in lei, crolla in una sola parola ed esplode nel nulla. Pap&agrave;.</span></p>
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<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm"><span style="color:#00000a">*</span></p>
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<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm"><span style="color:#00000a">La morte era ancora una costante cosmologica. Persino le stelle che credevamo eterne erano, come anche noi, passeggere. Come anche le persone, esse nascevano e poi morivano in modi diversi. Alcune se ne andavano in sonno, silenziose e inosservate, trasformandosi in nane bianche per poi infine raffreddarsi completamente. Tali nane nere non abbiamo ancora osservato perch&eacute; lo spazio &egrave; troppo giovane e le piccole stelle morenti non si sono raffreddate al punto da annerirsi. Alcune stelle esplodevano e lasciavano dietro a s&eacute; i loro veloci, minuscoli e pesanti cuori ruotare come stelle di neutroni. Alcune dopo tale esplosione diventavano impensabili zone della totale rottura tra cognizione e fisica, i buchi neri. Poche morivano nella grande esplosione e cos&igrave; illuminavano l&rsquo;intera galassia dando tutto ci&ograve; che avevano nella nascita di un nuovo sistema planetario, di una stella o persino della vita stessa.</span></p>
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<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm"><span style="color:#00000a">Il giorno in cui &egrave; morto, mio marito era a piedi di ritorno dal mercato. Una bomba &egrave; esplosagli vicino. Abbiamo seppellito i resti della camicia. La sua luce, che sono sicura abbia per un istante illuminato l&rsquo;intero paese, <span style="background-color:white">l&rsquo;abbiamo posata</span> nella terra senza dire nulla. Ero sicura che lui, come una stella massiccia, si sia lasciato dietro un intero sistema planetario che ci stava aspettando, da qualche parte dietro le mura di casa nostra.</span></p>
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<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm"><span style="color:#00000a">*</span></p>
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<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm"><span style="color:#00000a">Rappresentiamo forse per voi un pericolo?</span></p>
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<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm"><span style="color:#00000a">Lo capisco. Madre e figlia che sono in grado di attraversare a piedi un quarto della circonferenza terrestre, lo ammetto, sono certamente capaci di un colpo di stato, capaci di dire un giorno di averne abbastanza e trascinare con s&eacute; migliaia di persone.</span></p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">&nbsp;</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm"><span style="color:#00000a">Che cosa succederebbe se un cittadino capisse di non essere un albero? Di poter ribellarsi, di poter andarsene?</span></p>
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<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm"><span style="color:#00000a">Avete ragione. Madre e figlia sono una bomba nucleare.</span></p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">&nbsp;</p>
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<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm"><span style="color:#00000a">Tic. Tac.</span></p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm"><span style="color:#00000a">Pup.</span></p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">&nbsp;</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">&nbsp;</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm"><span style="color:#00000a">traduzione in italiano: Sara Blažević</span></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Luciana Melon: La corriera (2019)
</title>
		<link>https://forumtomizza.com/it/luciana-melon-la-corriera-2019/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 22 May 2019 00:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Lapis-racconti]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://novi.forumtomizza.com/?p=413</guid>

					<description><![CDATA[Concorso Lapis Histriae 2019: finale LUCIANA MELON &#160; La corriera &#160; &#160; Giovanni aspettava in piazza l&#39;arrivo della [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h3 style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">Concorso Lapis Histriae 2019: finale</h3>
<h2 style="margin-left:0cm; margin-right:0cm"><strong>LUCIANA MELON &nbsp; </strong></h2>
<h2>La corriera</h2>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">&nbsp;</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">&nbsp;</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">Giovanni aspettava in piazza l&#39;arrivo della corriera su cui viaggiava sua madre; era andata a Trieste a &ldquo;<em>tirar la pension de vedova de gu&egrave;ra</em>&rdquo;, quel denaro che le permetteva di mantenere la famiglia, o come era solita dire lei: &rdquo;Quell&#39;anima santa, ci mantiene anche dopo morto.&rdquo;</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">Era molto duro tirare a campare con i nuovi padroni: tutto quello che aveva anche vagamente sentore di italianit&agrave; veniva disprezzato e svalutato, compreso il lavoro dei contadini italofoni ed i loro prodotti. La disgrazia di rimanere vedova a soli 32 anni con 3 figli piccoli aveva avuto questo unico risvolto positivo, anche se doloroso, della pensione che l&#39;aiutava a sopravvivere: magra consolazione quando si rigirava nel grande letto matrimoniale, che occupava ora con i suoi figli per non rimanere da sola: e per non ricordare.</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">Aveva pensato varie volte, in verit&agrave;, di andarsene dall&#39;Istria; aveva tanti parenti in Italia ed in America che avrebbero potuto aiutarla a rifarsi una vita, ma l&igrave; aveva seppellito il suo amore, e soltanto il pensiero di andarsene, le straziava il cuore come se lo dovesse seppellire per la seconda volta. Giovanni sapeva che sua madre sarebbe passata in cimitero prima di ritornare a casa, e pens&ograve; di avviarsi anche lui gi&ugrave; per la <em>ch&igrave;a</em> che conduceva al cimitero nuovo dove avevano seppellito suo padre, una decina di anni prima; ma poi fu attratto dalla figura di un&#39;anziana che gli faceva ampi gesti di richiamo; stava un poco in disparte della piazza principale, addossata al muro dell&#39;ultima casa del paese, proprio dove sostavano le corriere. Giovanni strizz&ograve; per un attimo gli occhi guardando quella figura scura, e riconobbe sua zia Tina; la lunga veste nera, il fazzoletto anch&#39;esso nero a raccogliere una massa di capelli bianchi che sfuggivano a quella lugubre prigione in tante candide ciocche tutto intorno alla fronte. Le si avvicin&ograve;: &rdquo;Ohi zia, come, anche voi qua?&rdquo;</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">&rdquo;Corri, figlio mio, corri presto.&rdquo;</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">&ldquo;Ma che cosa state dicendo zia, perch&eacute; dovrei correre?&rdquo;</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">Zia Tina gli spieg&ograve; allora di aver sentito brutte voci in bottega e di non averci fatto caso pensando si trattasse di pettegolezzi di donne. Ma poi era uscita e si era diretta verso la piazza, ed allora aveva capito tutto: ed estratto il fazzoletto immacolato dalla tasca del vestito, cominci&ograve; a soffiarsi il naso e ad asciugarsi gli occhi bagnati dalla commozione. Giovanni ancora non capiva: &rdquo;Zia, volete per piacere spiegarvi meglio e dirmi che cosa avete sentito o visto?&rdquo;</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">&ldquo;Ma non vedi da solo che cosa sta succedendo in paese in questi giorni? Ma chi avrebbe mai pensato che una cosa simile potesse accadere qua, perfino tra di noi&#8230;.&rdquo;</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">E zia Tina gli fece notare un gruppo di persone che formava un crocicchio piuttosto numeroso, fermo, vicino al muro; gesticolavano parlando a bassa voce e, di tanto in tanto, uno di loro si dava delle manate sulle cosce ridendo sguaiatamente e gettando lo sguardo verso la strada maestra che conduceva al paese. Solo adesso, che la zia glielo aveva fatto osservare, Giovanni not&ograve; quelle persone riunite in un insolito gruppetto piuttosto consistente. Qualcuno stava un poco in disparte ed anzi, Giovanni si ramment&ograve; che <em>Mat&igrave;o</em> lo aveva guardato di sottecchi mentre lui passeggiava su e gi&ugrave; per la piazza, aspettando la corriera. Per altro, ebbe l&#39;impressione che lo stesse scrutando, titubante e sorpreso, ma poi gli aveva voltato le spalle proprio quando Giovanni arriv&ograve; alla giusta distanza per salutarsi. Istintivamente si gir&ograve; per andare verso quel gruppo di paesani, presumibilmente ad informarsi se quanto aveva saputo corrispondeva alla verit&agrave;, ma la zia lo trattenne per un braccio: &rdquo;Non andare, ti prego a mani giunte, lascia stare, picchieranno anche te. Corri piuttosto ad avvisare quelli della corriera, riferisci che cosa stanno facendo questi qua.&rdquo;&nbsp; E Giovanni di rimando: &ldquo;Ma che cosa dovrei dire, zia? Qua ci sono soltanto un paio di uomini &#8230;&rdquo;</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">&ldquo;Che li aspettano per picchiarli, non vedi che hanno i bastoni e quell&#39;altro, quell&#39;assassino schifoso, lui ha indosso il soprabito, con questa temperatura. Ha sicuramente lo schioppo nascosto sotto l&#39;ascella&#8230;&rdquo;</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">Giovanni, schernendosi, le rispose poco convinto: &rdquo;Ma che cosa state dicendo, zia, ma dai&#8230;&rdquo;</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">&ldquo;Corri figlio mio, corri&rdquo; insisteva l&#39;anziana.</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">Giovanni sempre pi&ugrave; sconcertato replic&ograve;: &rdquo;Ma zia, che cosa posso mai fare io? Da solo: guardate il gruppo in quanti sono loro!&rdquo;</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">Non solo questa era la pura verit&agrave;, ma egli aveva anche timore ad esporsi, seppure per una buona azione: lui aveva altri progetti per la testa in quel momento.</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">&ldquo;Ma vuoi che picchino tua madre dopo che, disgraziata, va a Trieste ad incassare la pensione di tuo padre per mantenervi, da sola, povera vedova?&rdquo; Ma vedendo che Giovanni tentennava, insensibile a quelle parole, aggiunse: &ldquo;Non sarai mica un bastardo vigliacco?&rdquo;</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">L&#39;anziana non riusciva a capacitarsi che Giovanni rimanesse assorto, che non sapesse cosa fare, mentre lei aveva ben chiaro il da farsi: fermare la corriera e rivelare i piani dei titini. Anche Giovanni aveva ponderato questa ipotesi, ma sapeva anche che questo equivaleva ad auto-denunciarsi come traditore e pi&ugrave; tardi quella gente sarebbe venuta a cercare lui, e per punirlo dell&#39;aver fatto la spia, lo avrebbero picchiato o magari buttato in foiba. Avrebbe potuto andare a discutere con quella gente per tentare di farli desistere dai loro violenti intenti; per&ograve; aveva partecipato qualche volta alle loro riunioni e si ricordava molto ma molto bene l&#39;arroganza e la prepotenza delle loro parole e la violenza dei gesti. Quelle persone incutevano terrore soltanto a vederli, avevano sguardi arcigni carichi d&#39;odio e di perfidia; per&ograve; anche lasciar che questa gente picchiasse sua madre o peggio: &rdquo;Hanno detto che li picchieranno e butteranno gi&ugrave; per la <em>ch&igrave;a</em>&rdquo; stava ripetendo la vecchia zia, pi&ugrave; a se stessa che a lui. Sentendo quelle parole Giovanni distolse lo sguardo dal drappello di persone che continuava a confabulare tra di loro, e si gir&ograve; a fissarla esclamando: &rdquo;Chi vi ha riferito queste cose ?<em>&#8230;</em>&rdquo;</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">&ldquo;Le donne in bottega, stavano dicendo che aspettano anche loro la corriera per recuperare le cose che sarebbero state sequestrate ai viaggiatori e poi buttate via, quando sarebbero scesi tutti.&rdquo; Giovanni continuava a fissare il gruppetto di titini con sguardo assente: il suo cervello stava vagliando tutte le possibilit&agrave; di azione che aveva. La zia interpret&ograve; questo suo silenzio come meditabondo sul da farsi, e continu&ograve; insistente a raccontargli i fatti: &rdquo;E poi, feci finta di non farcela pi&ugrave; a camminare e mi fermai proprio vicino a loro; quello alto, col basco, diceva che bisogna fare in modo che si ricordino per tutta la vita di questa giornata, picchiarli perch&eacute; non dimentichino e non sbaglino di nuovo. Non aspettare figlio mio, corri gi&ugrave; per la strada maestra e tenta di fermare la corriera che non rovinino tanta brava gente.&rdquo;</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">Giovanni continuava a fissare il gruppetto di compaesani: si accorse di non conoscerne un paio, ma era ancora incredulo che quelle persone che conosceva da sempre fossero capaci di azioni come quella che la zia gli stava raccontando. Avrebbe potuto affrontarli e dir loro che sbagliavano, ma aveva paura che si rivoltassero contro di lui; si percepiva il bisogno di sfogo, di violenza, di vendetta, magari soltanto contro la cattiva sorte personale, ma si intuiva che aspettavano soltanto l&#39;occasione per sfogare la loro violenza contro qualcuno. Quando gir&ograve; nuovamente la testa verso la zia, vide che non era pi&ugrave; accanto a lui ma stava andando di buon passo sulla strada maestra, quella che conduceva al paese, aiutata dalla pendenza della strada, in discesa in quel tratto; il suo vestito nero quasi toccava per terra impedendo di vedere le scarpe e guardandola sembrava che la zia pattinasse silenziosa sull&#39;asfalto come se fosse un laghetto ghiacciato.</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">Giovanni si mise le mani in tasca e guard&ograve; di sottecchi il gruppetto che adesso lanciava occhiate sempre pi&ugrave; frequenti verso l&#39;imbocco della strada. Con passo svogliato e sbirciando se fosse stato notato, si mise sui passi della zia: quando la raggiunse, questa lo guard&ograve; accigliata e lo apostrof&ograve;: &rdquo;Tua madre, era meglio se si fosse risposata. Cos&igrave; il patrigno ti avrebbe insegnato a comportarti da uomo. Asino, lasciare che bastonino tua madre; sparisci dalla mia vista, schifoso.&rdquo;</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">Giovanni non si risent&igrave; per quanto detto dalla zia, ma soltanto la parola patrigno gli rimbombava nella testa: &rdquo;Non ci mancherebbe altro!&rdquo; pens&ograve;. Fu quel pensiero, che la madre potesse risposarsi, che lo spron&ograve; ad accelerare il passo: giunto al bivio, not&ograve; alcune persone ferme presso la stazione, e si avvicin&ograve;.</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">&ldquo;Che cosa fai qua?&rdquo; chiese con fare amichevole anche se conosceva soltanto di vista uno dei cinque; &ldquo;Aspettiamo la corriera, dir&ograve; a mia moglie di venire a casa con me&rdquo; fu la risposta.</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">Giovanni non controbatt&eacute;, ma immediatamente gli tornarono alla mente le parole della zia. Si gir&ograve; verso la vecchia che faticosamente stava giungendo; fece qualche passo verso di lei, non perch&eacute; volesse tornare indietro ma perch&eacute; in realt&agrave; non sapeva proprio che cosa fare. Zia Tina per&ograve;, come vide che si avvicinava a lei invece di correre verso il paese pi&ugrave; prossimo, si chin&ograve;, raccolse una pietra e con tutte le sue vegliarde forze gliela scagli&ograve; contro.</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">&ldquo;Brutta bestia, vuoi andare o no? Se ti prendo te le d&ograve; io, a te&#8230;&rdquo;</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">Le ultime parole sfumarono perch&eacute; Giovanni, non appena vide che l&#39;anziana si chinava a raccogliere un sasso, si mise a correre nella direzione opposta, cosa che suscit&ograve; l&#39;immediata ilarit&agrave; degli altri paesani. Si girava ogni tanto a guardarla, ma poi la strada seguiva un paio di curve e la perse di vista: e mentre correva, la sua mente vagava alla ricerca di quali parole avrebbe usato per fermare la corriera: cosa poteva dire? Non di certo la verit&agrave;, che i titini aspettavano le persone che tornavano da Trieste per picchiarle, o peggio. Se lo avesse fatto sarebbe stato costretto ad andarsene anche lui dall&#39;Istria, e subito anche, a lasciare la sua famiglia in bal&igrave;a delle vendette e delle angherie che ne sarebbero seguite. &ldquo;Se li avverto, mi impicco con le mie stesse mani; se non dico niente sono un vigliacco da non aver pi&ugrave; il coraggio di guardarmi allo specchio. Altro che <em>gnagna</em> Tina, lei &egrave; coraggiosa anche se anziana, non ha paura perch&eacute; a lei non farebbero niente, ma a me si.&rdquo;</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">Ora l&#39;asfalto della strada correva dritto tra due boschetti e se ne vedeva un bel tratto; gli mancava il fiato e rallent&ograve; un poco, piegandosi sulle ginocchia. Sentiva dolore al petto e gli faceva male il fianco; aveva esagerato, ma tra la zia che lo prendeva a sassate e la paura che i conoscenti gli facessero domande scomode, Giovanni aveva messo tutta la propria forza nelle gambe, per scappare lontano. Rallent&ograve; la corsa e vide sulla sinistra un <em>tro</em><em>żo</em> che conosceva molto bene: era una scorciatoia per andare a casa sua. Ebbe l&#39;impulso di buttarcisi di corsa prima che qualcuno lo vedesse, ma proprio quando aveva gi&agrave; fatto qualche passo addentrandosi per quel sentiero, sent&igrave; il rumore della corriera che sopraggiungeva. Si ferm&ograve; di botto e si rese conto che lo avrebbero comunque visto, anche se si fosse messo a correre; non c&#39;era n&eacute; una siepe n&eacute; un albero dietro cui nascondersi.</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">La corriera intanto stava sopraggiungendo, con il suo carico di donnette che ritornavano da Trieste; era tutto un <em>contarse e dirse</em> di quello che era successo, di che cosa avevano comperato, di quanto avevano speso, dei parenti che erano andate a trovare e tutti quei pettegolezzi che rendono loquaci ed allegre le donne.</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">&ldquo;Hai trovato lo zucchero da qualche parte? A me mancano gli elastici, ma so gi&agrave; dove andr&ograve; a comperarli la prossima volta che vado a Trieste, mi ha detto Anita&#8230;..<em>.</em>&rdquo;</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">&ldquo;E filo da cucire, l&#39;hai trovato?&rdquo;</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">&ldquo;Mia cugina mi ha portato dei limoni, guarda che meraviglia!&rdquo;</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">C&#39;era anche qualche viaggiatore maschio che faceva parte della comitiva, ma se ne stavano zitti e tranquilli, si trattava per lo pi&ugrave; di persone anziane; andavano a Trieste per acquistare attrezzi per l&#39;agricoltura e sementi. L&#39;autista ad un tratto, not&ograve; una figura maschile che sopraggiungeva da una stradina secondaria, un <em>tro</em><em>żo</em> che sbucava sulla destra della carreggiata, e rallent&ograve;: era poco pi&ugrave; di un ragazzo e si stava sbracciando per farsi notare da lui. In realt&agrave; la prima a scorgerlo fu una passeggera che lo indic&ograve; alle altre: &rdquo;Guarda l&agrave; questo scemo, ma non pu&ograve; andare a piedi fino al paese? Deve spendere i soldi per la corriera, per fare due chilometri!&rdquo;</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">Non appena la corriera rallent&ograve;, una donna seduta nei primi sedili si sollev&ograve; leggermente e grid&ograve;: &ldquo;Maria, &egrave; il tuo Giovanni!&rdquo;</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">&ldquo;Oh, mamma mia, cosa sar&agrave; successo?&rdquo; rispose la donna riponendo il lumino che aveva acquistato a Trieste e che si apprestava a portare in cimitero.</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">&ldquo;Sembra impazzito, viene&nbsp; da casa tua, ha preso il sentierino<em>..</em>.&rdquo;</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">Maria a quelle parole si sporse tra i sedili, verso i finestrini e lo vide anche lei.</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">Giovanni stava ritto, discosto dal bordo della strada, proprio all&#39;imbocco del sentiero di casa sua: Maria, svelta, prese la sua borsa e dirigendosi verso l&#39;autista grid&ograve;: &rdquo;Fermi la corriera per favore, &egrave; sicuramente accaduta una disgrazia, senn&ograve; non sarebbero venuti a chiamarmi. Oh mamma mia chiss&agrave; cos&#39;&egrave; successo!&rdquo;</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">E cos&igrave; dicendo giunse le mani davanti al petto. Aveva gi&agrave; le lacrime agli occhi, mentre ferma davanti agli scalini della corriera, di fianco all&#39;autista, mormorava sommessamente: &ldquo;Majko bożja, molim te, Majko bożja&#8230;.&rdquo;</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">La donna che per prima aveva riconosciuto Giovanni disse alla vicina, a mezza voce ma in modo che tutti sentissero: &rdquo;Povera anima, ha perso il marito, con tre figli, sola con il suocero vedovo anche lui. E adesso chi lo sa che cosa &egrave; successo di grave per venire a chiamarla qui, in modo che arrivi a casa prima che passando dal paese. Povera donna!&rdquo;</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">Giovanni intanto guardava la corriera fermarsi e la sua angoscia cresceva: sentiva un groppo in gola e tanta voglia di piangere; cosa avrebbe detto, quale scusa avrebbe trovato per far scendere la madre? Sapeva che ogni volta che andava a Trieste, la madre poi passava per il cimitero dal suo rimpianto marito rubatole cos&igrave; giovane, e lui non sapeva cosa dire per distoglierla dal suo intento. Poi la vide che stava gi&agrave; sui gradini, pronta a scendere e si rassicur&ograve;: &ldquo;Grazie Dio, Madonna Vergine benedetta, mi ha visto e scende da sola.&rdquo;</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">La corriera si ferm&ograve; a qualche metro da lui, dove c&#39;era una rientranza di terra battuta; ma lui non si avvicin&ograve; ancora. Era frastornato, gli faceva male al cuore pensare al destino di quelle persone, ma che cosa poteva dire a quella gente senza compromettere se stesso? Lui doveva terminare gli studi, farsi una famiglia, era stufo di questi tira e molla tra Italiani e Slavi, a chi era migliore, a chi aveva vinto, e a chi andava a messa e chi dal partito&#8230;.. L&#39;autista della corriera intanto era sceso ed aveva aperto il portellone del bagagliaio, mettendo in bella mostra tutto quello che portava: Maria prese la sua borsa nera dai manici consunti, piena di roba ed una pi&ugrave; piccola, una borsa a rete attraverso la quale si vedevano <em>i scartossi</em> degli alimenti che aveva comperato.</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">Giovanni non and&ograve; ad aiutarla, come pietrificato, la fissava pensando sempre alle parole da dire, alla giustificazione da dare: si ricord&ograve; di suo nonno che gli raccomandava sempre di non parlare, di non dire niente&#8230;.e lentamente si avvicin&ograve; alla corriera. La donna che per prima lo aveva riconosciuto, si sporse dalla porta della corriera e gli disse curiosa: &rdquo;Nin&egrave;to, che cosa &egrave; successo? Vi serve aiuto?&rdquo;</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">Lui la guard&ograve; e riconobbe in lei la mamma di una sua compagna di classe, una ragazza per la quale provava simpatia: &rdquo;Si, signora Ines, venga anche lei cos&igrave; aiuter&agrave; mia mamma: poi la riaccompagner&ograve; io a casa sua.&rdquo;</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">Ines non se lo fece ripetere due volte, pi&ugrave; per bramosia di sapere la novit&agrave; che per generosit&agrave; o inclinazione ad aiutare il prossimo. Lei aveva soltanto una piccola borsa che prese da sotto il sedile e scese proprio nel momento in cui l&#39;autista richiudeva il portellone del bagagliaio: egli guard&ograve; per qualche istante le due donne ed il ragazzo, ma vedendo che nessuno gli dava spiegazioni, risal&igrave; in vettura e ripart&igrave; facendo appena un cenno di saluto con la mano.</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">&ldquo;Figlio mio, che cosa succede?&rdquo;</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">Giovanni fissava la madre ma non sapeva se dire la verit&agrave; davanti ad estranei o stare zitto: rivedeva tutte quelle donne che chiacchieravano spensierate e che tra pochi minuti sarebbero state picchiate, forse tagliati i capelli forse&#8230;.ma lui che cosa poteva farci? Lui non era Padreterno, non poteva fermare il mondo. Entrambe le donne lo fissavano con sguardo interrogativo, quando da lontano videro arrivare di corsa, si fa per dire, la vecchia zia. Si era messa a tracolla la borsa di stoffa per avere le braccia libere per aiutarsi nella corsa; quando fu ad una decina di metri dal drappello, cominci&ograve; ad agitare i pugni verso di loro, gridando frasi smezzate, per il gran fiatone. Si sentiva soltanto: &rdquo;Bastardo, bastardo schifoso, le rovineranno per sempre&#8230;&rdquo;</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">Giovanni si gir&ograve; verso la madre e le disse: &rdquo;Mamma, dobbiamo andare subito a casa, hanno bisogno di te. Zia Tina conosce la strada, ci verr&agrave; da sola.&rdquo; Le tolse di mano la borsa a rete, e presala per un gomito, la spinse gi&ugrave; per il sentiero che portava a casa loro: la donna che era con loro non profer&igrave; parola e si accod&ograve;, sbirciando il ragazzo e tentando di cogliere qualche notizia dal suo sguardo.</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">La vecchia zia era intanto giunta in prossimit&agrave; dell&#39;imbocco del sentiero e si sedette su di un paracarro. Piegata, con le mani sulle ginocchia ed ansimando, continuava ad inveire agitando il pugno contro &ldquo;<em>qu&egrave;le can&agrave;ie</em>&rdquo; ed a ripetere, quasi una nenia: &rdquo;Le rovineranno, brutto bastardo, perch&eacute; non avvisarli, le rovineranno&#8230;&rdquo;</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">La madre di Giovanni si ferm&ograve; dopo pochi passi e gli disse di andare a vedere come stava la zia, e di aiutarla, che era una persona anziana; Ines a qualche punto le sussurr&ograve;: &rdquo;Signora Maria, se lei ha gi&agrave; zia Tina ad aiutarla, io allora andrei dritta a casa mia perch&eacute; &egrave; gi&agrave; tardi. Se &egrave; successo qualcosa di grave, allora mi mandi a chiamare senza indugio.&rdquo;</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm"><em>&ldquo;</em>Grazie&rdquo; rispose la madre &ldquo; ma vede, non vuol dirmi niente.<em>.&rdquo;</em></p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">&rdquo; Addio.<em>&rdquo;</em> rispose Ines imboccando la strada per casa sua.</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">Giovanni quindi ritorn&ograve; lentamente sui suoi passi, pi&ugrave; per riflettere che per obbedire alla madre. Non aveva voglia di sentire le sgridate della zia, ma d&#39;altro canto non poteva fare altro che affrontarla e giustificare il suo operato. Non appena si fu avvicinato, <em>gnagna</em> Tina lo apostrof&ograve;:</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">&rdquo;Io ho fatto cenno alla corriera di fermarsi, ma l&#39;autista ha tirato dritto, non si &egrave; fermato: se ci fossi stato tu, che sei uomo, si sarebbe sicuramente fermato, eccome se si sarebbe fermato. Tu dovevi&#8230;.&rdquo;</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">&rdquo;Oooh zia,&rdquo; la interruppe Giovanni &rdquo;se non ho detto niente avr&ograve; pur le mie ragioni, non credete? Adesso basta, andiamo a casa che mamma vi aspetta.&rdquo;</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">La vecchia fu talmente sorpresa da quella risposta cos&igrave; stizzita che non reag&igrave; e si incammin&ograve; per il sentiero ripromettendosi di ritornare sull&#39;argomento quanto prima e rimandando i rimbrotti che aveva sulla punta della lingua. Da lontano veniva il rumore della corriera che affrontava la salita che portava al paese, ed entrambi volsero istintivamente lo sguardo in quella direzione: nessuno dei due profer&igrave; parola. Soltanto l&#39;anziana ogni tanto giungeva le mani e poi torcendosele si lamentava: &rdquo;Gente mia, cosa succede qua, senza Dio&#8230; gente senza cultura e senza Dio &hellip; tra di noi, gente mia, chiss&agrave; che cosa succeder&agrave; domani. Dobbiamo aver paura di svegliarci la mattina&#8230;.&rdquo;</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">Giunti a casa trovarono la madre che gi&agrave; aveva preparato la tavola con pane bianco, mortadella e limonata, tutto portato da Trieste. Era contenta, soddisfatta della sua giornata; da quando era rimasta sola e con quella gente che ora comandava a casa sua, viveva alla giornata ringraziando Dio di quello che le era rimasto: i suoi figli, la sua casa, la sua fede.</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm"><em>Gnagna</em> Tina aveva sbollito la sua ira nella camminata fino a casa, ed ora guardava di sottecchi Giovanni aspettando un suo segnale per sfogarsi e raccontare quanto era successo. Giovanni per&ograve; evitava di guardarle negli occhi, e continuava a pensare a quelle donne che venivano, forse in quello stesso istante, massacrate di botte. Non si sentiva in colpa per non aver avvisato l&#39;autista, soltanto era triste perch&eacute; quel fatto era accaduto proprio a lui: avrebbe voluto non sapere nulla, che la zia non lo avesse coinvolto in quella penosa faccenda. Lui non era mai stato coraggioso; da quando suo padre era morto, gli avevano sempre raccomandato di non esporsi, di evitare la politica, le riunioni&#8230;..e lui lo aveva sempre fatto; da adolescente qual&#39;era non aveva capito che quell&#39;insegnamento era dettato dalla paura di perderlo e non come norma di vita, di comportamento.</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">Si sedettero tutti al desco, si fecero il segno della croce e mentre la madre raccontava quello che aveva visto a Trieste, finalmente Giovanni e <em>gnagna</em> Tina si guardarono in faccia. Uno sguardo lungo, freddo quello della zia, incerto ed implorante quello di Giovanni. Si versarono un bicchiere di limonata, e fecero tintinnare i bicchieri in un brindisi alquanto inconsueto: in quell&#39;esatto istante, Giovanni sent&igrave; un nodo in gola ed una impellente voglia di piangere. Fingendo che un boccone gli fosse andato di traverso, tossendo usc&igrave; fuori, sulla <em>rud&igrave;na</em> e guard&ograve; nel buio verso il paese: regnava il silenzio pi&ugrave; assoluto. Pens&ograve; che forse non era successo nulla, che la vecchia <em>gnagna</em> aveva sicuramente frainteso le parole.</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">&rdquo;E poi<em>&rdquo;</em> pens&ograve; &ldquo;che cosa avrei potuto fare io, da solo, contro tutta &#39;sta gente?&rdquo;</p>
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<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>
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