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	<title>Testi dei partecipanti &#8211; Forum Tomizza</title>
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	<description>Incontri Internazionali di Frontiera</description>
	<lastBuildDate>Wed, 04 Jun 2025 06:56:33 +0000</lastBuildDate>
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	<title>Testi dei partecipanti &#8211; Forum Tomizza</title>
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	<item>
		<title>Erika &#352;por&#269;i&#263; Calabr&#242;: &#8220;Il binomio follia-risata in Giuseppe (Pippo) Rota&#8221; (2025)
</title>
		<link>https://forumtomizza.com/it/erika-sporcic-calabro-il-binomio-follia-risata-in-giuseppe-pippo-rota-2025/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Neven Ušumović]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 04 Jun 2025 06:56:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Testi dei partecipanti]]></category>
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					<description><![CDATA[Intervento di Erika Šporčić Calabrò al 26° Forum Tomizza a Umago, il 23 maggio 2025.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<h3 class="wp-block-heading"><strong>FORUM TOMIZZA 2025</strong></h3>



<h2 class="wp-block-heading">CONVEGNO&nbsp;<strong>&nbsp;<strong>ELOGIO DELLA FOLLIA</strong></strong></h2>



<h4 class="wp-block-heading"><strong>COMUNITÀ DEGLI ITALIANI “FULVIO TOMIZZA” UMAGO</strong></h4>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Erika Šporčić Calabrò</strong></h2>



<h4 class="wp-block-heading">&#8220;<strong>Il binomio follia-risata in Giuseppe (Pippo) Rota</strong>&#8220;</h4>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>INTRODUZIONE</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>“[…] la gente ha bisogno di questo, di ridere, per dimenticare almeno un po’ la quotidianità e i suoi innumerevoli problemi”</em> (Jelicich Buić 2005) è questo lo scopo principale della produzione teatrale di Giuseppe Rota.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La “risata” è la parola chiave che lega il teatro di Rota al tema del Forum Tomizza di quest’anno, il quale ruota intorno alla follia e a tutte le sue sfumature.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La dea Follia, come sostiene Erasmo, è la vera dominatrice della civiltà e dell’esistenza di ogni uomo, è quella forza vitale positiva presente pure nei personaggi rotiani. Infatti, in essi vi è quel “pizzico di follia” che li rendono immediatamente riconoscibili al pubblico.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>SVOLGIMENTO</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Giuseppe Rota, fu un esponente di spicco della minoranza nazionale italiana presente in Slovenia e Croazia, ricoprì posizioni di leadership importanti e con devozione tutelò l’italianità di tali luoghi. Umaghese <em>doc</em>, ma nato a Siracusa (in Sicilia) nel 1936, fu professore di lingua italiana e francese, giornalista, conduttore radiofonico per Radio Capodistria e per l’emittente locale umaghese, fu autore, regista, sceneggiatore e attore delle sue stesse commedie, guida turistica, più volte preside delle istituzioni scolastiche della minoranza italiana, precisamente del centro medio di Buie e, prima negli anni ’60 e poi dal 1980 al 2001 preside della scuola Galileo Galilei di Umago (per la quale, peraltro, nel 1964 suggerì il nome che ancora oggi porta). Rota fu più volte presidente della Comunità degli Italiani “Fulvio Tomizza” di Umago; fu Presidente dell’Assemblea dell’Unione Italiana dal 1992 al 2002, Presidente del Consiglio cittadino della Città di Umago nei mandati ’93-’97 e ’97-’01, nonché Vicepresidente della Regione Istriana dal 2001 al 2005. Insomma, una personalità colta, attenta e centrale nei momenti più critici della storia del secondo Novecento per ciò che riguarda (naturalmente) la Comunità Nazionale Italiana dell’Istria croata e slovena.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Giuseppe Rota fu altresì promotore del gruppo filodrammatico del CIC (Circolo italiano di cultura) di Umago, che iniziò ad operare già negli anni Cinquanta, ma che ebbe un notevole sviluppo a partire dagli anni Sessanta del secolo scorso soprattutto grazie al suo zelante e scrupoloso impegno. Inizialmente adattava testi di altri autori, me ben presto iniziò a scrivere testi di proprio pugno.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Difatti, è autore di sette commedie: <em>Sposite e te vedarà!</em>, <em>Carosello umaghese</em>, <em>Sposarse… ogi</em>, <em>Clienti… esigenti</em>, <em>Xe tuti parenti streti</em>, <em>Vita de casa nostra </em>(la prima commedia scritta, 1974) e <em>Se vivi una volta sola</em>; dello scherzo <em>L’ultimo de carneval</em>; del radiodramma <em>Odissea di un adolescente</em>; del monologo <em>La telefonata</em>; del dramma <em>Maledetti Confini!; </em>e del testo narrativo <em>Marina</em>; nonché autore di innumerevoli altri testi, come scenette e articoli vari. Per la sua produzione teatrale venne inserito nel filone letterario dei drammaturghi della comunità nazionale italiana.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il teatro di Rota è un teatro di tipo popolare e, in quanto tale, rappresenta lo specchio della società istriana del secondo dopoguerra. Il mondo che Rota mette in scena è quello delle tradizioni, degli usi e dei costumi di un determinato popolo. Il ritmo narrativo vivace, la cultura dialettale (l’istro-veneto) l’importanza del costume e il recupero della memoria sono aspetti che fortemente caratterizzano il teatro di Rota.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Rota mise in scena fatti realmente accaduti ad Umago: ne è un esempio lampante il dato inserito in Carosello umaghese relativo al tentato bombardamento del porto di Umago in seguito al ritiro delle truppe tedesche. La narrazione dettagliata dell’episodio da parte di uno dei personaggi della commedia può essere considerata attestazione storica e, più precisamente, testimonianza sociale e politica del tempo. Nella produzione letteraria di Rota vi sono però innumerevoli altre testimonianze sociali: per esempio, l’esistenza dei piroscafi che collegavano quotidianamente Umago a Trieste, e viceversa, l’uso di cognomi tipici del territorio (Bonafin, Santin), la pratica di “andare a Trieste” per fare la spesa, l’arrivo, non sempre gradito, dei “parenti triestini”. Sono tutti aspetti, questi, che caratterizzano la vita quotidiana della popolazione e che finiscono per diventare parte del “costume” del popolo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La maggior parte delle opere di Rota presenta il tipico intreccio narrativo che si fa portavoce della diversità di vedute tra diverse generazioni, quali i conflitti tra coniugi, tra genitori e figli o semplicemente, tra giovani al passo con i tempi e anziani rimasti ancorati alle tradizioni. Le tematiche affrontate vanno dai divertenti intrecci narrativi che vedono i protagonisti trovarsi in qualche impiccio, al serioso e impegnativo tema dell’esodo, dal frequente tema amoroso ostacolato dai genitori, al ricorrente tema del turismo affrontato con umorismo. L’autore propone temi vivaci e leggeri senza, tuttavia, risultare frivoli e superficiali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le commedie si concludono tutte con un lieto fine e soddisfano pienamente le aspettative del pubblico. <em>Leitmotiv </em>delle opere sono, per esempio, la difficoltà crescente di affrontare i costi della vita, i pettegolezzi di piazza, nonché i rimpianti del tempo passato. Insomma, tutti temi ancora oggi molto attuali. Per questa ragione, si può affermare che, a prescindere dalla trama, le commedie di Rota manifestano una realtà sociale passata compatibile con quella del presente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per quanto riguarda gli aspetti linguistici, Giuseppe Rota utilizza un linguaggio dialettale chiaro e immediato, con battute fresche, spiritose, spontanee e molte espressioni popolari; spesso appaiono giochi di parole e non di rado i personaggi vengono fraintesi in un susseguirsi di battute allegre e avvincenti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tutti i personaggi delle opere di Rota appartengono al mondo popolare e, con ogni probabilità, è questo il fattore che maggiormente ha contribuito al successo delle sue commedie.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Infatti, in esse regnano malintesi, vizi e virtù dei protagonisti. Ma non sono vizi o virtù di eroi o personaggi straordinari, bensì caratterizzazioni della gente comune. Gente comune che, però, si distingue per la spiccata individualità. Individualità che a prescindere dall’essere caratteristica tipica di un singolo soggetto teatrale, può essere altresì riscontrata nei tratti specifici della personalità di coloro che appartengono al mondo reale. In altre parole, nelle commedie di Rota il pubblico vede sé stesso, si immedesima nei personaggi in scena e, molto spesso, intuisce ciò che potrebbe accadere sul palcoscenico. I personaggi che Rota plasma sono dunque tipicità stereotipate, soggetti le cui azioni sono spesso prevedibili, ma mai privi di naturalezza e veridicità. I personaggi tipizzati, malgrado gli stereotipi, non sono artificiosi e consistono di una forte caratterizzazione psicologica. Così, come già detto, è facile spesso intuirne le azioni o i pensieri. Ciò può essere colto, per esempio, nel protagonista di <em>Xe tuti parenti streti</em>, Gusto, dotato di abbondante parlantina e di astuzia che riesce a cavarsela persino nelle situazioni più improbabili. In questo senso, il concetto di follia non riguarderebbe il personaggio in sé (sebbene sia molto fantasioso), bensì la situazione inverosimile che egli stesso va creando.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nelle commedie si possono ritrovare talvolta soggetti che nel mondo comune passerebbero perlopiù inosservati (casalinghe, camerieri, nonne), ma che all’interno dell’opera di Rota assumono un ruolo chiave per la risoluzione dei conflitti o degli intrecci narrativi. Per esempio Claudia di <em>Sposite e te vedarà! </em>che, a dispetto del ruolo, è tutt’altro che passiva, oppure Carleto di <em>Vita de casa nostra </em>che, malgrado il suo carattere titubante e la sua balbuzia intermittente, riesce coraggiosamente a sbrogliare l’intreccio della narrazione e mettere in salvo il protagonista dalla situazione imbarazzante in cui si era venuto a trovare. Infatti, questo personaggio, risulterebbe marginale se non fosse per la sua risolutezza conclusiva.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un&#8217;altra figura tipizzata è Meneghetto, il barbiere-cameriere umaghese, protagonista della commedia <em>Clienti… esigenti</em>, che un 23 maggio (casualità, come oggi, patrono San Pellegrino!) riceve un gruppo di turisti nell’osteria della zia. Meneghetto zoppica, sente e parla a fatica, tartaglia, travisa (è il caso di dire, prende fischi per fiaschi): gli evidenti difetti fisici di Meneghetto non precludono la sua intelligenza, sicché alla fine egli riesce a reagire a quel marasma di ordinazioni e contrordinazioni indecise e scombinate dei clienti. Egli rappresenta lo stereotipo del personaggio buffo e, al contempo, suscita comicità e compassione. La comicità è data dall’aspetto esteriore con il quale si presenta, mentre la compassione è determinata dalla consapevolezza di dover sempre accontentare gli altri, fino a quando, però, è lui a ribaltare la situazione e mandare via i clienti perché, appunto, “troppo esigenti”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In generale, analizzando nell’insieme le commedie di Rota, si può affermare che oltre ad essere bislacco l’individuo in sé, paradossali sono, spesso, pure le situazioni che si vengono a creare, esattamente come succede nelle realtà. E ancora una volta, il teatro diventa specchio della società. Un intreccio di umorismo e realismo che rende l’opera di Rota ancora molto attuale.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>CONCLUSIONE</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>“Tre&nbsp;cose&nbsp;esistono veramente: Dio, la&nbsp;follia umana&nbsp;e il riso. Le prime due sono oltre la nostra comprensione, quindi dobbiamo accontentarci della terza.”</em> (J. F. Kennedy) Questa citazione riassume impeccabilmente l’esistenza umana. Per essere felice è, infatti, indispensabile che il piacere trovi il suo giusto spazio. Il piacere si traduce principalmente nell’esigenza di abbandonarsi al bene, dunque al buonumore e al sorriso. Non per niente si dice “ridere come un matto” o “come un pazzo”. Questi aggettivi, questi modi di dire caratterizzano bonariamente molti dei personaggi delle commedie di Giuseppe Rota. Ed è per questa ragione che, come dissi all’inizio, il connubio risata-follia è indiscutibilmente quella che più porta ad una vita sana, piena, appagata. È quella forza vitale positiva che ci rende audaci, ma senza esagerare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se ci pensiamo un po’, ridere è un&#8217;attività tipicamente umana, in grado di comunicare alle altre persone il nostro stato emotivo: in tal modo manteniamo i legami sociali fondamentali e trasmettiamo un ingrediente estremamene potente, che può fare tutto, il sorriso.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Baldwin, Chris: &#8220;The Audience in the Era of Post Shame&#8221; (2025)
</title>
		<link>https://forumtomizza.com/it/baldwin-chris-the-audience-in-the-era-of-post-shame-2025-2/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Neven Ušumović]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 27 May 2025 11:31:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Testi dei partecipanti]]></category>
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					<description><![CDATA[Intervento di Chris Baldwin al 26° Forum Tomizza a Capodistria, il 22 maggio 2025.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<h2 class="wp-block-heading"><strong>FORUM TOMIZZA 2025</strong></h2>



<h2 class="wp-block-heading">CONVEGNO <strong> <strong>ELOGIO DELLA FOLLIA</strong></strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">PALAZZO PRETORIO, CAPODISTRIA</p>



<div class="wp-block-group is-nowrap is-layout-flex wp-container-core-group-is-layout-8f761849 wp-block-group-is-layout-flex">
<div style="height:100px;width:0px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer wp-container-content-6388d5dc"></div>
</div>



<div class="wp-block-group is-nowrap is-layout-flex wp-container-core-group-is-layout-8f761849 wp-block-group-is-layout-flex"></div>



<h2 class="wp-block-heading">Chris Baldwin</h2>



<h4 class="wp-block-heading">&#8220;The Audience in the Era of Post Shame&#8221;</h4>



<div style="height:64px;width:840px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph"><em>Don’t mention the children.</em></p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph"><em>Don’t name the dead children.</em></p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph"><em>The people must not know the names</em></p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph"><em>of the dead children.</em></p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph"><em>The names of the children must be hidden.</em></p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph"><em>The children must be nameless.</em></p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph"><em>The children must leave this world</em></p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph"><em>having no names.</em></p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph"><em>No one must know the names of</em></p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph"><em>the dead children.</em></p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph"><em>No one must say the names of</em></p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph"><em>the dead children.</em></p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph"><em>No one must even think that the children</em></p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph"><em>have names.</em></p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph"><em>People must understand that it would be dangerous</em></p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph"><em>to know the names of the children.</em></p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph"><em>The people must be protected from</em></p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph"><em>knowing the names of the children.</em></p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph"><em>The names of the children could spread</em></p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph"><em>like wildfire.</em></p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph"><em>The people would not be safe if they knew</em></p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph"><em>the names of the children.</em></p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph"><em>Don’t name the dead children.</em></p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph"><em>Don’t remember the dead children.</em></p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph"><em>Don’t think of the dead children.</em></p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph"><em>Don’t say: ‘dead children’.”</em></p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph"><em>(</em><em><u><a href="https://proletarianpoetry.com/2016/04/22/dont-mention-the-children-by-michael-rosen/">Don’t Mention the Children &#8211; By Michael Rosen</a></u></em><em>)</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">I was struck by two lines in particular in this year’s introductory text for the&nbsp;<a href="https://forumtomizza.com/forum-tomizza-2025-21-5-24-5/">Forum Tomizza</a>&nbsp;2025:</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>We recognize the madness of overestimating one’s own power.</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>and</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Postmodern thought…brings the language of madness closer to the language of literature: the otherness of madness is a means of resistance that artists rely on in opposing contemporary forms of repression.</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">Well, as a theatre director I had a kind of intellectual and emotional rejection of the thought that it was post-modernism which brings madness closer to literature. And this is what I will try to address today in the following fifteen minutes.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In medieval English theatre there is a figure (a early character type) called the vice. It is a representative of the devil and appears in many plays including the English mysteries. These vices and devils are given the task of trying to lure man away from conversion and from God’s path. And all these vice figures have certain traits in common. They,</p>



<p class="wp-block-paragraph">· are linguistically dexterous, brilliant and articulate with words,</p>



<p class="wp-block-paragraph">· employ parody, sarcasm and irony to belittle,</p>



<p class="wp-block-paragraph">· use anti-religious jabs. These are their stock-in-trade.</p>



<p class="wp-block-paragraph">· always display some form of physical deformity.</p>



<p class="wp-block-paragraph">The figure of the vice is also a social satirist hinting at political motives for priestly conduct.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In other words, through the character of the vice, the spirit of carnival, leapt into theatre.</p>



<p class="wp-block-paragraph">The vice figure as a character in a play possesses that central quality unattainable in carnival: plays explore&nbsp;<strong><em>relationships</em></strong>&nbsp;between individuals and roles &#8211; while rituals (like carnival) only deal with roles.</p>



<p class="wp-block-paragraph">So in theatre, the vice becomes dynamic, able to take us, the audience, on a journey. And the key element in this is always&nbsp;<strong><em>our willingness</em></strong>&nbsp;<strong><em>or not</em></strong>&nbsp;to go on that journey,&nbsp;<strong>to be seduced…or not.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">The vice is the antecedent to the clown, an improvising marauder whose impulse is to create mayhem.</p>



<p class="wp-block-paragraph">As important as this is, it means little unless we recognise that the power of the vice/clown lineage is in the fact that he stands&nbsp;<strong>much closer to the audience</strong>&nbsp;than to the play.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Shakespeare’s working life straddled two epochs. The very late medieval theatre had declined by the time he was producing plays, and public playhouses had been established. Gradually the theatrical conventions of medieval theatre got abandoned too. But one key element never completely died. He incorporated the vice figure into his plays, and very clearly so into his early plays.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I want to talk briefly talk about the play Richard III from 1592 – written some 50 years after the death of Erasmus – a play in which Richard of Gloucester becomes king through a series of grotesque acts of violence.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Who else, apart fro Richard himself, can be considered involved in his upward trajectory? What happens when Richard of Gloucester moves across the stage and declares himself a shape-shifting vice? We will try to answer this in a moment. But first let me suggest the writing of this play marks a critical moment in the history of the English playhouse because the anti-character has taken centre stage. Shakespeare uses the ancient figure of the vice as a voice that counters dominant ideologies. The vice figure allows “the outside” voice onto the stage.</p>



<p class="wp-block-paragraph">But when we come to consider Richard III something much more radical has also occurred. The vice is seen directing the main plot. The counter ideology is seen to roam about the stage. Richard of Gloucester sets about his criminal rise to power while maintaining, like the traditional vice,&nbsp;<strong>and this is the important point</strong>, continuous contact with the audience. In fact, that is where the politics are located. It is the audience that enables the rise of Richard of Gloucester to the throne. How?</p>



<p class="wp-block-paragraph">In the very first action of the play Richard has a soliloquy. Now its really very important to examine a massive mistake that occurred in the 19<sup>th</sup>&nbsp;century and into the 20<sup>th</sup>&nbsp;century in acting techniques in regard to Shakespeare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">With the rise of the “fourth wall” (that invisible wall between performer and audience), the inner world of the characters and the play, became dominant. Ibsen, Chekhov, Stanislavsky all contribute towards an ever-increasing separation between the world of the play and the world of the audience. In this kind of theatre the audience was invited to watch, observe, remain silent &#8211; and in the dark. They were to express their evaluation of the work of the actors (not the characters) after the lights came up – only technically possible as a result of the introduction of electric lighting into the theatre.</p>



<p class="wp-block-paragraph">But the concept of the fourth wall was used to influence not just the way to direct naturalistic plays, such as those written by Ibsen, but for all plays &#8211; even those non naturalistic plays such as those by Shakespeare. As a result, the politics of Shakespeare in at least one utterly fundamental way, got lost for decades. His vice characters had been designed to speak directly to the audience. That was the medieval legacy. Soliloquies were not internal musings or meditations but rather direct addresses, invitations for complicity between the vice and a proactive, moral, immoral, amoral, seducible or repulse-ible audience. This may have changed somewhat by Hamlet &#8211; but it is most definitely the case with the earlier Richard III.</p>



<p class="wp-block-paragraph">By Shakespeare’s time the theatre has achieved a potential to act as a politically and socially destabilising force. And as the most social of all art forms, theatre would thus require strict regulating by state and church alike. And it got exactly that. One innovation over the centuries after Shakespeare was the arrival of the theatre director, someone like me, to control the events and guard the interests of the powerful.</p>



<p class="wp-block-paragraph">But let’s just take a look briefly at the opening speech of the play Richard III. Richard, alone onstage, reveals his intention to play the villain. He then pretends to console Clarence, the first victim of this villainy. The question we must answer is the following: WHO thus knows everything in advance? Who is told by Richard of his plan? Who can assess his worth or danger within just a few seconds of the start of the play? The answer is clear. You and I. The audience. Listen to how he tells us exactly what he plans to do:</p>



<p class="wp-block-paragraph">GLOUCESTER:</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>I am determined to prove a villain</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>And hate the idle pleasures of these days.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Plots have I laid, inductions dangerous,</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>By drunken prophecies, libels and dreams,</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>To set my brother Clarence and the king</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>In deadly hate the one against the other:</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">When a 19<sup>th</sup>&nbsp;or even 20<sup>th</sup>&nbsp;century theatre director approached that scene they would more than likely approach it as an internalised musing. The actor would take to the stage talking aloud of course, but to himself, with an audience effectively only overhearing it, so to say .</p>



<p class="wp-block-paragraph">But as a result of a series of rethinks in the 20<sup>th</sup>&nbsp;century, as much archaeological as political, it was discovered or re-discovered that these musings, monologues, were actually direct addresses to the audience. And this could not be ignored.</p>



<p class="wp-block-paragraph">How did we rediscover this? Well today is not the time to address this in much detail &#8211; except to say:</p>



<p class="wp-block-paragraph">· archaeologists discovered the shape of the Globe theatre stage and the fact there were no side-wings (the actor had nowhere to hide),</p>



<p class="wp-block-paragraph">· plays were performed in daytime as they needed the natural light – provided by the roof-less theatre- so the audience was never invisible to actors or to one another, and the audience observed the play from 3 sides.</p>



<p class="wp-block-paragraph">· The architecture of the space thus facilitated, forced even, “acknowledgement” of the actor playing a character by the spectator.</p>



<p class="wp-block-paragraph">And the second reason is because we know where Richard III came from. He is a direct descendant of the vice figure and medieval morality plays – someone who came from street carnival and derived their power from a tricky, never broken, connivance with the audience. He was never your friend. But he did take you into his confidence – just like any trickster does today. I invite you to think of Trump.</p>



<p class="wp-block-paragraph">And here is the key point. Once Richard of Gloucester grabs power, after he murders everyone in his path to power, having shared those plans and ambitions with you, me and all in the audience before he enacts them, we ALL become co-criminals. When Richard no longer needs our silent, delicious acquiescence, or our complicity, guess what happens? Yes, the direct addresses to us stop. He stops addressing or acknowledging us. We become dispensable. We are his next victims.</p>



<p class="wp-block-paragraph">And perhaps this is the learning the play offers us. If we take pleasure in the act of observing, from the position of privilege, the rise of a monster, if our silence makes us complicit, it will be short-lived. But the politics of that idea, as it is so embedded in dramaturgy and staging, is utterly absent if the play is treated to the ever-present danger of naturalistic staging appropriate to Ibsen or Chekhov.</p>



<p class="wp-block-paragraph">On the 26th of February 2025 an AI generated video smashed into our brains and settled in our memory-systems rather like a bomb wedging into a concrete apartment block. Lasting only 32 seconds, the video was shared by US President Trump himself on his own social media platform, Truth Social, and Instagram.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Like billions of others across the planet I saw the video within an hour of its ‘dropping’. I guess that many of you saw it too. If you did not see it I won’t describe it frame by frame. Its out there, on Youtube.</p>



<p class="wp-block-paragraph">It portrays a post-genocidal Gaza &#8211; with Trump, Netanyahu and Musk the obvious victors, sipping Pina Coladas in reclining sun lounges in some kind of Las Vagas cum Rafah. It took a few days to discover which artists had produced this video using AI. But I followed their story closely and wrote about it in some detail in a&nbsp;<a href="https://chrisplovdiv.substack.com/p/prompt-five-arenas">publication</a>&nbsp;at for Clickbait Citizen.</p>



<p class="wp-block-paragraph">As I watched that video a thought entered my head. The vice is here. He never went away. He moved from carnival to the theatre and then into performative politics and now to the pinnacle of global power.</p>



<p class="wp-block-paragraph">And let’s be unambiguous. Trump and his Republican Party are a huge danger to the planet – to everything we should be holding close. Our families. Our values, our climate, our future. Our democracies. But it is sickening to hear liberals call him a buffoon. His political strategy is flawless. And he learned it from understanding politics – but also the entertainment industry. Believe me, I recognise his talents and his techniques. For I too come from that same industry.</p>



<p class="wp-block-paragraph">It is our complicity as audiences, as citizens, in the process of propelling these bewitching monsters to power, which is the element that has remained stable throughout the centuries. And that is what Shakespeare is interested in exploring and bringing to our attention in his play Richard III.</p>



<p class="wp-block-paragraph">It is undeniable that billions of people watched that AI post-genocide video and were told what was coming for Gaza. It is all there. Shakespeare warned us, through his use of the vice-figure, of the way we, the public, could enjoy being seduced and become complicit in heinous crimes. Bourgeois naturalism tried to castrate and hide Shakespeare’s political staging and radicalness. And in that way it contributed in some way to the catastrophe of fascism in the Europe of the 1930’s.</p>



<p class="wp-block-paragraph">But now?</p>



<p class="wp-block-paragraph">&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;-</p>



<p class="wp-block-paragraph">But is it just too late now?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Are we to live the consequences again? In a post-shame era?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Have we all agreed simply not to mention the children?</p>



<p class="wp-block-paragraph">&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;-</p>



<p class="wp-block-paragraph">And many too agreed not to mention the children.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Not to name the dead children.</p>



<p class="wp-block-paragraph">We agreed not to mention the names of dead children.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Chris Baldwin</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><a href="https://chrisplovdiv.substack.com">https://chrisplovdiv.substack.com</a></p>



<p class="wp-block-paragraph"><a href="http://www.chrisbaldwin.eu">www.chrisbaldwin.eu</a></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Diego Marani: La grammatica dell&#8217;oblio (2024)
</title>
		<link>https://forumtomizza.com/it/diego-marani-la-grammatica-delloblio-2024/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Ivana Martinčić]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 01 Dec 2024 09:28:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Testi dei partecipanti]]></category>
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					<description><![CDATA[La memoria è in fondo lo specchio dell’oblio]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"><strong>FORUM TOMIZZA 2024</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">CONVEGNO<strong>&nbsp;GRAMMATICA DELL&#8217;OBLIO</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">PALAZZO PRETORIO, CAPODISTRIA</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Diego Marani</strong></h2>



<h2 class="wp-block-heading">&#8220;La grammatica dell&#8217;oblio&#8221;</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Quando mi è stato chiesto di preparare un discorso sulla grammatica dell’oblio per il Forum Tomizza, mi sono messo a rifettere sul titolo sentendo subito l’incongruenza di due parole come grammatica e oblio. Come mettere insieme un concetto legato all’emozione e all’irrazionale con uno che invece richiama la regola e la costruzione logica? Ho cominciato allora a ragionare sulle due parole. Cos’è l’oblio? E subito mi è venuta la risposta: il contrario della memoria. Appena questa parola è affiorata al mio pensiero, l’ho sentita come un macigno. L’oblio vola, la memoria sprofonda. L’oblio è un’assoluzione, la memoria una condanna. Ma l’oblio è anche smarrimento, perdita, distruzione. La memoria invece conserva, tramanda, protegge. Quando poi ho puntato lo sguardo verso i luoghi dove sarei venuto a parlare di memoria e oblio, mi è venuto da pensare che memoria e oblio non hanno la stessa valenza in tutti i luoghi. C’è una geografia dell’oblio che dobbiamo considerare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Vengo da una terra dove forse l’oblio è più facile. La piatta pianura ferrarese non offre spunto alla memoria. Non ci sono nel paesaggio abbastanza appigli per trattenere il ricordo. I campi cambiano coltivazioni, i paesi si trasformano e anche il corso dei fiumi, se rimane sempre lo stesso, in un paesaggio diverso sembra cambiare anche lui. Il famoso aneddoto che non ci si immerge mai nello stsso fiume qui è vero più che mai. Solo la luce nella mia terra è capace di suscitare memoria. Soprattutto quella del pomeriggio che fa rivivere con le sue ombre quelle del passato. Ma è difficile condividere visioni, anche perché ognuno ha le sue.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In questa terra invece l’oblio è più difficile. Qui ci sono monti e cime, qui c’è la sagoma della costa, le rocce e i promontori a cui legare i ricordi. Si può anzi dire che qui i ricordi prendono forma. Qui la memoria è più tenace, qui è il paesaggio che scrive la sua grammatica. C’è anche da prendere in considerazione il peso specifico della materia prima di ogni memoria, che è la storia. Dalle mie parti la storia è passata come un’alluvione. Ha sommerso e distrutto tutto ma quando la terra è riemersa anche della storia che l’aveva afflitta non è rimasto segno. In queste terre invece la storia si è accanita. Come un uragano, si è attorcigliata su se stessa, ha divelto una società tessuta nei secoli. Ha scavato il paesaggio, ha disperso la gente, ne ha portata altra.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La memoria è in fondo lo specchio dell’oblio. La stessa cosa vista dall’altra parte. Ma la memoria ha un valore positivo. Si ammira quancuno che ha una memoria formidabile. Ma  un oblìo formidabile non esiste. Dimenticare è una debolezza, una mancanza un errore. Ricordare è sempre un valore. Perché siamo abituati a dare così grande importanza alla memoria? Perché ci illudiamo con la memoria di conquistarci una posticcia immortalità. E di tramandare ai posteri il nostro mondo e la nostra visione di esso, in fin dei conti la nostra identità. Eccoci presi in trappola: identità e memoria. Un binomio micidiale che può sublimarci o dannarci. Non c’è bisogno di scriverla la grammatica della memoria. Tutti la conosciamo, è istintiva, infallibile, ci viene naturale. Ma come tutte le grammatiche è falsa. Crediamo che la grammatica sia lo strumento per dare ordine alla nostra lingua, che la governi in modo razionale e logico. Che sia un po’ il suo manuale di istruzioni. Non è così, la grammatica viene sempre dopo la lingua. La grammatica si muove, è solo una fotografia della lingua in un dato momento della sua continua evoluzione. In fin dei conti, una fotografia del disordine, non dell’ordine. La memoria, come la sua grammatica, è una costruzione. Decidiamo noi cosa ricordare e con questo atto spesso inconsapevole, diciamo chi vogliamo essere ma anche chi vogliamo che gli altri attorno a noi siano, senza neppure chiedere il loro parere. Così ognuno ha la sua grammatica e ognuno ha la sua memoria. Lingue che non si parlano e non si capiscono.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Seguendo questo percorso di pensiero ho allora capito il senso di una grammatica dell’oblio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se quella della memoria ci viene spontanea e la conosciamo fin dalla nascita, quella dell’oblio dobbiamo impararla. Ancora di più, dobbiamo comporne le regole, perché la lingua dell’oblio non esiste e può essere solo una lingua artificiale. Proviamo dunque a disegnare la struttura della grammatica dell’oblio. Bisognerà innanzitutto fare un elenco delle cose da dimenticare. Ma questo è un esercizio pericoloso, perché a elencarle le ricorderemmo più fortemente. Per dimenticarle davvero dovremmo andare alla loro radice e reciderle, quindi di fatto seguirle lungo il filo della memoria fino a dove da fatti, eventi, sono diventate memoria. Un lavoro arduo. E anche insidioso. Sarebbe come riesumare una statua antica per distruggerlae continuando a scavare, trovare tutta una città. Paradossalmente, nel tentativo di dimenticare finiremmo per ricordare di più. No, la lingua artificiale dell’oblio non funziona, non è articolabile. Non ha cultura, non c’è dietro un popolo che in essa parla e pensa. Ma credo che fosse Borges che diceva che abbiamo bisogno di oblio per continuare a ricordare. Detta in altre parole, la nostra memoria non può contenere tutto. Bisogna quindi ogni tanto svuotarla, come il sacchetto dell’aspiravolvere, per poterla poi riempire di nuovo con altra, più fresca memoria. Un pensiero suggestivo ma all’apparenza impossibile. La memoria non è materia inerte che si prende e si smaltisce a piacimento. Viene da pensare invece che sia un organismo, e dei più complessi. Sulla pista dell’organismo, mi è venuto in mente che si potrebbe paragonare la memoria a un alveare. I ricordi che ci stanno dentro sono come le api, nascono e muoiono in continuazione. Nuove api nascono, le vecchie muoiono ma è la regina che conserva l’identità dell’alveare. Finché vive, o finché non viene detronizzata da un’altra che si porta via un pezzo dello sciame. Lì l’alveare non è più lo stesso, cambia identità. Allo stesso modo la memoria è fatta di tanta gente che ricorda la stessa cosa. Non importa che sia vera, non c’è verità nella memoria. Ma che sia la stessa e che si tramandi da una generazione all’altra, da uno sciame all’altro. Allora, ritornando alla nostra grammatica dell’oblio, che cosa possiamo concludere?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Forse si può dire che l’esercizio giusto per una grammatica dell’oblio non è dimenticare. Non si può dimenticare. Bisogna invece creare altra memoria che piano, piano diventi per noi più importante, più fondante di quella precedente. Concretamente possiamo pensare a un nuovo alveare dove è andato a vivere il nuovo sciame. Quello vecchio non è morto, è sempre lì accanto. Ma ce n’è un altro, che produce altro miele.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Scegliamo noi cosa ricordare, non dobbiamo nascondercelo. Possiamo dire che è un lavoro inconscio ma fino a un certo punto. Siamo noi che collettivamente designamo quel che vale la pena di ricordare, quello che ci è più funzionale per i nostri valori, per quello che noi crediamo dobbiamo essere per conservare la nostra identità. E allora è qui che bisogna cambiare: il nostro sistema valoriale, la nostra visione di noi e di quello che vogliamo essere. E il nostro modo di vedere gli altri. Questo è un punto molto importante, perché si ricorda e si dimentica sempre insieme. Se a cavallo di una frontiera c’è chi ricorda, l’altro non può dimenticare. Ma questo non vuol dire che si ricordi la stessa cosa. La migliore ricetta per avere la memoria condivisa di cui tanto si parla è costruirla insieme facendo cose insieme, mescolarsi e così crearsi un destino comune.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Io soffro d’insonnia, spesso non riesco a dormire e allora vado dal mio medico e gli chiedo dei sonniferi, dico che non è colpa mia se non riesco a dormire. Il medico non me li vuole prescrivere, dice che invece è proprio colpa mia se non dormo, dice che sono io che non voglio dormire. Forse perché sento che ho ancora cose da fare o perché non sono contento della mia giornata e voglio correggerla prolungandola dentro la notte. Il sonnifero, dice il mio medico, in fin dei conti agirebbe contro la mia vera volontà. Per dormire io devo risolvere il conflitto che ho con me. Lo stesso accade con l’oblio. Non c’è medicina che lo possa suscitare. Non è cancellando la memoria che lo si raggiunge. Ma costruendo nuovi ricordi. Non è vero che non possiamo decidere noi cosa ricordare. Possiamo invece. Facendo cose che non abbiamo mai fatto prima e che danno vita a una memoria diversa, a una nuova memoria, se si vuole, a una memoria migliore. Questa forse è vera la grammatica dell’oblio.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Turcinovic Giuricin, Rosanna: Troppo presto, troppo tardi risorgere dalle acque&#8230; (2023)
</title>
		<link>https://forumtomizza.com/it/turcinovic-giuricin-rosanna-troppo-presto-troppo-tardi-risorgere-dalle-acque-2023/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 29 Jun 2023 00:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Testi dei partecipanti]]></category>
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					<description><![CDATA[Che cosa ne pensa della letteratura di frontiera?

]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>FORUM TOMIZZA 2023</strong></p>
<h2>CONVEGNO&nbsp;<strong>CARNEVALE SENZA CONFINI</strong></h2>
<p>STAZIONE ROGERS, TRIESTE</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2><strong>Rosanna Turcinovic Giuricin</strong></h2>
<h2>&#8220;Troppo presto, troppo tardi risorgere dalle acque…&#8221;</h2>
<p>&nbsp;</p>
<p style="margin-left: 0cm; margin-right: 0cm;">Sono andata a Momichìa fino al cancello di casa sua ed ho sussurrato: “Fulvio, non ci sono più confini”. La voce era la mia o la sua, chi lo sa, in terra istriana succedono cose incomprensibili ma vere, si mescolano i fatti con le emozioni e le emozioni producono fatti: è sempre stato così anche quando i confini ci facevano sentire dilaniati, impazziti di rabbia, corrosi dall’ingiustizia. Come risposta nascevano progetti, si immaginavano mondi diversi e rapporti possibili, un <em>remitur</em>. Si toglievano pietre dalle fosse con testarda consapevolezza:<em> come dal tomizziano “Ieri, un secolo fa” (Milano, Rizzoli, 1985)</em></p>
<p style="margin-left: 0cm; margin-right: 0cm;"><em>“…E il vecchio riafferrò la pietra, la sollevò con un solo sforzo fino al petto. La gente ormai lo circondava. Ci fu un po’ di scompiglio. Deposero a terra la bara della signora Catina, e tutti, sgranarono gli occhi, stettero a guardare. E uno che fosse apparso lì in quell’istante avrebbe avuto la strana impressione che quel vecchio uomo, sporco e sudato e lacero, si stesse scavando da sé la fossa, e tutta quella gente assistesse in silenzio a un terribile, barbaro rito.</em></p>
<p style="margin-left: 0cm; margin-right: 0cm;"><em>La pietra era ormai sull’orlo, riusciva ad allungare un occhio su quel confuso e inconsueto formicolare di gente. A un segno del parroco due uomini fecero per accorrere.</em></p>
<p style="margin-left: 0cm; margin-right: 0cm;"><em>“No, andate via!” gridò il vecchio. E fu quell’urlo strozzato, disumano, che stava per uscirgli poco prima. Ma in esso trovò l’ultima briciola di forze, ch’egli strappò con rabbia dai suoi nervi e muscoli ormai logori. E fu fatto. Il masso venne fuori, rotolò un poco trascinando con sé il vecchio, il quale vi si accasciò sopra, penzolando con metà corpo nella fossa. A un altro cenno della mano paffuta due uomini lo trassero fuori del tutto, e il prete cercò il chierichetto con la bacinella dell’acquasanta per benedire la fossa”. </em></p>
<p style="margin-left: 0cm; margin-right: 0cm;">Conosciamo bene il rapporto di Tomizza con la terra, nella sua definizione geografica ma anche fisica. Quand’era nella vigna, intento ai lavori che la stagione imponeva, viveva il suo ritorno, l’anima si chetava in quell’affermazione condivisa con autori istriani e che si riassume in un “qua son paron mi” che intreccia il passato col presente, l’oggi col sempre.</p>
<p style="margin-left: 0cm; margin-right: 0cm;">Quando mi trasferii in Italia, a Trieste, per la precisione nel 1992, spinta da un’ingiusta guerra jugoslavo-balcanica, una delle prime iniziative fu di organizzare la presentazione degli autori di “frontiera” nella prestigiosa sala del Circolo delle assicurazioni Generali. Invitai tutti, tutti quelli che con le proprie opere non avevano mai varcato il confine, spesso impossibilitati a pubblicare i propri libri e quelli che andati esuli o nati in esilio avevano pubblicato storie di profuganza, estraneità, alienazione. A Trieste di questi autori non si parlava, solo recentemente gli editori hanno rivolto lo sguardo ad est. E Tomizza veniva visto con sospetto, una voce fuori dal coro ma autorevole, ascoltata altrove. Vi partecipò con “Rapporti colpevoli”, scuoiando i confini come fossero un coniglio. Ci eravamo già conosciuti parecchi anni prima.</p>
<p style="margin-left: 0cm; margin-right: 0cm;">Che cosa ne pensa della letteratura di frontiera? Avevo chiesto in un’intervista agli inizi degli anni Ottanta. Mi guardò senza vedermi, seguendo un suo pensiero nei meandri delle riflessioni e mi rispose svogliato: “la scrittura non ama le etichette, perché di frontiera?”. Il convegno al quale stava partecipando si chiamava proprio così. Glielo feci notare e sorrise dell’inutilità di quella precisazione. Il suo pensiero andava oltre, in quell’oltre che gli autori di questi territori ad est, dell’Italia, di Trieste, di Capodistria, di Fiume, in quell’est che sposta continuamente l’asticella e non si ferma mai, conoscono bene. Un “oltre” composito e forte, quasi testardo come la volontà del vecchio Andrea che vuole togliere la pietra dal fondo della fossa con le sue mani, superando la stanchezza dell’età, la fragilità degli anni. Facendo leva su una caparbietà che è mito di questi spazi. Duri come l’Istria che è dolce e forte, mai molliccia, tosta fino alla fine. Un mondo composito dove ogni sfumatura è protagonista, ognuno ha un ruolo ben preciso.</p>
<p style="margin-left: 0cm; margin-right: 0cm;">“Finalmente gli hanno tolti…” E’ troppo tardi? La risposta nasce nella mia testa: è lui o sono io. La felicità ha bisogno anche di tristezza per non perdere lucidità. L’ho scritto in “Occhi mediterranei”, di Palomar, Turcinovich, Fertilio, Pendragon 2021, nel capitolo “Una casa in fondo al mare”: “<em>Mia madre, allegra, folle, imprevedibile, irraggiungibile, se n’è andata, in una giornata di sole, portandosi via quel profumo di mare che era anche mio e che non riesco a ritrovare. Mio padre era andato avanti due anni prima. Non avevano mai voluto o potuto imparare la lingua della gente arrivata a colmare i vuoti dell’esodo intorno a loro. ‘Qua xe casa mia’ ripeteva lei testarda, ottusa, rabbiosa. Quel mare era suo, anche se sapeva, o forse proprio per questo, che non apparteneva a nessuno. Per questo lo rispettava, decideva lui, la calma e la tempesta. </em></p>
<p style="margin-left: 0cm; margin-right: 0cm;"><em>Ed ora cerco, nei cassetti della memoria, l’avvolgente silenzio di quei pomeriggi di studio, io infilata nei libri, lei e mio padre l’uno a leggere, l’altra a cucire o stirare senza proferire parola, ‘studia picia, studia’, per non interrompere la mia concentrazione. Solo quando avevo finito, c’era spazio per il racconto, di chi era andato lontano e dei pochi superstiti rimasti su quella riva dopo l’esodo. Assorbivo, come spugna, anche il loro dignitoso dolore. Sapevo che il mare li avrebbe riportati tutti lì, l’estate successiva, senza intuire che sarebbe toccato anche a me raccogliere le ultime briciole di un mondo dissolto, recuperando memoria. Un compito per la vita, una scelta intima e professionale allo stesso tempo, nel rispetto di quel mare che portava nella cucina di mia madre la tradizione, la dignità, la ricchezza, storia e letteratura, musica e pittura, amore e verità, da esplorare come in un caleidoscopio dalle infinite possibilità. Non un compito facile, a volte frustrante per il tempo che scivola via inesorabile prosciugando le occasioni, o per le tempeste che travolgono doveri e diritti mettendo in pericolo le nostre certezze…”. </em></p>
<p style="margin-left: 0cm; margin-right: 0cm;">Abbiamo sprecato tempo ed energie a farci la guerra, a scavare fosse a chi tentava di unire le anime, a dar pace ai morti. La divisione paga, soprattutto nella politica, ce lo insegnano i romani ma noi che non impariamo continuiamo a farci male.</p>
<p style="margin-left: 0cm; margin-right: 0cm;">“La mutabilità della storia – disse Tomizza in un’altra intervista &#8211; contribuisce a rendere questa terra precaria e determina nell’uomo e nello scrittore un maggiore attaccamento, per il timore di poterla perdere da un momento all’altro. Vi è il desiderio di fermarla, bloccarla. Io l’ho vista cambiare molte volte, e i più anziani molto più di me: il periodo austriaco, il fascismo, il periodo jugoslavo e così via. Certamente, quindi, i fatti hanno condizionato. Secondo me è una terra che si apre all’altro, alla storia, agli avvenimenti…”.</p>
<p style="margin-left: 0cm; margin-right: 0cm;">E quindi perché troppo tardi? Perché i cambiamenti recenti hanno mutato profondamente il suo volto, aggredita dall’era del digitale e del profitto sfrenato dove tutto è provvisorio e maledettamente veloce, sta collassando perdendo sé stessa, xe tuto un Carneval. Non c’è tempo per riflettere, per cui il mordi e fuggi che non era mai piaciuto alle genti di questo mondo magico, ha vinto, è diventato prassi.</p>
<p style="margin-left: 0cm; margin-right: 0cm;">Non piacerebbe a Tomizza che continua a parlarci con la forza di Andrea, col peso della pietra ficcata nella terra, con la caparbietà di una stirpe antica, da evocare e festeggiare nel presente, per dare finalmente un senso alla dissoluzione dei confini e continuare a sognare.&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Marzi, Federica: Frammenti dal caos (2022)
</title>
		<link>https://forumtomizza.com/it/marzi-federica-frammenti-dal-caos-2022/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 13 Jun 2022 00:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Testi dei partecipanti]]></category>
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					<description><![CDATA[Questo era parso anche come un tempo in cui avremmo potuto rimettere le cose in discussione e cambiarle,...]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>FORUM TOMIZZA 2022</p>
<h2>CONVEGNO&nbsp;<strong>CAOS KAIROS</strong></h2>
<p style="margin-left: 0cm; margin-right: 0cm;">COMUNITÀ DEGLI ITALIANI DI UMAGO &#8220;FULVIO TOMIZZA&#8221;</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2><strong>Federica Marzi</strong></h2>
<h2>Frammenti dal caos</h2>
<p>&nbsp;</p>
<p style="margin-left: 0cm; margin-right: 0cm;">È un vero piacere poter essere qui oggi e ringrazio di cuore per il bellissimo invito. È un vero piacere poter incontrare finalmente in presenza amiche e amici che, per due anni, vuoi la pandemia, vuoi le svariate misure di contenimento della stessa, hanno tenuto distanti, ma non certo divisi.</p>
<p style="margin-left: 0cm; margin-right: 0cm;">È un piacere poter tornare nei luoghi del Forum Tomizza, che per me è sempre un punto di osservazione strategico, dal quale ripensare in modo condiviso geografie complesse e le identità plurali che in esse si danno a vedere, e nodi, dilemmi, drammi ma anche punti di snodo della contemporaneità. Un luogo in cui sono possibili e liberi gli sconfinamenti fra pensieri, punti di vista, lingue e territorialità.</p>
<p style="margin-left: 0cm; margin-right: 0cm;">Quest’anno, lasciatemelo dire, il nostro compito di riflettere, di ragionare sul caos generato da due anni e mezzo di pandemia e da una nuova guerra in Europa appare davvero immenso, se non irraggiungibile. È difficile assistere all’insorgere di un cataclisma e cercare di esserne al contempo osservatori critici senza farsi sopraffare dagli eventi, dall’angoscia, dalle parole che sembrano capitolare sull’orlo del baratro o venir incalzate &#8211; ma chissà se nella direzione giusta &#8211; da un tempo dell’emergenza.</p>
<p style="margin-left: 0cm; margin-right: 0cm;">Se proviamo a guardare indietro nei due lunghi e difficili anni che abbiamo attraversato, ho la sensazione che molte nozioni di tempo ci abbiano sfiorato, se non investito. Per un lungo tempo, è stato un tempo di quarantena, il corso dei giorni ne è stato completamente stravolto. Eppure, almeno per un certo periodo, è sembrata emergere anche l’idea di un tempo sospeso, di cui poter fare ancora buon uso. ‘<span style="color: black;">Faccia attenzione, egregio Presidente, agli effetti di questo tempo’, ammoniva la scrittrice francese Annie Ernaux al presidente Emmanuel Macron in una sua famosa lettera di fine marzo 2020. “Questo (ndr.) è un tempo propizio per rimettere le cose in discussione. Un tempo per desiderare un mondo nuovo”</span><a title="" href="#_ftn1" name="_ftnref1"><span style="color: black;"><span style="color: black;">[1]</span></span></a><span style="color: black;">.</span></p>
<p style="margin-left: 0cm; margin-right: 0cm;"><span style="color: black;">Non so se questo tempo sospeso, emerso da un indicibile caos, potesse anche solo avvicinarsi alla nozione di kairos – tempo mediano, occasione o ‘Jetzt-Zeit’, il tempo-di-ora, come l’ha voluto declinare il filosofo ebreo-tedesco Walter Benjamin nella sua <em>Tesi di filosofia della storia</em>. Un tempo di interruzione al procedere rettilineo, omogeneo e vuoto della storia, un momento schizzato fuori dal continuum della storia, una chance rivoluzionaria nella lotta per il passato oppresso</span><a title="" href="#_ftn2" name="_ftnref2"><span style="color: black;"><span style="color: black;">[2]</span></span></a><span style="color: black;">.</span></p>
<p style="margin-left: 0cm; margin-right: 0cm;"><span style="color: black;">Sia come sia, nel momento del più duro lockdown</span><span style="color: #c9211e;">, </span><span style="color: black;">con la realtà della morte o con il concetto di morte divenuti onnipresenti nelle nostre vite, in alcuni Paesi o per alcune cerchie di persone all’interno di questi Paesi, sembrava essere arrivato il momento di riflettere, immaginare e agire. Ecco che allora la pandemia era stata analizzata senza veli come lo “specchio letale della globalizzazione”</span><a title="" href="#_ftn3" name="_ftnref3"><span style="color: black;"><span style="color: black;">[3]</span></span></a><span style="color: black;"> e di altre viralità: del potere politico, delle tecnologie, del denaro</span><a title="" href="#_ftn4" name="_ftnref4"><span style="color: black;"><span style="color: black;">[4]</span></span></a><span style="color: black;">. Ma anche come uno specchio deformante del mito della crescita infinita e inarrestabile, in spregio alle risorse limitate del pianeta, appartenenti a tutti.</span></p>
<p style="margin-left: 0cm; margin-right: 0cm;"><span style="color: black;">Questo era parso anche come un tempo in cui avremmo potuto rimettere le cose in discussione e cambiarle, e per esempio entrare in una quanto mai urgente transizione ecologica, mettere in pratica degli stili di vita più sostenibili o metterci al lavoro per abbattere le disuguaglianze sociali, dopo aver capito che coloro che spesso sono stati considerati gli ultimi stavano in realtà sostenendo la vita materiale di tutti – chi svuotava i cassonetti, chi batteva gli scontrini alle casse, chi faceva le consegne a domicilio. Era inoltre questo il momento per investire seriamente in sanità, istruzione e cultura, settori depauperati con anni di tagli scriteriati, eppure in prima linea nell’emergenza o percepiti di colpo come cruciali.&nbsp; </span></p>
<p style="margin-left: 0cm; margin-right: 0cm;"><span style="color: black;">Questo poteva, insomma, essere un tempo in cui prepararci per essere pronti a fronteggiare una nuova era delle pandemie.</span></p>
<p style="margin-left: 0cm; margin-right: 0cm;">&nbsp;</p>
<p style="margin-left: 0cm; margin-right: 0cm;"><span style="color: black;">A più di due anni dal diffondersi del Coronavirus nel mondo, quel tempo sospeso si è incartato o incanalato da qualche altra parte per tornare a essere tempo cronologico e, nuovamente, tempo di accelerazione. Tempo di nuove emergenze e, apparentemente, fine di un tempo utile a nostra disposizione &#8211; ‘la fine della pace’, così l’autorevole rivista italiana Limes ha intitolato in modo volutamente paradossale il suo terzo numero</span><a title="" href="#_ftn5" name="_ftnref5"><span style="color: black;"><span style="color: black;">[5]</span></span></a><span style="color: black;">. La fine della pace, che segna l’inizio di un altro secolo.</span></p>
<p style="margin-left: 0cm; margin-right: 0cm;"><span style="color: black;">Ma di quale pace stiamo parlando? Della fine della tregua della Guerra fredda con il susseguirsi di una nuova guerra proprio qui da noi, nell’ex Jugoslavia, nel cuore dell’Europa? Seguita da nuove guerre collaterali, di esportazione della democrazia o di interventi bellici umanitari, di secessione o di annessione, che forse non hanno fatto tremare abbastanza i confini dell’Europa, permettendoci così di dare per scontata una categoria in realtà già fortemente in crisi come quella della pace?</span></p>
<p style="margin-left: 0cm; margin-right: 0cm;">&nbsp;</p>
<p style="margin-left: 0cm; margin-right: 0cm;"><span style="color: black;">Sin dai primi mesi dello scoppio della pandemia, è circolata in vari Paesi una narrazione, anche istituzionale, che equiparava la crisi sanitaria a una guerra. Benché questa retorica si sia presto esaurita o sia stata messa pesantemente in discussione, è pur vero che per molto tempo siamo stati abituati a un linguaggio quotidiano di guerra, per esempio con i bollettini sul numero di positivi, morti, ricoverati o guariti, rimpiazzati ora dal numero&nbsp; delle vittime civili e dei caduti in battaglia in Ucraina, dei profughi o degli asserragliati, dei corpi gettati lungo i bordi delle strade o nelle fosse comuni.</span></p>
<p style="margin-left: 0cm; margin-right: 0cm;"><span style="color: black;">E, se quella al Covid non era una guerra, ci siamo ciononostante abituati a un utilizzo di tecniche e strumenti propri dello stato di emergenza e di risposte più o meno militarizzate per contenere la pandemia, nonché di narrazioni di battaglie condotte con mascherine, distanziamento sociale, divieti, coprifuochi, isolamenti, quarantene, dipartimenti di rianimazione, hub per la somministrazione di massa dei vaccini e pass per poter accedere a ogni servizio, per un certo periodo anche primario. Non sto qui mettendo in discussione la reale utilità o la necessità di simili provvedimenti, intesi come temporanei e propri della gestione di un’emergenza di massa. Mi sto però chiedendo quante e quali di queste tecniche di governo emergenziali si siano insediate nella gestione ordinaria delle società,&nbsp; o quanto abbiano plasmato &#8211; forse acuito, forse anestetizzato &#8211; il nostro modo di percepire l’emergenza.</span></p>
<p style="margin-left: 0cm; margin-right: 0cm;"><span style="color: black;">A partire dal 24 febbraio del 2022, la pandemia è scomparsa dal discorso pubblico pur non essendo stata né superata, né sconfitta, per lasciare posto a un nuovo evento di portata catastrofica. L’uno si collega all’altro in una sottile, macabra linea di continuità (quanto meno temporale). L’invasione dell’Ucraina da parte della Russia ha mostrato le sue prime conseguenze: la certezza della fine della pace, l’isterismo militaristico, la cobelligeranza a distanza nella guerra alla Russia da parte di molti Paesi, fra cui l’Italia; la presenza di milioni di nuovi profughi in Europa, ai quali è dovuta un’accoglienza decorosa; il costituirsi di nuovi ordini bipolari – si vedrà se fra Nato e Russia, Washington e Mosca, forse fra un’Europa non ancora unita (con alcuni Paesi neutrali, altri usciti, altri mai ammessi a farvi parte) e la Russia. Con ancora molti punti interrogativi su quali saranno i nuovi confini dell’Europa, sul ruolo della Cina, sull&#8217;approvvigionamento delle risorse energetiche e alimentari, sulla prosecuzione dello stato di emergenza. E, naturalmente, con “impregiudicato il destino delle vittime principali”: le ucraine e gli ucraini</span><a title="" href="#_ftn6" name="_ftnref6"><span style="color: black;"><span style="color: black;">[6]</span></span></a><span style="color: black;">. &nbsp;&nbsp;</span></p>
<p style="margin-left: 0cm; margin-right: 0cm;">&nbsp;</p>
<p style="margin-left: 0cm; margin-right: 0cm;"><span style="color: black;">Il tempo sembra accelerare, precipitare, mentre il tempo sospeso, in cui poter analizzare, capire e soprattutto desiderare, immaginare e ricreare un mondo pacificato, sembra scaduto.</span></p>
<p style="margin-left: 0cm; margin-right: 0cm;"><span style="color: black;">Ho provato allora a cercare tracce significative di pensieri di pace in tempi di guerra, interrogandomi su quanto l’arte, la cultura e la letteratura possano essere in grado di proporre narrazioni alternative, capaci di indicare dei percorsi che portino fuori dal caos.&nbsp; </span></p>
<p style="margin-left: 0cm; margin-right: 0cm;"><span style="color: black;">Nell’agosto del 1940, durante un raid aereo, dall’oscurità della sua camera da letto, la scrittrice inglese Virginia Woolf si interrogava sul ‘pensiero freddo e coerente della pace’ &#8211; così lo definì nello scritto<em> Pensieri di pace durante un’incursione aerea</em></span><a title="" href="#_ftn7" name="_ftnref7"><em><span style="color: black;"><span style="color: black;">[7]</span></span></em></a><span style="color: black;">. Woolf rifletteva innanzi tutto sulle radici patriarcali della guerra. Immaginò che a fermare definitivamente le armi potesse essere solo un sovvertimento radicale degli ordini simbolici e culturali che facevano apparire logica e auspicabile la guerra a un giovane pilota inglese di sesso maschile. Ed esortava a non rinunciare all’esercizio di un pensiero privato, senza timore che ciò potesse sembrare inutile, futile o marginale: “</span>Combattere con la mente significa pensare contro la corrente, e non a favore. La corrente scorre veloce e violenta. Straripa a parole dagli altoparlanti e dai politici”<a title="" href="#_ftn8" name="_ftnref8">[8]</a>.</p>
<p style="margin-left: 0cm; margin-right: 0cm;">Non tanto lontano da questo solco di pensiero è stato, a mio avviso, lo scrittore istriano Fulvio Tomizza, al quale questo Forum è dedicato. In particolare nei suoi saggi, raccolti nel volume <em>Alle spalle di Trieste</em>, anche lui rifletteva sulle radici della guerra, nazionalistiche ed etniche. In particolare, evidenziava la necessità di sovvertire le dicotomie e i bipolarismi che avevano contrapposto il mondo veneto a quello slavo nella sua terra d’origine, l’Italia alla Jugoslavia nell’immediato secondo dopoguerra, l’Europa dell’Ovest all’Europa dell’Est durante la transizione degli anni Novanta.</p>
<p style="margin-left: 0cm; margin-right: 0cm;">Tomizza mise la propria odissea personale di profugo istriano e poi di scrittore italiano di frontiera al servizio di un altro pensiero e di un’altra azione umana e politica. E individuò i luoghi e i tempi mediani come una possibile fuoriuscita dal caos. Con il suo celebre ‘Mi identifico con la frontiera’ definì una propria via di riscatto e chiamò tutto ciò un ‘indirizzo di lavoro e di vita’ così riassunto: ‘io non avrei fatto altro che cercare di sciogliere quel ‘contrasto irriducibile’, rendere attuabile ‘l’impossibile riconciliazione’. Prima di tutto dentro me stesso, per non dover più scegliere tra le diverse e magari opposte componenti di sangue, di cultura, di mentalità, ma tentando piuttosto di accordarle, riconoscendole proprie di un uomo di frontiera”<a title="" href="#_ftn9" name="_ftnref9">[9]</a>.</p>
<p style="margin-left: 0cm; margin-right: 0cm;">&nbsp;</p>
<p style="margin-left: 0cm; margin-right: 0cm;">Ebbene, non smettere l’esercizio del pensiero critico privato e collettivo, non smettere di tentare indirizzi di lavoro e di vita diversi, non esitare a mettere a nudo le logiche belliche e di emergenza della società del controllo (politico, tecnologico e finanziario) cercando con tutte le nostre forze di andare fino alla radice dei problemi, per immaginare e praticare la pace in modo coerente e soprattutto vincolante, senza rinunciare al nostro reciproco impegno di tutti i giorni: è questo l’arco che, per concludere, mi sento di tracciare in modo trasversale a tutte queste mie note frammentarie, con il il desiderio, se possibile, che possa essere anche un concreto auspicio da condividere con tutte e tutti voi.</p>
<p style="margin-left: 0cm; margin-right: 0cm;">&nbsp;</p>
<p style="margin-left: 0cm; margin-right: 0cm;">&nbsp;</p>
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<hr>
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<p style="margin-left: 16.95pt; margin-right: 0cm;"><a title="" href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a>A. Eranaux, <em>Lettera aperta a Macron</em>, 30.03. 2020, trad. it. di L. Flabbi, in <a href="https://www.lormaeditore.it/news/124/annie-ernaux-lettera-aperta-a-emmanuel-macron">https://www.lormaeditore.it/news/124/annie-ernaux-lettera-aperta-a-emmanuel-macron</a> (20.05.2022)</p>
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<p style="margin-left: 16.95pt; margin-right: 0cm;"><a title="" href="#_ftnref2" name="_ftn2">[2]</a>W. Benjamin, <em>Über den Begriff der Geschichte</em>, in Id., <em>Gesammelte Schriften</em>, Frankfurt a.m., Suhrkamp, 1980, vol. I-2, pp. 691-704 [trad. it. di R. Solmi, <em>Angelus Novus. Saggi e frammenti</em>, Torino, Einaudi, (1962) 1995, pp. 75-86].</p>
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<p style="margin-left: 16.95pt; margin-right: 0cm;"><a title="" href="#_ftnref3" name="_ftn3">[3]</a>F. Snowden, «“Questa pandemia è lo specchio letale della globalizzazione”»<em>, il manifesto</em>, 09.04.202, p. 16.</p>
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<p style="margin-left: 16.95pt; margin-right: 0cm;"><a title="" href="#_ftnref4" name="_ftn4">[4]</a>D. Duclos, «Viralità e isolamento», <em>Le Monde diplomatique il manifesto</em>, apr. 2020, p. 2.</p>
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<p style="margin-left: 16.95pt; margin-right: 0cm;"><a title="" href="#_ftnref5" name="_ftn5">[5]</a>«La fine della pace»<em>, limes. Rivista italiana di geopolitica</em>, 3-2022.</p>
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<p style="margin-left: 16.95pt; margin-right: 0cm;"><a title="" href="#_ftnref6" name="_ftn6">[6]</a>Si veda per tutta questa parte ibid. in generale e soprattutto «L’ultima parola ai popoli muti»<em>, </em>in ibid., pp. 7-32.</p>
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<p style="margin-left: 16.95pt; margin-right: 0cm;"><a title="" href="#_ftnref7" name="_ftn7">[7]</a>V. Woolf, <em>Thoughts on Peace in an Air Raid</em>, in ead. <em>Collected Essays</em>, Hogarth Press, 1967 [trad.it. di L. Rampello, <em>Pensieri di pace durante un’incursione aerea</em>, in <em>Voltando pagina. Saggi 1940-1941, Milano, </em>Il Saggiatore 2011].</p>
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<p style="margin-left: 16.95pt; margin-right: 0cm;"><a title="" href="#_ftnref8" name="_ftn8">[8]</a>Ead., qui nella traduzione di N. Fusini, in <a href="http://effimera.org/pensieri-di-pace-durante-unincursione-aerea-di-virginia-woolf/">http://effimera.org/pensieri-di-pace-durante-unincursione-aerea-di-virginia-woolf/</a> (20.05.2022)</p>
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<p style="margin-left: 16.95pt; margin-right: 0cm;"><a title="" href="#_ftnref9" name="_ftn9">[9]</a>F. Tomizza, <em>Alle spalle di Trieste</em>, Milano, Bompiani, (1995) 2009, p. 143.</p>
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<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Lusa, Stefano: &#8220;&#8230;e dopo xe rivadi i druxi&#8221;! (2022)
</title>
		<link>https://forumtomizza.com/it/lusa-stefano-e-dopo-xe-rivadi-i-druxi-2022/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 06 Jun 2022 00:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Testi dei partecipanti]]></category>
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					<description><![CDATA[per convivere con i nostri traumi di frontiera, per cominciare a superarli e a guardare al futuro, dovremmo soprattutto smettere di guardare alle colpe degli altri e prendere coscienza delle nostre responsabilità...]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>FORUM TOMIZZA 2022</strong></p>
<h2><span style="color: #0070c0;">CONVEGNO <strong>CAOS KAIROS</strong></span></h2>
<p>PALAZZO PRETORIO, Capodistria</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2><strong>Stefano Lusa</strong></h2>
<h2>&nbsp;“…e dopo xe rivadi i druxi”!&nbsp;</h2>
<p>&nbsp;</p>
<p style="margin-left: 0cm; margin-right: 0cm;">“Gesù mio misericordia! – Maggio 1945”, questa è l’iscrizione sotto una serie di icone in una delle vie che dalla periferia portano verso Piazza del “Duomo” a Capodistria. È una delle immagini iconiche che plasticamente rappresenta i sentimenti dell’epoca nella comunità italiana residente in città. Quella targa venne affissa dal padre di uno degli ultimi sacerdoti italiani di Capodistria, che se ne andò, come fece gran parte della comunità italiana, nella prima metà degli anni Cinquanta.</p>
<p style="margin-left: 0cm; margin-right: 0cm;">Prima di parlare delle faccende che riguardano il nostro passato va recente meglio fare, a scanso di equivoci, qualche precisazione. Dal punto di vista personale ritengo che l’unica scelta possibile fosse quella della Resistenza e dell’antifascismo, mentre il fascismo ed il collaborazionismo non ha nessuna giustificazione. A livello famigliare uno dei miei nonni è stato ucciso nel corso di un rastrellamento dai nazisti, mentre l’altro aveva nei suoi cassetti una serie di onorificenze jugoslave. Spostando l’orizzonte un po’ più in là un nonno di mia moglie partecipò alla liberazione di Alba e si intrufolò vestito da tedesco in una prigione per liberare alcuni suoi compagni, evitando così loro il patibolo o nel migliore dei casi la deportazione in Germania. Un’altra nonna di mia moglie, invece, fu una delle poche della sua generazione, a Torino, non essere iscritta nelle Figlie della Lupa. Suo padre aveva preferito arrabattarsi per decenni con lavoretti in nero pur di non iscriversi al Partito Fascista. In Italia sono stati molti a fare i conti con il fascismo, anche a livello personale.</p>
<p style="margin-left: 0cm; margin-right: 0cm;">Prima a Trieste e poi ha Torino ho avuto la fortuna di studiare con professori che hanno prodotto metri e metri di volumi che hanno preso in esame quel periodo. In tutti quei libri difficilmente si potrebbe trovare una sola riga in cui si giustifichi il regime e le sue brutture. Certo, magari si dovrebbe prendere maggiormente coscienza delle nefandezze del fascismo, ma tutto sommato si può affermare con sicurezza che gli italiani e la Repubblica nata dalla Resistenza si sono confrontati molto più seriamente e serenamente con le proprie colpe di quanto si sia fatto in Slovenia e in tutta l’area dell’ex Jugoslavia per quanto riguarda le malefatte del regime comunista.</p>
<p style="margin-left: 0cm; margin-right: 0cm;">Ma torniamo a Capodistria e al maggio del 1945. In quel periodo quello che si manifestò, in tutta la regione, fu una vera e propria rottura con il passato, che portò alla progressiva trasformazione di cittadine venete e italiane, come Capodistria, Isola e Pirano, in città jugoslave e slovene. In poco più di un decennio si realizzò progressivamente il progetto di rafforzare progressivamente ed inesorabilmente la loro jugoslavità e slovenità per farle diventare quello che oggi sono: Koper, Izola e Piran. La direttiva impartita era semplice e diceva di “pulire” immediatamente in base al fascismo e non sulla base della nazionalità. Il problema, però, è che negli anni che seguirono la categoria “fascisti” o comunque nemici del popolo era molto estesa e per finirci dentro bastava non volere l’annessione dell’Istria alla Jugoslavia o non credere nella variante del comunismo di Tito.</p>
<p style="margin-left: 0cm; margin-right: 0cm;">Per fare un esempio, basti pensare alla figura di Antonio Sema. Il convinto antifascista piranese, negli anni del regime venne brutalmente perseguitato ed esposto al pubblico ludibrio. Lo stimato maestro, con l’avvento del potere popolare, poté realizzare il suo sogno e fondare nella cittadina un ginnasio, per dare a contadini e pescatori della sua città una prospettiva di istruzione e di avanzamento sociale. Non gli ci volle molto per entrare in contrasto con le autorità jugoslave, così perse la sua cattedra di preside, fu costretto a lasciare la scuola e tornò a fare il pescatore prima di prendere la via dell’esodo con quasi tutti gli altri piranesi.</p>
<p style="margin-left: 0cm; margin-right: 0cm;">In quel periodo vennero chiamati a prendere le redini della comunità italiana molti “compagni” provenienti dalle altre regioni italiane. Erano venuti a costruire il comunismo, ma &#8211; alcuni di loro &#8211; anche a trovare riparo dalla giustizia italiana. Sulla loro testa piovvero pesanti condanne in contumacia per quello di poco nobile che avevano fatto durante la Resistenza. In Jugoslavia trovarono un rifugio sicuro, ma furono anche ostaggi del regime e contribuirono a non far restare gli italiani del luogo a casa loro.</p>
<p style="margin-left: 0cm; margin-right: 0cm;">I primi ad andarsene furono i maestri, i preti e tutti coloro che in qualche modo potevano essere portatori di valori non consoni a quello che era il nuovo sistema politico. Nelle cittadine costiere cambiarono i ritmi di vita. Il passare del tempo, scandito dal susseguirsi delle feste religiose, venne sostituito da nuovi rituali di regime, mentre le processioni e le altre manifestazioni pubbliche religiose vennero fatte cessare, anche con lanci di pomodori e uova marcie. In sintesi, furono progressivamente create le condizioni acciocché gli italiani “decidessero democraticamente” di andarsene. Una scelta “libera”, si sente dire spesso; com’è stata “libera” la scelta di mio zio Mario, mitico calciatore dell’Ampelea di Isola, che per rimanere nella sua città rifiutò anche offerte di società più importanti. L’Ampelea, per i suoi meriti sportivi, gli aveva dato una bella casetta a schiera all’ingresso di Isola. Anche dopo il 1945 la sua vita trascorreva serena tra la fabbrica, il campo di pallone e gli impegni familiari. Decise di andarsene quando suonò alla sua porta un poliziotto stiriano con in mano un decreto che gli imponeva di cedergli una stanza di casa sua. Si ricostruì una vita altrove partendo dalle baracche di uno dei tanti campi profughi.</p>
<p style="margin-left: 0cm; margin-right: 0cm;">Quelli che rimasero non furono altro una reliquia di quella che fu l’italianità di questa terra. Persone semplici, poco istruite e soprattutto non pericolose per il regime. Alcuni si riunirono intorno a quelli che erano i circoli di cultura italiani: istituzioni create su modello di quanto accadeva nel resto della Jugoslavia, che avevano lo scopo di promuovere la cultura dal basso, quella che sostenere i valori della classe operaia. Una nuova forma di cultura organica al regime, non pericolosa e ben distante da espressioni d’arte borghesi che si volevano relegare ai margini, anche perché considerate portatrici di nazionalismo e di idee contrarie alla costruzione della “patria socialista”. Cori, mandolini, filodrammatiche e tutta una altra serie di attività amatoriali divennero da allora (e sono ancora) il trademark di una comunità che non sa (e non vuole) uscire da una dimensione fatta di piccole cose legate perlopiù al folclore ed al dialetto. Un&#8217;altra parte della comunità che rimase, invece continuò a vivere in Italia anche senza l’Italia. Era formata perlopiù da donne che erano rimaste per accudire i genitori anziani o da vedove non ebbero la forza di andare da sole incontro all’ignoto. Quelle che io ho conosciuto si incontravano ogni mattina in Piazza delle Erbe per fare la spesa. Si passavano i pochi rotocalchi italiani che riuscivano a far arrivare dall’altra parte del confine, commentavano i programmi della TV italiana e ricordavano soprattutto quella che era stata la Pirano della loro giovinezza: il negozio dove avevano comprato il vestito per la prima comunione, le caramelle della signora Ceceri, il pane del negozio di Mario… Erano assolutamente indifferenti al regime ed ai suoi nuovi cerimoniali. Continuavano a frequentare la chiesa ed a vivere come avevano sempre fatto. Si guardavano bene dall’esprimere opinioni politiche, anche se quando si faceva tardi ed oramai era ora di andare a casa per sbrigare le faccende domestiche il loro discorso si chiudeva sempre nello stesso modo: “…e dopo xe rivadi i druxi”. Una di quelle signore, morta agli inizi del 2000, come ultimo desiderio ebbe quello di far mettere sotto il cuscino nella sua bara, la bandiera italiana tolta dal comune e gelosamente custodita per anni tra i cimeli di casa sua.</p>
<p style="margin-left: 0cm; margin-right: 0cm;">Naturalmente il regime sentì la necessità di preservare con un ordinamento “fantastico” quello che restava di questa comunità. Non misure individuali, che sarebbero state poco consone alla dottrina comunista, ma una ampia tutela collettiva. Il simbolo di tutto ciò fu soprattutto il bilinguismo visivo. Enormi cartelli con su scritto Koper – Capodistira, Izola- Isola, Piran – Pirano, capeggiano ancor oggi davanti alle nostre città. Una manifestazione che, sentendo i discorsi che si continuano a fare ancor oggi, sembra più una messa in scena per chiedere uguali diritti anche per la minoranza slovena rimasta in Italia (dove nessuno o quasi scelse la via dell’esodo), che dettata da una reale volontà di conservare quel poco di italiano che era rimasto. Quei cartelli bilingui, del resto, a volte suonano come vere e proprie beffe per la comunità italiana, a cui viene comunque negato il diritto di poter usare i propri nomi storici sul territorio ed è costretta (anche a causa del inettitudine della propria classe dirigente) a tenersi quelli reinventati negli anni cinquanta e sessanta (Lucia, Monte Marco, Colombano, Jagodje…). Così, ad esempio, mentre in Italia la località di San Dorligo della Valle è oramai per tutti tornata ad essere solo ed esclusivamente Dolina (senza che questo suscitasse grandi discussioni o accese polemiche) a Pirano si fa di tutto per negare agli italiani di poter usare il toponimo Santa Lucia.</p>
<p style="margin-left: 0cm; margin-right: 0cm;">Quello che resta oggi è ben poco. La comunità italiana, piena com’è di diritti esistenti solo sulla carta è oramai relegata ad una sola, quasi inutile, presenza istituzionale. Il mantra assimilato oramai negli anni è quello che i diritti ci sono, ma che non bisogna abusarne. Quello a cui bisogna fare attenzione è soprattutto non irritare la maggioranza. In sintesi, il complesso meccanismo di tutela non ha fatto che relegare gli italiani in un magico mondo autoreferenziale in cui non riescono a confrontarsi con il resto della società. Bisogna ribadire che, come ho già detto, la realtà degli italiani rimasti in Jugoslavia e in Slovenia era fatta da persone semplici, poco istruite e non pericolose per il regime e questo background pesa anche sui loro figli e nipoti. In questo ambiente ogni processo si di <span style="background-color: white;"><span style="color: #202124;">empowerment del gruppo diventa maledettamente complicato e forse impossibile. </span></span></p>
<p style="margin-left: 0cm; margin-right: 0cm;">Del resto, quello a cui si è assistito dal 1945 in poi, è stato un processo di slovenizzazione del territorio che è stato portato avanti con coerenza, maestria e costanza. Una operazione iniziata con i trasferimenti forzati degli alunni dalle scuole italiane alle scuole slovene e proseguito con una serie di pressioni psicologiche, dirette ed indirette che le autorità mettevano in pratica in vari modi. Mio papà Vittorio si ritrovò una carta d’identità con su scritto Zmagoslav. Per farsela cambiare dovette portare un certificato di battesimo e ripagarsi il modulo, lo stesso accadde a mia nonna Lucia, che all’inizio degli anni Ottanta si ritrovò sul lasciapassare il suo nome cambiato in Lucija. Lei non fece a tempo a farsi rifare il documento, perché morì prima.&nbsp; Meccanismi non molto dissimili da quelli adoperati da altri regimi, in altre epoche.</p>
<p style="margin-left: 0cm; margin-right: 0cm;">Chi ha vissuto in queste terre e sa cos’è stato il fascismo di frontiera. Il suo fine era quello di italianizzare terre che italiane non erano o almeno non erano solo italiane. È stato una delle peggiori e più violente espressioni del fascismo. Esiste però anche un antifascismo di frontiera, che con il fascismo di frontiera, senza voler fare indebiti paragoni, ha almeno un tratto comune: il nazionalismo.</p>
<p style="margin-left: 0cm; margin-right: 0cm;">Per concludere e per tornare al messaggio che ci hanno regalato Fulvio Tomizza e il nostro pigmalione Milan Rakovac: per convivere con i nostri traumi di frontiera, per cominciare a superarli e a guardare al futuro, dovremmo soprattutto smettere di guardare alle colpe degli altri e prendere coscienza delle nostre responsabilità. Solo così si potrà affrontare serenamente la vita, guardando al domani e superando un passato che qui non sembra voler passare mai.</p>
<p style="margin-left: 0cm; margin-right: 0cm;">&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Purini Purich, Piero: Coraggio come disobbedienza (2019)
</title>
		<link>https://forumtomizza.com/it/purini-purich-piero-coraggio-come-disobbedienza-2019/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 09 Sep 2019 00:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Testi dei partecipanti]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://novi.forumtomizza.com/?p=420</guid>

					<description><![CDATA[Paul Gr&#252;ninger, comandante della polizia del Cantone svizzero di San Gallo, tra il &#39;38 e il &#39;39 falsific&#242; [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">Paul Gr&uuml;ninger, comandante della polizia del Cantone svizzero di San Gallo, tra il &#39;38 e il &#39;39 falsific&ograve; i documenti di centinaia di ebrei tedeschi ed austriaci riuscendo a farli entrare in Svizzera in barba alle leggi elvetiche che imponevano di respingerli oltreconfine. Dopo meno di un anno Gr&uuml;ninger fu scoperto, processato, espulso dalla polizia e condannato a pagare le spese di giudizio oltre ad una multa di 300 franchi. Gli venne revocato il diritto alla pensione e da allora visse in condizioni precarie, morendo in miseria nel &#39;72. Quando negli anni &#39;60 alcuni degli ebrei da lui salvati resero nota la sua eroica impresa e proposero che gli fosse conferito il titolo di &ldquo;Giusto tra le nazioni&rdquo;, il suo caso rimase a lungo sospeso. Secondo alcuni membri della commissione, Gr&uuml;ninger non aveva rischiato la vita o il carcere per le sue azioni e dunque il suo gesto non era poi cos&igrave; nobile. Ottenne il riconoscimento di &ldquo;Giusto tra le nazioni&rdquo; solo nel 1971, un anno prima della sua morte. La Svizzera lo riabilit&ograve; solamente nel 1995.</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">Pur senza aver rischiato la vita, il gesto di Gr&uuml;ninger comport&ograve; in ogni caso conseguenze pesantissime per il resto della sua esistenza, e questo, a mio avviso, lo rende un caso esemplare di coraggio e di eroismo gratuito, disinteressato ed etico. Non furono &ndash; come in molti altri casi di &ldquo;Giusti tra le nazioni&rdquo; &#8211; le circostanze di guerra a metterlo di fronte alla due sole alternative di essere eroe o complice; in quanto cittadino di un paese neutrale Gr&uuml;ninger, aveva anche una terza possibilit&agrave;, quella pi&ugrave; comoda: non fare niente, voltarsi dall&#39;altra parte, non mettersi contro una legge iniqua e contro il proprio paese.</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">In &ldquo;Vita di Galileo&rdquo; Brecht scrive: &ldquo;Infelice il paese che ha bisogno di eroi&rdquo;. A dimostrazione della degenerazione linguistica e culturale della nostra societ&agrave;, negli ultimi anni sui media troviamo il termine &ldquo;eroe&rdquo; quasi quotidianamente: &ldquo;eroe&rdquo; &egrave; il poliziotto che blocca il terrorista, &ldquo;eroe&rdquo; &egrave; il vigile del fuoco che salva gli abitanti di un palazzo, &ldquo;eroe&rdquo; &egrave; il magistrato che condanna i mafiosi, &ldquo;eroi&rdquo; sono addirittura i soldati o i piloti che bombardano i cosiddetti &ldquo;stati canaglia&rdquo; (facendo generalmente vittime solo tra civili innocenti) o addirittura i mercenari che vengono uccisi dai &ldquo;terroristi&rdquo; (ammesso poi che il termine giusto per questi ultimi non sia piuttosto guerriglieri o partigiani). No. Questi non sono eroi. Gli eroi non sono le persone che fanno semplicemente ci&ograve; per cui sono pagate, quelle che svolgono il loro lavoro come dovrebbe essere normalmente fatto. Un poliziotto non pu&ograve; essere un eroe perch&eacute; arresta un ladro, per quanto l&#39;episodio possa essere rischioso. Un magistrato non pu&ograve; essere un eroe perch&eacute; condanna un malvivente. Stanno semplicemente facendo il proprio lavoro. Di questo passo finiremo con il definire eroe un vigile che d&agrave; una multa per divieto di sosta o un dentista che fa una cura canalare.</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">Eroe invece &egrave; chi, con coraggio, si pone <em>fuori</em> dalla normalit&agrave;. Eroe &egrave; chi interviene in una situazione che gli &egrave; estranea, della quale potrebbe tranquillamente non impicciarsi, evitando di avere conseguenze spiacevoli per la propria routine esistenziale. Il vero coraggioso &egrave; colui che mette a rischio la propria vita, se stesso, la propria quotidianit&agrave;, le propria <em>normalit&agrave; </em>perch&eacute; &egrave; eticamente chiamato a farlo, perch&eacute; un imperativo morale lo spinge in quella direzione. E molto spesso essere coraggiosi significa <em>disobbedire</em>. Disobbedire a regole stabilite da altri, dalle leggi, dalla societ&agrave;, dall&#39;economia, che collidono con le proprie convinzioni, ma che sono invece funzionali al potere politico ed economico.</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">Trovo che nella prima guerra mondiale gli obiettori di coscienza, i pacifisti, i disertori, gli ammutinati che sfidarono i plotoni d&#39;esecuzione dei propri eserciti siano stati molto pi&ugrave; coraggiosi degli &ldquo;eroi&rdquo; premiati con le medaglie al valore che si lanciavano all&#39;assalto delle trincee nemiche in nome dell&#39;imperatore, del re, dello zar o di <em>monsieur le president</em>. E anche molto pi&ugrave; perspicaci: capivano che il loro sacrificio non era a difesa della Francia, della Germania, dell&#39;Austria-Ungheria, della Russia o dell&#39;Italia, ma degli interessi dell&#39;elite economica, politica e militare che governava quei paesi. Nei miei studi sono giunto alla conclusione che la prima guerra mondiale non si risolse con gloriose offensive dell&#39;Intesa, ma con una diserzione di massa da parte dei soldati tedeschi, austriaci, bulgari e turchi che pose fine al pi&ugrave; tremendo massacro che fino ad allora si fosse verificato sul suolo europeo. Un gigantesco atto di insubordinazione, un atto di coraggio contro le gerarchie militari, politiche ed economiche che per&ograve;, non poteva e non pu&ograve; tuttora essere ammesso dalla storiografia ufficiale degli stati. Gli alti comandi degli eserciti dell&#39;Intesa camuffarono quest&#39;epilogo con epici scontri finali che nascondono una realt&agrave; molto scomoda per chi detiene l&#39;autorit&agrave;: quando le masse si ribellano, non c&#39;&egrave; forza in grado di contenerle.</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">Vent&#39;anni pi&ugrave; tardi i coraggiosi furono i ragazzi antifascisti di mezza Europa che andarono in Spagna a difendere la Repubblica contro Franco, oggi sono i giovani che facendo la stessa scelta abbandonano la propria vita normale per combattere a fianco dei curdi dell&#39;Ypg contro i nuovi fascisti dello stato islamico, ma che vergognosamente al loro rientro in Europa vengono considerati pericolosi sovversivi anzich&eacute; eroi dai loro stessi governi, che invece ipocritamente sbandierano il terrorismo islamico come il principale pericolo per le democrazie occidentali,salvo fare ricchi affari con i paesi mediorientali che lo finanziano.</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">Ai giorni nostri trovo che il coraggio sia nella dirompente defezione di Edward Snowden che, sinceramente preoccupato per la deriva autoritario-spionistica dell&#39;intelligence statunitense, getta alle ortiche una brillante e lucrosissima carriera di informatico e consulente dei servizi segreti per denunciare al mondo il sistema di controllo potenzialmente planetario esercitato dalla National Security Agency attraverso internet. &ldquo;Ho deciso di sacrificarmi perch&eacute; la mia coscienza non pu&ograve; pi&ugrave; accettare che il governo statunitense violi la privacy, la libert&agrave; di internet e i diritti basilari della gente in tutto il mondo, tramite un immenso meccanismo di sorveglianza costruito in segreto.&rdquo;</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">Come i disertori e gli ammutinati della prima guerra mondiale, Snowden, oltre che pi&ugrave; coraggioso, si &egrave; dimostrato immensamente pi&ugrave; perspicace dell&#39;umanit&agrave; per la cui libert&agrave; ha agito: ha avuto la capacit&agrave; di capire che il sistema di potere a cui deve obbedire non fa gli interessi del cittadino, ma solamente il proprio interesse, se possibile <em>a discapito</em> o addirittura <em>contro</em> il cittadino. Ha colto ci&ograve; che viene continuamente negato: stiamo vivendo in una societ&agrave; totalitaria che vuole controllare o gi&agrave; controlla ogni singolo istante delle nostre esistenze. Come le dittature del 20&deg; secolo, l&#39;attuale societ&agrave; totalitaria &egrave; basata su un&#39;ideologia, il neoliberismo, che &egrave; l&#39;assioma indiscutibile su cui si regge l&#39;intera costruzione ideologica. Come fascismo, nazismo o stalinismo permea l&#39;intera societ&agrave;: anzich&eacute; la propaganda goebbelsiana o i manifesti del realismo socialista, &egrave; la pubblicit&agrave; a campeggiare sui palazzi o a penetrare e condizionare i nostri cervelli attraverso tiv&ugrave; ed internet; come nella pianificazione del lavoro di Mussolini o Stalin i sindacati sono stati resi innocui, asservendoli alle necessit&agrave; economiche dell&#39;elite economico-finanziaria e ritornando a condizioni di lavoro sempre pi&ugrave; simili a quelle dei tempi di Marx ed Engels. Come nei regimi totalitari del secolo scorso le elezioni sono diventate una farsa, perch&eacute; non &egrave; possibile votare un reale cambiamento di indirizzo economico: i partiti e i movimenti che hanno il coraggio di proporre un&#39;economia diversa, se ottengono consenso, o vengono massacrati economicamente (come &egrave; accaduto in Grecia), o vengono inflessibilmente perseguiti dai giudici per reati identici a quelli di altri governi su cui invece si &egrave; allegramente soprasseduto (come &egrave; accaduto in Brasile), oppure vengono presto integrati nel sistema politico in modo che le loro eresie economiche vengano neutralizzate (come in Italia). Come nei peggiori incubi di Orwell, attraverso computer o telefonini siamo tutti controllabili, tracciabili e censurabili, solo che questa volta il controllo &egrave; un atto volontario del cittadino che accetta per comodit&agrave; di possedere l&#39;I-phone o, peggio, per esibizionismo ed egocentrismo rende accessibili a tutti i suoi dati pi&ugrave; riservati, i suoi gusti, la sua intimit&agrave; e le sue idee su Facebook, Twitter o Instagram.</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">Ma il controllo non viene esercitato solo attraverso l&#39;informatica ed un discreto quanto opprimente sistema di videosorveglianza camuffato da &ldquo;sicurezza&rdquo;: viene anche praticato con la complicit&agrave; degli stessi cittadini attraverso il &rdquo;whistleblowing&rdquo;, elegante termine inglese che nasconde la vecchia pratica della delazione, comune a tutti i regimi. Un odioso metodo di controllo grazie al quale lo stato suggerisce al cittadino di segnalare comportamenti devianti (o atti di insubordinazione al potere), trasformando chiunque in una potenziale spia e cancellando la solidariet&agrave; e la fiducia dell&#39;essere umano verso il prossimo.</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">Viviamo dunque in una dittatura mascherata, apparentemente inoffensiva, nascosta dietro le faccine sorridenti e gli e-moji, che finge di tollerare bonariamente l&#39;opposizione fino a quando questa non rischia di compromettere gli interessi economici dell&#39;elite. Quando per&ograve; questa soglia viene superata, condanna i suoi nemici a interminabili odissee giudiziarie, alla perdita del lavoro, all&#39;ostracismo sociale, alla gogna mediatica o anche a lunghe pene detentive, come dimostrano le vicende di Julian Assange, di Chelsea Manning, di molti attivisti No Tav e di molti altri sconosciuti oppositori che pagano con piccoli-grandi rogne le loro prese di posizione.</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">In una prospettiva del genere essere ottimisti &egrave; piuttosto difficile. Pare che il valore del coraggio, del coraggio di combattere per princ&igrave;pi o semplicemente per i diritti propri e comuni sia merce ormai rara. Nel timore di rovinare la propria carriera, di perdere i propri risparmi, di danneggiare una risibile ed effimera notoriet&agrave;, di subire procedimenti giudiziari o disciplinari, di perdere il lavoro la stragrande maggioranza delle persone non reagisce a nulla, accetta condizioni di lavoro schiavili, soggiace ai diktat economici stabiliti da banche e multinazionali attraverso governi asserviti, non va nemmeno pi&ugrave; a votare rinchiudendosi nel proprio bozzolo privato e sperando di arrivare alla pensione e alla morte senza eccessive complicazioni. Non sar&agrave; cos&igrave;: il neoliberismo &egrave; l&#39;ultima fase del capitalismo e distrugger&agrave; tutto pur di sopravvivere. Fagociter&agrave; i risparmi dei cittadini pur di procrastinare una crisi economica che &egrave; gi&agrave; evidente e una bolla speculativa con debiti delle banche gi&agrave; di sei-otto volte superiori al denaro disponibile; distrugger&agrave; l&#39;ambiente alla disperata ricerca di risorse che permettano al capitalismo di mantenere il suo precario equilibrio economico; si imbarcher&agrave; in conflitti sempre pi&ugrave; diffusi e rischiosi, mettendo a repentaglio la stessa sopravvivenza del genere umano.</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">I disertori e degli ammutinati della prima guerra mondiale capirono che il loro destino era in ogni caso quello di morire e dunque tanto valeva imbracciare le armi contro i propri comandi: trovarono cos&igrave; il coraggio per modificare la propria sorte gi&agrave; segnata. Solo comprendendo che anche il nostro destino come specie &egrave; quello di essere spazzato via da un sistema economico bulimico ed autofago troveremo il coraggio di rinunciare a parte dei nostri privilegi, che comunque sono destinati ad essere cancellati. Con un atto di coraggio e di eroismo infinito, bisogna uscire dal proprio pavido bozzolo privato e prendere posizione, a costo di qualsiasi rischio, pur di evitare che questo Sansone impazzito, diventato ormai il mostro di Frankenstein, seppellisca con s&eacute; l&#39;intera umanit&agrave;.</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Elia, Christian: Il coraggio (2019)
</title>
		<link>https://forumtomizza.com/it/elia-christian-il-coraggio-2019/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 11 Jun 2019 00:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Testi dei partecipanti]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://novi.forumtomizza.com/?p=419</guid>

					<description><![CDATA[Dobbiamo avere il coraggio di tornare a raccontare le persone.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="margin-left: 0cm; margin-right: 0cm;">&nbsp;</p>
<p style="margin-left: 0cm; margin-right: 0cm;">Forum Tomizza, 17 maggio 2019</p>
<p style="margin-left: 0cm; margin-right: 0cm;">&nbsp;</p>
<p style="margin-left: 0cm; margin-right: 0cm;">Buongiorno a tutti. E’ davvero un piacere essere qui oggi. L’invito a partecipare alla 20^ edizione del Forum Tomizza – con tanti prestigiosi compagni di viaggio – è per me allo stesso tempo un onere e un onore. Il tema di questa edizione, il coraggio, lo ritengo non solo attuale, ma urgente.</p>
<p style="margin-left: 0cm; margin-right: 0cm;">&nbsp;</p>
<p style="margin-left: 0cm; margin-right: 0cm;">Perché è proprio il coraggio quello che serve a tutti noi per affrontare e superare un periodo che espone le nostre società allo smarrimento.<br />
Perché è proprio il coraggio che ci serve per ritrovare un senso di appartenenza ai principi dell’umanità, del rispetto, dei diritti.</p>
<p style="margin-left: 0cm; margin-right: 0cm;">&nbsp;</p>
<p style="margin-left: 0cm; margin-right: 0cm;">Ho iniziato a fare il giornalista ai tempi del liceo, c’era ancora il muro di Berlino. Mi sono innamorato di questo mestiere da subito, ma oggi – a volte – cerco il coraggio di amarlo ancora, come in una lunga relazione che deve ogni mattina trovare la forza di non arrendersi alla normalizzazione.</p>
<p style="margin-left: 0cm; margin-right: 0cm;">&nbsp;</p>
<p style="margin-left: 0cm; margin-right: 0cm;">Prima di tutto una doverosa premessa: il mio intervento riflette sul giornalismo italiano, il mio, quello che conosco e frequento da vent’anni. Il mio intervento riflette la mia opinione, che come tutte le opinioni non ha alcuna ambizione di esaustività o esclusività.</p>
<p style="margin-left: 0cm; margin-right: 0cm;">&nbsp;</p>
<p style="margin-left: 0cm; margin-right: 0cm;">Ieri, in Italia, è stata una giornata importante. I magistrati che indagavano sulle organizzazioni non governative che operano nel mar Mediterraneo hanno certificato di non avere alcuna prova per sostenere quello che, da subito, era apparso un teorema senza alcuna aderenza con la realtà.<br />
Da ieri è ufficiale: le ong non sono ‘taxi del mare’ per i disperati della sponda meridionale del Mediterraneo; le ong non hanno legami con i trafficanti di uomini; le ong non lucrano sui viaggi della morte. Un’evidente banalità, direte voi, ma nell’Italia di oggi non è così.</p>
<p style="margin-left: 0cm; margin-right: 0cm;">&nbsp;</p>
<p style="margin-left: 0cm; margin-right: 0cm;">Sarebbe troppo comodo immaginare che lo stato attuale delle cose sia un imprevisto, improvviso, evento drammatico che, come un temporale estivo, scatenerà la sua forza distruttrice e svanirà in un dolce arcobaleno. La situazione attuale è la fase acuta di un processo che è iniziato tempo fa.</p>
<p style="margin-left: 0cm; margin-right: 0cm;">&nbsp;</p>
<p style="margin-left: 0cm; margin-right: 0cm;">Nel 2009, mentre raccontavo la guerra a Gaza, un ex membro delle forze speciali dell’esercito israeliano, rispetto alla mia domanda su come si narcotizzasse una società civile, mi rispondeva che basta “spostare la soglia della morale, ogni giorno, un po’ più in là. Se quello che fai oggi è peggio di quello che hai fatto ieri e se domani farai qualcosa di peggio di quello che hai fatto oggi, lentamente, quel che hai fatto prima si normalizza”.</p>
<p style="margin-left: 0cm; margin-right: 0cm;">&nbsp;</p>
<p style="margin-left: 0cm; margin-right: 0cm;">Quando il governo Netanyahu o il governo Orban hanno iniziato la loro ‘caccia alle streghe’ contro le organizzazioni non governative, non avrei mai pensato che lo stesso potesse un giorno accadere anche in Italia. Invece è stato così.</p>
<p style="margin-left: 0cm; margin-right: 0cm;">&nbsp;</p>
<p style="margin-left: 0cm; margin-right: 0cm;">Questo mestiere, in giro per il mondo, mi ha insegnato che quello che raccontavo, che a prima vista sembrava così lontano dalla mia vita, in realtà mi dava solo un punto di osservazione privilegiato sul futuro. Anche sul mio futuro.</p>
<p style="margin-left: 0cm; margin-right: 0cm;">E quel processo, oggi, riguarda come sia stato possibile che al ceto politico venisse concesso un potere tale sulla vita delle persone. Oggi è diventato normale ritenere le migrazioni un problema di ordine pubblico. Quando è accaduto che, invece del ministero delle Politiche Sociali, il migrare diventasse una prerogativa del ministero degli Interni? Non lo ricordiamo neanche più. E in questo processo, il mondo del quale faccio parte, del quale ho scelto di far parte, ha delle grandi responsabilità.</p>
<p style="margin-left: 0cm; margin-right: 0cm;">&nbsp;</p>
<p style="margin-left: 0cm; margin-right: 0cm;">Come giornalisti dobbiamo avere il coraggio di ammettere che, per anni, abbiamo guardato una classe dirigente – di differenti appartenenze politiche – utilizzare la questione delle migrazioni come strumento di propaganda politica. A me, nella stessa vita professionale, era già accaduto.</p>
<p style="margin-left: 0cm; margin-right: 0cm;">&nbsp;</p>
<p style="margin-left: 0cm; margin-right: 0cm;">Era il 2001, il mondo era sconvolto da quello che in diretta tv avevamo visto accadere negli Stati Uniti. Lo ricordo perfettamente, lo ricordiamo tutti. Quel tempo divenne il tempo nel quale a noi che raccontavamo il mondo veniva chiesto ‘da che parte state?’. C’era un arruolamento in corso, con tutta la cassetta degli attrezzi della propaganda di guerra: identità, noi e loro, dio, patria e famiglia. In tanti, senza alcun coraggio particolare, non abbiamo ceduto. Perché nel fare bene il proprio lavoro, non c’è coraggio, ma solo dignità. E allora mai dimenticare che il nostro mestiere è quello di ricordare a noi stessi e a tutti gli altri che non esistono poteri buoni. Siamo coltivatori di dubbi, non spacciatori di certezze. Ed ecco che ogni processo politico che si nutre di discorsi identitari è sempre stato e deve restare nemico del buon giornalismo. Il buon giornalismo deve essere, sempre, in direzione ostinata e contraria. Forse, però, all’epoca era più facile.</p>
<p style="margin-left: 0cm; margin-right: 0cm;">&nbsp;</p>
<p style="margin-left: 0cm; margin-right: 0cm;">Perché c’era una comunità di lettori forte e numerosa, che rendeva i media più liberi di non dipendere da questo o da quel potere. Perché c’era una società civile che – a milioni – scendeva nelle piazze e nelle strade per gridare “non crediamo alle vostre bugie”.<br />
Anche all’epoca sono stati fatti degli errori, tanti, in tante occasioni è stato violato il patto di fiducia con i lettori. Ma nella stragrande maggioranza dei casi, è stato fatto un buon lavoro.</p>
<p style="margin-left: 0cm; margin-right: 0cm;">&nbsp;</p>
<p style="margin-left: 0cm; margin-right: 0cm;">Da allora, ad oggi, in questi lunghi venti anni, sono cambiate tante cose. La crisi economica, prima di tutto, ha reso i media sempre più fragili ed esposti alle pressioni del potere, economico o politico che sia. Sarebbe necessario, come tempo fa, trovare imprenditori che abbiano il coraggio di essere veri editori e non meri ragionieri che fanno quadrare gli scarsi conti. Il crollo della pubblicità e delle vendite è una realtà, ma non basta a spiegare – almeno in Italia – il crollo della qualità dei contenuti.</p>
<p style="margin-left: 0cm; margin-right: 0cm;">&nbsp;</p>
<p style="margin-left: 0cm; margin-right: 0cm;">L’irruzione dei social media ha reso il nostro ruolo difficile, complesso. L’arrivo dell’auto racconto ha destabilizzato un mondo che era abituato a raccontare. L’oggetto del racconto rivendica il suo diritto a farsi soggetto del racconto. Ma non si tratta solo di una crisi economica e di strumenti, perché queste sono fasi che ci sono state prima e ci saranno dopo.<br />
Si è trattata di una grave crisi di fiducia.</p>
<p style="margin-left: 0cm; margin-right: 0cm;">&nbsp;</p>
<p style="margin-left: 0cm; margin-right: 0cm;">Ecco che è il tempo di pensare, con coraggio, a un nuovo patto sociale tra giornalisti e società civile. Un nuovo patto sociale che parta dal coraggio, ad esempio, di chiamare le cose con il loro nome e di lavorare a indicare le cause dei processi, non a strumentalizzarne gli effetti.</p>
<p style="margin-left: 0cm; margin-right: 0cm;">&nbsp;</p>
<p style="margin-left: 0cm; margin-right: 0cm;">Società senza migrazioni, semplicemente, non sono mai esistite. Non esiste alcuna invasione. Chi scappa oggi da una guerra, ieri ha accolto altre fughe; chi scappa dalla povertà e dalla fame, ha lo stesso diritto a sognare una vita differente. Nessun racconto di questo tempo ha un senso, se non è messo sempre in chiaro il ‘sistema della guerra’, un circolo vizioso che parte da un modello economico e diventa un modello di sfruttamento.</p>
<p style="margin-left: 0cm; margin-right: 0cm;">&nbsp;</p>
<p style="margin-left: 0cm; margin-right: 0cm;">Un nuovo patto sociale con i lettori non potrà che passare dal coraggio di riprendersi le parole:</p>
<p style="margin-left: 0cm; margin-right: 0cm;">sicurezza, sviluppo, giustizia, terrorismo, razzismo. Noi giornalisti, senza le parole, siamo muti.</p>
<p style="margin-left: 0cm; margin-right: 0cm;">Come Tomizza, dobbiamo abitare sempre e comunque la terra di mezzo, rifiutare ogni semplificazione, essere capaci di rendere comprensibili le dinamiche globali, non cedendo mai alla comodità della lettura comune. Non scriviamo per piacere, ma per informare, per dare strumenti di cittadinanza attiva.</p>
<p style="margin-left: 0cm; margin-right: 0cm;">&nbsp;</p>
<p style="margin-left: 0cm; margin-right: 0cm;">Per anni, in Italia e non solo, si è invece lavorato a sopravvivere. Immaginando che blandendo il potere, assecondandone le assordanti propagande, avremmo tenuto vivo un lavoro che rischiava di scomparire. Solo che l’effetto è stato contrario. E alla fine rischiamo di credere di aver salvato qualcosa che non esiste più.</p>
<p style="margin-left: 0cm; margin-right: 0cm;">&nbsp;</p>
<p style="margin-left: 0cm; margin-right: 0cm;">Con ogni titolo che criminalizza una comunità intera, con ogni articolo che cede all’orientalismo, con ogni narrazione vicina agli imprenditori della paura abbiamo contribuito – giorno dopo giorno – a perdere la fiducia di coloro che hanno gli strumenti per capire l’inganno e a dare nuovi strumenti a coloro che su quell’inganno hanno costruito una carriera politica.</p>
<p style="margin-left: 0cm; margin-right: 0cm;">&nbsp;</p>
<p style="margin-left: 0cm; margin-right: 0cm;">La criminalizzazione della solidarietà è solo l’ultima stazione di un lungo viaggio nella disumanizzazione degli ultimi. Non ci sono nomi, ci sono numeri. Non ci sono storie, ci sono categorie: migrante economico, rifugiato, richiedente asilo. Non ci sono centri per migranti in Libia, sono lager. E dopo aver disumanizzato le vittime, dopo averle rese tutte uguali e averne messo in dubbio le motivazioni e i diritti, ecco che vanno cancellati i testimoni: le ong.</p>
<p style="margin-left: 0cm; margin-right: 0cm;">&nbsp;</p>
<p style="margin-left: 0cm; margin-right: 0cm;">Dobbiamo avere il coraggio di tornare a raccontare le persone. Un passaggio epocale, dalla geopolitica alla geopoetica, che riporti il nostro sguardo – e quindi quello del lettore – a guardare negli occhi le storie, dargli un nome, senza un approccio dall’alto verso il basso (con gli ultimi) e dal basso verso l’alto (con il potere). Le parole che ci siamo fatti rubare, dobbiamo avere il coraggio di riprendercele. Lasciare uomini, donne e bambini – per giorni – alla deriva, non è politica, è un crimine. Lasciare sulla Grecia la responsabilità di milioni di vite, in cambio di un pugno di euro, è un ricatto. Respingere esseri umani verso la Libia e l’Afghanistan, definiti paesi sicuri, è una violazione dei diritti umani, non è un accordo internazionale. Pagare la Turchia, che viola i diritti dei suoi stessi cittadini, per fare il lavoro sporco, non è una soluzione, ma una vergogna.</p>
<p style="margin-left: 0cm; margin-right: 0cm;">&nbsp;</p>
<p style="margin-left: 0cm; margin-right: 0cm;">Dobbiamo metterci in gioco, sperimentando tutti i linguaggi possibili, senza fermarci – immobili – a un solo modo di raccontare mentre tutto cambia. Rileggere oggi i libri di Tomizza è una palestra eccezionale di una forma elevatissima di reportage letterario, dove l’analisi del reale si faceva letteratura perché sapeva cogliere, negli ultimi, il senso delle cose, sapeva trovare nelle storie delle persone, il senso del globale. E dobbiamo provare a sperimentare sempre, linguaggi e zone di confine, umane e narrative.</p>
<p style="margin-left: 0cm; margin-right: 0cm;">&nbsp;</p>
<p style="margin-left: 0cm; margin-right: 0cm;">Spesso mi chiedono se ho paura di raccontare la guerra e le violazioni dei diritti umani. Certo che ho paura, ma il mio lavoro è una scelta. Quando puoi scegliere, è facile avere coraggio. Il vero coraggio è quello di Daphne Caruana Galizia e di Ján Kuciak, che hanno pagato con la vita le loro domande, il vero coraggio è quello di Florence Hartmann, che ha inseguito fin dentro un carcere la sua idea di verità, è quello di Boris Dežulovic, che ha rispedito al mittente la chiamata alle armi del nazionalismo.</p>
<p style="margin-left: 0cm; margin-right: 0cm;">&nbsp;</p>
<p style="margin-left: 0cm; margin-right: 0cm;">Il vero coraggio è quello dei miei colleghi come Bilal, a Kabul, che ogni giorno resta al suo posto, anche quando quelli come me vanno via, come Alaa, che era con me a piazza Tahrir, ma che per quello è andato in carcere, come Ahmed, che il giornalista lo faceva a Gaza e raccontava i bombardamenti che lo hanno ucciso.</p>
<p style="margin-left: 0cm; margin-right: 0cm;">&nbsp;</p>
<p style="margin-left: 0cm; margin-right: 0cm;">Il coraggio che dobbiamo avere oggi è quello di riprenderci le parole, riprenderci la fiducia del pubblico. Il vero coraggio, oggi, è quello dei freelance, che spesso a spese loro e senza nessuna protezione continuano a credere in questo mestiere.</p>
<p style="margin-left: 0cm; margin-right: 0cm;">&nbsp;</p>
<p style="margin-left: 0cm; margin-right: 0cm;">Il coraggio che dobbiamo avere oggi è quello della dignità. Perché, prima o poi, dovremo rendere conto. Albert Camus diceva che il giornalista è lo storico del presente. Ecco, qualcuno ci chiederà dove eravamo quando oltre 34mila persone annegavano per aver osato sognare; qualcuno ci chiederà dove eravamo mentre si strappavano persone alle loro nuove vite per rispedirli all’inferno; qualcuno ci chiederà dove eravamo mentre bloccavamo con il filo spinato e i muri le persone che fuggivano dalle guerre che foraggiavamo di armi noi stessi.</p>
<p style="margin-left: 0cm; margin-right: 0cm;">&nbsp;</p>
<p style="margin-left: 0cm; margin-right: 0cm;">In fondo, alla fine, si tratta di ritrovare il coraggio di guardarsi allo specchio.</p>
<p style="margin-left: 0cm; margin-right: 0cm;">&nbsp;</p>
<p style="margin-left: 0cm; margin-right: 0cm;">Grazie della vostra attenzione.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Rolandi, Francesca: Il coraggio di fuggire nella storia dell&#8217;ultimo secolo (2019)
</title>
		<link>https://forumtomizza.com/it/rolandi-francesca-il-coraggio-di-fuggire-nella-storia-dellultimo-secolo-2019/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 10 Jun 2019 00:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Testi dei partecipanti]]></category>
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					<description><![CDATA[Il 2018 e il 2019 passeranno probabilmente alla storia come anni in cui l&#8217;Europa ha cercato di sigillare [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">Il 2018 e il 2019 passeranno probabilmente alla storia come anni in cui l&rsquo;Europa ha cercato di sigillare le frontiere.</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">Gli arrivi via mare hanno visto una riduzione significativa, in particolare con le politiche dell&#39;attuale governo Lega Nord &ndash; Movimento 5 stelle italiano, che avevano gi&agrave; visto una loro premessa nelle azioni intraprese dal precedente governo per ostacolare i salvataggi in mare da parte delle ong. D&#39;altra parte si assiste a una logica del tappabuchi, in cui si chiude una via di arrivo e se ne aprono altre. Le rotte migratorie via mare verso l&#39;Europa &ndash; in direzione dell&#39;Italia, ma anche della Grecia e della Spagna &ndash; vedono un aumento a dismisura del numero delle vittime rispetto ai numeri delle partenze. Ma le vittime si susseguono anche sulle frontiere via terra dell&#39;Unione Europea, in particolare a quelle tra la Bosnia Erzegovina e la Croazia, dove esiste al momento una delle situazioni pi&ugrave; problematiche. Anche la frontiera tra Croazia e Slovenia, quindi tra spazio Schengen e spazio non Schengen dell&rsquo;Unione europea, ha visto diverse vittime in particolare sul fiume Kupa/Kolpa. Per non parlare del confine tra Italia e Francia, dove si parla di una trentina di cadaveri ritrovati quest&rsquo;anno.</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">Profughi in fuga da regimi autoritari o da luoghi nei quali non vedono una propria realizzazione sono fermati alle porte dell&#39;Europa, da paesi nei quali spesso non vogliono nemmeno migrare. Fermati spesso con la violenza del sequestro in mare aperto, come succede in Italia, o in Croazia dove la violenza fisica &egrave; sistematica, o in Slovenia dove sono tenuti fuori dal filo spinato.</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">La fuga attraverso le frontiere &egrave; l&rsquo;ultima carta che rimane a questi individui da giocare. Sebbene nelle narrazioni scioviniste la fuga sia spesso associata al concetto di codardia, alla mancata volont&agrave; di affrontare di petto un nemico, qui vogliamo mettere in luce come essa possa essere piuttosto un atto di coraggio per sfuggire a una situazione apparentemente senza uscita.</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">Oltre alla dose di coraggio necessaria per abbandonare la propria vita precedente e intraprendere un percorso verso l&#39;ignoto, va aggiunto il coraggio di affrontare un lungo viaggio reso rischioso da circostanze ambientali ma anche dall&#39;intervento degli stati che cercano di impedire, spesso tramite l&#39;uso della forza, l&rsquo;ingresso di migranti.</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">Ma cosa hanno rappresentato storicamente le fughe in Europa e nella regione di cui ci occupiamo? E quali sono state le risposte offerte dai paesi di accoglienza dei profughi? Uno sguardo al concetto stesso di fuga nell&rsquo;ultimo secolo potr&agrave; forse aiutarci a capire l&rsquo;evoluzione storica del fenomeno ma anche i diversi significati politici che furono ad esso associati. E le diverse reazioni delle societ&agrave; di accoglienza, che oggi, come mai prima di ora, sembrano mancare totalmente di coraggio.</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">&nbsp;</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">Alla fine della prima guerra mondiale vi furono spostamenti di profughi di enormi proporzioni: gli armeni, i russi bianchi in fuga dalla Rivoluzione d&rsquo;Ottobre &ndash; &nbsp;che arrivarono nel Regno di Jugoslavia &ndash;, lo scambio di popolazione tra Grecia e Turchia nel 1923. Ma ci si potrebbe chiedere se il concetto di fuga individuale possa applicarsi a questi spostamenti di popolazione di grandi dimensioni.</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">Con l&#39;instaurazione del regime fascista iniziarono le partenze clandestine degli antifascisti italiani che andavano in Francia e in Svizzera, mentre in Jugoslavia scappavano sloveni e croati perseguitati dal fascismo, ma dalla Jugoslavia monarchica scappavano i comunisti dopo la messa al bando del partito nel 1921.</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">In alcuni casi queste fughe furono particolarmente rocambolesche, come quella del vecchio leader socialista italiano Filippo Turati, che Carlo Rosselli, Ferruccio Parri, Sandro Pertini &ndash; alcuni dei padri nobili dell&rsquo;antifascismo italiano, aiutarono a fuggire via mare clandestinamente in Corsica.</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">Ma oltre ai politici ricorrevano alle fughe molti emigranti economici che attraversavano il confine illegalmente per sfuggire alle restrizioni imposti dagli stati, come accadeva agli italiani che emigravano illegalmente in Francia. Sandro Rinauro nel suo volume <em>Il cammino della speranza</em> riprende le parole di due geografi francesi che cos&igrave; descrivono l&rsquo;ostinatezza con cui gli italiani cercavano di entrare nel paese d&rsquo;oltralpe: &ldquo;Per passare la frontiera gli italiani impiegano ogni sorta di sotterfugi: matrimoni per procura, passaporti per visitare un&#39;esposizione, per assistere a un pellegrinaggio, per andare al capezzale di un malato&rdquo; (p. 14). Molti attraversavano la frontiera a piedi e alcuni di loro persero la vita durante il viaggio.</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">C&#39;erano poi coloro che espatriavano illegalmente non in fuga da qualcosa ma per raggiungere qualcosa. Cos&igrave; accadde a molti antifascisti desiderosi di prendere parte alla guerra di Spagna che dovettero ricorrere a vie di fughe illegali per raggiungere il paese dall&#39;Italia fascista ma anche dal Regno di Jugoslavia che aveva aderito al Comitato di non intervento e si impegnava attivamente ad impedire le partenze di volontari per la Spagna. Nel 1937 oltre 150 volontari jugoslavi pronti a imbarcarsi clandestinamente su una nave diretta in Spagna nei pressi dell&rsquo;isola di Brač furono arrestati. Ma poco dopo vi sarebbe stato anche il viaggio in senso inverso degli antifascisti che dalla Spagna ormai conquistata da Franco cercavano di scappare; alcuni lo fecero via mare e furono letteralmente pescati da navi italiane e portati al confino in Italia</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">Quindi si scappava da qualcosa ma anche per raggiungere qualcosa, qualcosa che magari poi si rivelava molto diverso da come lo si era immaginato.</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">Dalla seconda met&agrave; degli anni &#39;30 furono gli ebrei a rappresentare una gran parte delle popolazioni in fuga. Il caso pi&ugrave; famoso fu quello della nave Saint Louis che salp&ograve; nel 1939 dal porto di Amburgo verso il nuovo mondo con a bordo 930 ebrei tedeschi in fuga, ma che venne respinta dagli Stati Uniti e dal Canada. Curiosamente a manifestare un&#39;ampia propensione ad accettare profughi fu esclusivamente il sanguinario dittatore dominicano Rafael Trujillo. Alla fine la gran parte dei fuggiaschi furono riportati in Europa occidentale e oltre 254 di loro persero la vita nell&#39;Olocausto.</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">Ma le fughe continuarono per tutti gli anni della seconda guerra mondiale, con milioni di persone che cercavano in un modo o nell&#39;altro di mettersi in salvo. Ci furono anche paesi che accolsero con generosit&agrave; i fuggiaschi, come la Svizzera. In molti casi, ma non sempre. E qui appare eclatante il caso di Liliana Segre, una dei maggiori testimoni italiani dell&#39;Olocausto, oggi senatrice a vita.</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">&nbsp;Il 7 dicembre 1943 Liliana, a 13 anni, era riuscita ad attraversare il confine con il padre e altri parenti &ndash;tutti ebrei italiani in fuga nell&#39;Italia del Nord occupata dai nazisti. Varcarono il confine con documenti falsi grazie agli spalloni &ndash; che facevano contrabbando sia di sigarette che di uomini &ndash;&nbsp; ma furono respinti da un funzionario svizzero zelante. Il Canton Ticino ha chiesto scusa a Liliana Segre ma quel respingimento le cost&ograve; l&#39;internamento ad Auschwitz.</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">Alla seconda guerra mondiale segu&igrave; il periodo post-bellico in cui la geografia nazionale di tutta l&#39;Europa orientale fu volutamente semplificata in accordo all&rsquo;idea che la complessit&agrave; sarebbe stata foriera di altri conflitti e andava conseguentemente eliminata, omogeneizzando le popolazioni. Quindi il dopoguerra, lungi dall&#39;essere tempo di pace, fu la premessa di oltre un decennio di spostamenti forzati nei quali sparirono alcune comunit&agrave; ivi insediate da secoli, come le popolazioni germanofone in tutta l&rsquo;Europa orientale o gli ebrei della Galizia. Sebbene il contesto dell&#39;area alto-adriatica fosse parzialmente diverso dal resto dell&rsquo;Europa orientale, come sappiamo non fu certo immune dalle partenze di masse di popolazioni. Ancora negli anni &rsquo;60 del &lsquo;900 il Litorale sloveno e l&rsquo;Istria apparivano parzialmente abbandonati. Se la maggior parte delle persone partiva attraverso il meccanismo delle opzioni, per tutti gli anni del dopoguerra frequenti furono le fughe, spesso rocambolesche, via terra o via mare. Il fenomeno delle fughe dalla Jugoslavia continu&ograve; fino agli anni &rsquo;60, finch&eacute; gli jugoslavi ebbero accesso al passaporto e furono autorizzati ad espatriare ed emigrare legalmente. Ma le fughe sulle frontiere non cessarono perch&eacute; la Jugoslavia inizi&ograve; a diventare un paese di transito per migliaia di persone che attraversavano la penisola balcanica.</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">Se guardiamo all&rsquo;Europa della guerra fredda vediamo che tutta la cortina di ferro fu un colabrodo e che proprio il simbolo della chiusura, il muro di Berlino, fu costruito per mettere fine all&rsquo;emorragia di forza lavoro &ndash; e di cittadini. Le fughe rappresentavano il disagio di chi si sentiva prigioniero nel blocco sovietico ed erano utilizzate dal cosiddetto &ldquo;mondo libero&rdquo;, dal blocco occidentale, per presentarsi come un luogo dove i diritti umani vengono rispettati. Ma si andava oltre: le fughe erano l&rsquo;emblema del fallimento del socialismo reale e vennero utilizzate ampiamente dalla propaganda occidentale. Per i fuggiaschi dal blocco sovietico venne istituito un apposito programma, l&rsquo;United States Escape Program, che offriva supporto e condizioni vantaggiose per i profughi, specie se provenivano da posizioni di prestigio. Coloro che fuggivano dal blocco sovietico venivano chiamati <em>defectors</em> in un linguaggio che riproduceva il lessico militare della guerra fredda.</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">Secondo Zellerbach, un diplomatico statunitense a capo di una commissione istituita per studiare il fenomeno dei profughi dall&rsquo;Europa, chi scappava votava con i piedi. Questa formula, che oggi suona amaramente ironica, permise tuttavia a decine di persone di rifarsi una nuova vita oltrecortina. Il sistema dell&rsquo;asilo in Europa nasceva come un prodotto della guerra fredda e ne erano esclusi in genere coloro che provenivano da dittature di destra (spagnoli, greci e portoghesi) e i non europei, che in molti casi &ndash; &nbsp;come in Italia &ndash; &nbsp;non ebbero possibilit&agrave; di chiedere asilo fino al 1989.</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">Ma torniamo a questi confini, in particolare quello che divideva Italia e Jugoslavia.</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">Dalla met&agrave; degli anni &#39;60 furono alcune di migliaia all&rsquo;anno i cittadini del blocco sovietico che approdarono come richiedenti asilo in Italia per poi essere ricollocati oltreoceano. La maggior parte arrivava attraverso la Jugoslavia, alcuni si staccavano da gruppi organizzati, delegazioni ufficiali, o cercavano di attraversare clandestinamente i confini. Ricevere un passaporto con visto per la Jugoslavia era molto pi&ugrave; facile che ottenerne uno per l&rsquo;Italia.</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">Nel solo agosto 1967, in meno di un mese, si registrarono rocambolesche fughe attraverso la Jugoslavia, descritte nei dettagli dalla stampa dell&rsquo;epoca. Un elettricista cecoslovacco oltrepass&ograve; con un salto la recinzione al confine. Due giovani ungheresi percorsero 25 chilometri su un canotto di gomma fino a raggiungere Grado. Altri cinque loro connazionali che tentavano alcuni giorni pi&ugrave; tardi di raggiungere l&rsquo;Italia dalla Jugoslavia su un&rsquo;imbarcazione improvvisata naufragarono; uno di loro anneg&ograve; e gli altri furono fortunosamente da un&rsquo;imbarcazione di passaggio. Un dentista cecoslovacco, in auto con la sua famiglia, schiacci&ograve; il piede sull&rsquo;acceleratore e travolse la sbarra del valico, lasciando le guardie di frontiera jugoslave attonite in una nuvola di polvere. Un ginecologo ungherese e la moglie attraversarono il confine nel bagagliaio di un&rsquo;auto tedesca. Pochi giorni dopo un insegnante di geografia rumeno di 25 anni fu salvato dall&#39;annegamento dopo che il suo gommone si era sgonfiato. Il caso pi&ugrave; eclatante tuttavia rimaneva quello di una contorsionista romena che aveva attraversato il confine appallottolata sotto il sedile anteriore dell&#39;auto di un amico. Alle volte a chiedere asilo erano anche individui che si trovavano legalmente in un paese del blocco occidentale e decidevano di non tornare indietro.Nello stesso 1967 due ballerini della Compagnia dell&#39;Operetta ungherese si erano staccati dal gruppo durante la tourn&eacute;e in Italia e avevano presentato richiesta di asilo.</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">Se oggi nella memoria &egrave; rimasto impresso soprattutto il muro di Berlino, tutte le <em>borderlands</em> tra i blocchi della guerra fredda, oltre alle zone grigie come la Jugoslavia, furono per decenni segnate da continui tentativi di fuga. E i confini da attraversare non erano solo quelli terrestri. Nel 1969-1970, in meno di un anno si contarono sette dirottamenti di aerei da parte di cittadini del blocco sovietico verso aeroporti tedeschi o austriaci.</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">A scappare erano persone molte diverse tra loro. C&rsquo;erano i membri di una classe media insoddisfatta e non sempre politicizzata, artisti, intellettuali, calciatori Ma partivano anche molti diseredati, che spesso tentavano la fuga alla disperata, attraverso confini presidiati militarmente. Inutile dire che furono loro a pagare il pi&ugrave; alto tributo di sangue. &Egrave; impossibile stimare il numero di coloro che persero la vita crivellati dai colpi delle guardie di frontiera dei propri paesi d&rsquo;origine (e in alcuni casi anche jugoslavi), annegati nei fiumi o in mare, tentando di attraversare i confini in zone impervie. Per esempio, sebbene se ne sia persa la memoria il confine rumeno-jugoslavo fu un luogo di fughe particolarmente sanguinose.</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">La generosit&agrave; con cui la maggior parte dei richiedenti asilo del blocco sovietico fu accolta in Occidente, tuttavia, non era disinteressata, ma rappresentava uno dei cardini della narrazione sul &ldquo;mondo libero&rdquo; che offriva asilo agli individui &ndash; quasi esclusivamente europei &ndash; in fuga dalla persecuzione. Le fughe dal blocco sovietico incarnavano la natura oppressiva dei regimi oltrecortina che, nonostante l&#39;uso della forza, non riuscivano a trattenere i propri cittadini all&#39;interno dei propri confini. La mancata libert&agrave; di movimento era considerata a tutti gli effetti una violazione dei diritti umani, cos&igrave; come le punizioni che attendevano in patria i colpevoli di defezione. L&#39;articolo 13 della Dichiarazione universale dei diritti dell&#39;uomo sanciva il diritto di ogni individuo a lasciare qualsiasi paese, incluso il proprio, nonch&eacute; di ritornarvi.</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">L&#39;accoglienza verso gli esuli provenienti dall&rsquo;Europa orientale era condizionata dal fatto che i numeri erano limitati &ndash;&nbsp; a causa del controllo delle frontiere operato dalle autorit&agrave; del socialismo reale &ndash; e i meccanismi di ricollocamento erano nella maggior parte dei casi funzionanti.</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">Tuttavia, &egrave; innegabile che, nonostante le strumentalizzazioni politiche, si diffuse in quegli anni un&#39;empatia per la figura del profugo, spesso assimilata a quella del dissidente, a cui sarebbe stato necessario garantire i diritti primari e possibilmente offrire una seconda vita. Proprio perch&eacute; aveva avuto il coraggio di votare con i piedi. O anche di votare con i remi, come fecero i <em>boat people</em>, le migliaia di individui in fuga dal Vietnam del Sud ma anche da altri paesi dell&rsquo;Indocina nella seconda met&agrave; degli anni &rsquo;70.</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">Questa costruzione inizi&ograve; a scricchiolare negli anni &#39;80, con l&#39;esplosione dei numeri delle richieste di asilo, e si incrin&ograve; con i primi anni &#39;90. Nel 1986 vi fu forse una delle ultime vittime alla frontiera italo-jugoslava nell&rsquo;epoca della guerra fredda, un cittadino rumeno freddato dalle guardie di frontiera jugoslave, un &ldquo;incidente&rdquo; giustificato come reazione a un tentativo di aggressione da parte del profugo stesso.</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">Una volta esauritasi la guerra fredda e cancellati dall&#39;Europa i paesi del socialismo reale, considerati per tanti anni una deviazione rispetto alla &ldquo;normalit&agrave; democratica&rdquo;, il sistema dell&#39;asilo inizi&ograve; a riformarsi in accordo alle esigenze della fortezza Europa. A distanza di ormai quasi trent&rsquo;anni della caduta del muro di Berlino, in modo ironico e paradossale, la situazione pare essersi ribaltata. Gli individui in fuga di oggi possono generalmente uscire liberamente dai loro paesi ma non trovano nessuno disposto ad accoglierli.</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">Possono provare a reclamare il diritto di votare con i piedi ma tutti rideranno loro in faccia. Lo stesso vale per i <em>boat people</em> di oggi, per i quali l&rsquo;Europa appoggia tacitamente la linea di Salvini, far s&igrave; che non arrivino in Europa e riconsegnarli al paese dal quale cercano di scappare.</p>
<p style="margin-left:0cm; margin-right:0cm">Nel tentativo di esternalizzare il controllo delle frontiere, l&rsquo;Unione Europea stringe accordi con i paesi di transito e provenienza dei profughi per tenerli, con ogni mezzo, prigionieri all&rsquo;interno di quei confini ma all&rsquo;esterno di quelli europei. E a fare da antemurale, nella narrazione di un&rsquo;Europa assediata dai profughi, sono proprio molti dei paesi che fino a poche decine di anni fa vedevano i propri cittadini morire sulle frontiere o emigrare alla cieca in cerca di una vita migliore.</p>
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]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
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		<title>Rolandi, Francesca: Post verit&#224; e migrazioni tra passato e presente a cavallo dell&#8217;Adriatico (2017.)
</title>
		<link>https://forumtomizza.com/it/rolandi-francesca-post-verita-e-migrazioni-tra-passato-e-presente-a-cavallo-delladriatico-2017/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 25 May 2017 00:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Testi dei partecipanti]]></category>
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					<description><![CDATA[Oggi assistiamo a un'amplificazione del fenomeno della post-verità, in particolare per il flusso incontrollato di informazioni non verificate attraverso diversi siti e sui social network]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p>Abbiamo sentito parlare molto in questi giorni di post-verit&agrave;, di bugie, di menzogne e credo che possiamo essere tutti d&#39;accordo sul fatto che uno dei principali ambiti in cui operano le distorsioni della realt&agrave; sia il discorso pubblico sulle migrazioni e sui profughi. Di recente, Nando Sigona della School of Social Policy dell&#39;Universit&agrave; di Birmingham ha messo in luce come in Italia il discorso pubblico sulle migrazioni sia caratterizzato da una vera e propria resistenza ad accettare i fatti; se per esempio una ricerca presenta una stima del contributo degli immigrati al PIL italiano, questo dato non viene recepito, se non marginalmente.&nbsp; Sigona sottolinea anche come uno degli ostacoli principali rispetto alla comprensione del fenomeno migratorio sia rappresentato dal fatto che spesso i media riportino titoli sensazionalisti a caratteri cubitali, che magari poi vengono in parte rettificati all&#39;interno dell&#39;articolo, ma questo ridimensionamento passa in genere inosservato (<a href="https://www.cartadiroma.org/news/in-evidenza/post-verita/" target="_blank" title="https://www.cartadiroma.org/news/in-evidenza/post-verita/" rel="noopener">https://www.cartadiroma.org/news/in-evidenza/post-verita/</a>). Si tratta di un meccanismo che &egrave; possibile rintracciare anche nel passato ma che &egrave; ancora pi&ugrave; dannoso oggi. In particolare il fatto che molte persone si informino attraverso il proprio muro di Facebook ha un&#39;enorme portata quanto a semplificazioni.</p>
<p>
In questo breve viaggio ci concentreremo sull&#39;area adriatica, presentando per frammenti il discorso pubblico sui richiedenti asilo sia durante la guerra fredda nell&#39;Italia della Prima Repubblica e nella Jugoslavia socialista che nella contemporaneit&agrave;, nell&#39;Italia di oggi e nei paesi dell&#39;area post-jugoslava. Credo sia importante sottolineare la continuit&agrave; perch&eacute;, sebbene oggi i flussi migratori siano un tema centrale, raramente li si approccia a partire da una prospettiva storica.</p>
<p>
Durante la guerra fredda, i flussi migratori europei sono stati essenzialmente dall&#39;Est all&#39;Ovest. Si trattava di individui che scappavano dai paesi socialisti per raggiungere il blocco occidentale, compiendo una scelta tra due sistemi politici. L&#39;atteggiamento dominante nel discorso pubblico occidentale era di empatia con i profughi, il che segna una differenza profonda rispetto alla situazione odierna. In particolare nel &quot;mondo libero&quot; veniva considerato un dovere morale offrire asilo a coloro che, scappando dal blocco sovietico, rappresentavano l&#39;impersonificazione delle vittime del comunismo.</p>
<p>
Chi violava le leggi per aiutare i profughi a fuggire, attraverso vari stratagemmi, era considerato un eroe, a differenza di oggi in cui assistiamo a una criminalizzazione crescente di coloro che aiutano i profughi. &Egrave; per&ograve; importante sottolineare che si trattava delle leggi dei paesi di origine dei profughi in quanto erano questi ultimi a limitare la libert&agrave; di circolazione dei propri cittadini. In generale in Europa occidentale il discorso pubblico sui richiedenti asilo provenienti dal blocco sovietico era caratterizzato da una retorica umanitaria, soprattutto quando i numeri erano bassi e i profughi provenivano dalla classe media.</p>
<p>
Sebbene se ne sia persa memoria l&#39;Italia sin dalla fine della seconda guerra mondiale &egrave; stata un luogo di transito di un&#39;umanit&agrave; variegata in fuga o in cammino. Nel 1954 Roma ratific&ograve; la Convenzione relativa allo status dei rifugiati e si dot&ograve; di un sistema dell&#39;asilo per accogliere migliaia di fuggiaschi che arrivavano ogni anno ai suoi confini orientali. Nel primo decennio (fino al 1965) i richiedenti asilo provenivano in maggioranza dalla Jugoslavia e nel regime internazionale erano considerati &quot;profughi a met&agrave;&quot;. Infatti, erano esclusi da alcuni programmi di ricollocamento e molti stati li consideravano migranti prevalentemente economici, provenienti da un paese, la Jugoslavia, che appariva pi&ugrave; liberale degli altri paesi socialisti e nel quale le pene per l&#39;espatrio illegale si stavano gradualmente ammorbidendo. Inoltre, la Jugoslavia aveva una posizione politica autonoma rispetto al blocco sovietico e non si voleva delegittimarla pi&ugrave; di tanto offrendo asilo ai suoi cittadini, perch&eacute; non bisogna dimenticare che offrire asilo significava sottolineare la natura anti-democratica del paese dal quale i profughi provenivano.</p>
<p>
Tuttavia, l&#39;Italia fu particolarmente generosa nell&#39;accoglienza a profughi jugoslavi, anche su pressione della Chiesa cattolica e della Democrazia Cristiana al potere. Ci&ograve; avvenne da una parte in accordo a principi umanitari, dall&#39;altra come una forma di pressione in chiave anti-jugoslava. Va inoltre ricordato che, anche in base agli accordi internazionali, l&#39;Italia, ancora afflitta da un alto tasso di disoccupazione ed essa stessa paese di emigrazione, si impegnava ad essere esclusivamente un paese di transito per i richiedenti asilo stranieri, prima che questi emigrassero oltreoceano (soprattutto in Australia) oppure verso il Nord Europa. Ci&ograve; faceva s&igrave; che i profughi stranieri non entrassero in competizione con la forza lavoro italiana durante la loro permanenza nel paese. Tuttavia, all&#39;interno di un discorso pubblico genericamente improntato all&#39;accoglienza, si verificavano periodicamente fenomeni di intolleranza da parte della popolazione locale, specie nei luoghi in cui la presenza dei profughi diventava pi&ugrave; consistente.</p>
<p>
E proprio in questi casi, quando la stampa italiana dava risalto al fenomeno dei profughi stranieri, era possibile incontrare una narrazione fortemente razzista e colma di stereotipi antislavi, che si riallacciavano a pregiudizi con radici storiche di lungo periodo. Molto spazio veniva dedicato a episodi &#8211; anche marginali &#8211; di disturbo alla quiete pubblica, a partire dai quali veniva creato lo stereotipo del &quot;profugo balcanico&quot;, un&#39;immagine di completa alterit&agrave;, quasi un archetipo della violenza. &Egrave; interessante sottolineare che in genere quando il profugo veniva definito &quot;balcanico&quot;, si voleva sottolineare implicitamente la sua non integrabilit&agrave; e perorare un quanto pi&ugrave; veloce ricollocamento. Per fare solo uno dei molti possibili esempi, nel 1952 il Giornale di Trieste &#8211; nome con il quale all&#39;epoca usciva il quotidiano triestino Il Piccolo &#8211; titolava &quot;Il bubbone dei profughi balcanici continua a infettare la nostra citt&agrave;&quot;, un articolo nel quale si sottolineava che a Trieste &quot;approdano tutti i rottami della vecchia Europa danubiana&quot; ( Archivio presidenza del consiglio dei ministri, fondo Ufficio Zone di Confine, sez. II, FVG Trieste, b. 55, vol. III).</p>
<p>
Il fenomeno dei richiedenti asilo jugoslavi in Italia era seguito ovviamente con estrema attenzione in Jugoslavia, dove la stampa faceva da megafono alla linea ufficiale di considerare tutti coloro che lasciavano il paese illegalmente (e legalmente era molto difficile farlo fino alla prima met&agrave; degli anni &#39;60) come nemici dello stato e prede dell&#39;emigrazione politica antijugoslava. Nonostante ci&ograve;, diverse migliaia di cittadini jugoslavi, in gran parte giovanissimi, lasciavano ogni anno la Jugoslavia e divenne necessario tentare di dissuaderli. A questo scopo voleva ovviare la pubblicazione di articoli che descrivevano a tinte fosche la permanenza degli jugoslavi nei campi profughi, come una condizione di schiavit&ugrave;, nella quale si materializzavano le peggiori depravazioni e i peggiori incubi che la societ&agrave; jugoslava dell&#39;epoca potesse immaginare. A questo riguardo, nel luglio 1959, il popolare settimanale Vjesnik u srijedu titolava &quot;Bijelo roblje u San Sabbu&quot;, facendo riferimento al campo per profughi stranieri di Trieste (R. Mahić, &quot;Bijelo roblje u San Sabbu&quot;, br. 374, 1/7/1959, p. 6.). L&#39;articolo presentava una condizione drammatica in cui le profughe si sarebbero trovate davanti alla scelta se vendersi ai propri connazionali o alle guardie italiane. Sebbene, come emerge dalla documentazione sia italiana che jugoslava dell&#39;epoca, esistano degli episodi di marginalit&agrave; sociale, il quadro non appare verosimile nelle dimensioni descritte nell&#39;articolo, che si distingue per la sua intenzione di demonizzare la figura dell&#39;emigrante all&#39;estero. In quegli anni emigrare illegalmente all&#39;estero significava ancora recidere i legami con la societ&agrave; jugoslava per andare incontro alla &quot;perdizione&quot;.</p>
<p>
Tuttavia, all&#39;inizio degli anni &#39;60 la Jugoslavia liberalizz&ograve;, unico paese socialista a farlo, le migrazioni economiche, permettendo ai propri cittadini di lavorare all&#39;estero. Si trattava di una svolta a 180&deg; nelle politiche migratorie che si riflesse immediatamente sull&#39;atteggiamento della stampa nei confronti di coloro che andavano a lavorare all&#39;estero. Costoro, anzich&eacute; &quot;emigranti&quot;, un termine che portava con s&eacute; un&#39;accezione negativa, iniziarono a essere denominati &quot;lavoratori temporaneamente impiegati all&#39;estero&quot;, una definizione che insisteva sul fatto che rimanessero parte della societ&agrave; jugoslava anche durante la loro permanenza all&#39;estero. I media ne costruirono gradualmente un&#39;immagine positiva, considerandoli come rappresentanti del loro paese all&#39;estero e motivando ideologicamente la decisione di aprire le frontiere con la necessit&agrave; di prendere parte al mercato del lavoro internazionale. L&#39;apertura delle frontiere ridusse ai minimi termini nei decenni successivi il fenomeno dei richiedenti asilo jugoslavi.</p>
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Tuttavia, proprio negli stessi anni, la Jugoslavia si trasformava in un paese di transito per diverse migliaia di individui provenienti dai paesi dell&#39;Europa orientale che la attraversavano per poi entrare in Italia, dove aspettavano che si materializzasse l&#39;opportunit&agrave; di raggiungere i paesi di ricollocamento. In particolare negli anni &#39;80 divenne consistente il flusso di cittadini romeni. La Jugoslavia era stata l&#39;unico paese socialista a firmare la Convenzione sui profughi del 1954 ma mantenne sempre un atteggiamento ambiguo verso i richiedenti asilo provenienti dal blocco orientale, cercando di non esporsi troppo e di non danneggiare le relazione politiche con i paesi confinanti, in particolare la Romania. Nei rari articoli sul fenomeno che comparvero sulla stampa traspariva una sorta di insofferenza verso i fuggiaschi. Per esempio un articolo di Panorama, il bisettimanale italiano di Fiume, titolava nel 1985 &quot;Clandestini senza patria anche in Jugoslavia&quot; un articolo in cui compariva per la prima volta il termine &quot;clandestini&quot;, destinato a un lungo uso, che implicava un alone di illegalit&agrave;, illegittimit&agrave; e privazione dei diritti (Marko Lopu&scaron;ina, &quot;Clandestini senza patria anche in Jugoslavia&quot;, n. 15, 16-31/8/1985, p. 7.).</p>
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Mentre durante gli anni &#39;80 il flusso di profughi provenienti dal blocco sovietico aument&ograve; esponenzialmente verso l&#39;Austria e la Germania federale, i numeri di coloro che raggiungevano l&#39;Italia attraverso la Jugoslavia rimasero bassi, attestandosi su alcune migliaia all&#39;anno. In tutto, poco pi&ugrave; di 120.000 cittadini stranieri fecero richiesta di asilo in Italia dal 1954 al 1989 e nella quasi totalit&agrave; lasciarono il paese. Sono effettivamente numeri risibili rispetto a quelli di oggi.</p>
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La prima volta che l&#39;Italia si scontr&ograve; con un flusso di grosse proporzioni fu nella primavera del 1991, quando iniziarono gli sbarchi dall&#39;Albania sulla costa pugliese. In particolare, dal 7 marzo in pochissime ore sbarcarono oltre 27.000 profughi.&nbsp; Gli albanesi, che oggi sono sicuramente una delle comunit&agrave; straniere meglio integrate nel tessuto italiano, vennero percepiti come la personificazione dell&#39;alterit&agrave;: arrivavano da un paese al collasso, che era stato isolato per mezzo secolo, erano spossati dalla traversata e dal caldo, sembrano davvero provenire da un altro mondo. E i media contribuirono a costruire questa immagine &quot;ferina&quot; dei profughi che fomentava attivamente le paure della popolazione italiana. Per esempio l&#39;8 marzo 1991 il Corriere della Sera riportava in apertura &quot;Diecimila profughi all&#39;assalto&quot; e sulla colonna sinistra un editoriale di Giuliano Zincone dal titolo &quot;Mamma gli albanesi&quot;. Nei diversi articoli del maggior quotidiano italiano ritornava ciclicamente l&#39;espressione &quot;un esodo biblico&quot; e si insisteva sull&#39;idea di un&#39;invasione, contribuendo con una titolazione ad effetto alla creazione delle paure, anche se di per s&eacute; l&#39;editoriale si schierava entro certi limiti a favore dell&#39;accoglienza.</p>
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Oggi assistiamo a un&#39;amplificazione del fenomeno della post-verit&agrave;, in particolare per il flusso incontrollato di informazioni non verificate attraverso diversi siti e sui social network, dove cadono le barriere tra la responsabilit&agrave; di chi informa e il lettore e dove il linguaggio dell&#39;odio &egrave; estremamente frequente. Tuttavia capita che anche la stampa tradizionale offra un&#39;immagine fuorviante. Nel 2014 il &quot;Corriere della Sera&quot; titolava &quot;Migranti, il Viminale conferma: In 800.000 pronti a partire dall&#39;Africa&quot; (<a href="http://www.corriere.it/cronache/14_aprile_29/immigrati-viminale-conferma-800mila-pronti-partire-dall-africa-dfaecf60-cf96-11e3-bf7e-201ea72c5359.shtml" target="_blank" title="http://www.corriere.it/cronache/14_aprile_29/immigrati-viminale-conferma-800mila-pronti-partire-dall-africa-dfaecf60-cf96-11e3-bf7e-201ea72c5359.shtml" rel="noopener">http://www.corriere.it/cronache/14_aprile_29/immigrati-viminale-conferma-800mila-pronti-partire-dall-africa-dfaecf60-cf96-11e3-bf7e-201ea72c5359.shtml</a>). Nel 2015 il &quot;Corriere Adriatico&quot; rincarava la dose: &quot;Migranti, pm Scalia: un milione pronti a partire per la Libia&quot; (<a href="http://www.corriereadriatico.it/primopiano/cronaca/migranti_pm_scalia_un_milione_pronti_partire_libia-988183.html" target="_blank" title="http://www.corriereadriatico.it/primopiano/cronaca/migranti_pm_scalia_un_milione_pronti_partire_libia-988183.html" rel="noopener">http://www.corriereadriatico.it/primopiano/cronaca/migranti_pm_scalia_un_milione_pronti_partire_libia-988183.html</a>).&nbsp; Se per&ograve; guardiamo ai numeri reali degli sbarchi nel 2014 e nel 2015 questi sono stati rispettivamente 153.842 nel 2014 e 170.100 nel 2015, numeri molto inferiori quindi rispetto a quelli annunciati. Per&ograve; il continuo ripetere sui media di previsioni azzardate fa s&igrave; che queste cifre vengano assimilate dai lettori e si sovrappongano e sostituiscano a quelle effettive, amplificando grandemente la percezione del fenomeno migratorio in termini numerici. E non &egrave; possibile fornire una rassegna sul rapporto tra post verit&agrave; e migrazioni senza citare la recente campagna contro le ong in Italia che, partendo da alcune dichiarazioni volutamente ambigue di Frontex e del procuratore di Catania, hanno reso noto il fatto che si stesse indagando su collusioni tra i trafficanti e le ong che si occupano dei salvataggi in mare. Queste collusioni sono state poi definite dallo stesso procuratore di Catania come &quot;ipotesi di lavoro&quot; e non hanno condotto a nessun capo di accusa ma il fatto stesso che se ne sia parlato ha portato a un atteggiamento diffuso di criminalizzazione dell&#39;intera galassia delle ong che si occupa dei salvatggi in mare. Cos&igrave;, per esempio, il quotidiano Libero titolava alcune settimane fa &quot;Immigrazione clandestina, indagata la prima ong&quot; (<a href="http://www.liberoquotidiano.it/news/italia/12374578/immigrazione-clandestina-indagata-la-prima-ong-.html" target="_blank" title="http://www.liberoquotidiano.it/news/italia/12374578/immigrazione-clandestina-indagata-la-prima-ong-.html" rel="noopener">http://www.liberoquotidiano.it/news/italia/12374578/immigrazione-clandestina-indagata-la-prima-ong-.html</a>) , senza menzionare il nome della ong indagata &#8211; quindi facendo ricadere l&#39;ombra su tutte &#8211; e sottointendendo che si trattava della prima di una serie di indagini.</p>
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Il fenomeno della post-verit&agrave; non &egrave; meno rilevante sull&#39;altra sponda dell&#39;Adriatico, in Slovenia e in Croazia, nel discorso pubblico sulle migrazioni, in particolare in seguito all&#39;apertura della rotta balcanica, quando per la prima volta i due paesi si sono confrontati con un flusso di grandi dimensioni. Nel novembre 2015 il settimanale sloveno Demokracijia titolava &quot;Skandalozno: Načrtovana invazija Slovenije! Video v arab&scaron;čini ki vabi u Republiko Slovenijo&quot; [Scandaloso: Pianificata un&#39;invasione della Slovenia! Un video in arabo che invita nella Repubblica di Slovenia]. L&#39;intero articolo era costruito sulla base di un video disponibile su Youtube che spiegava le procedure su come richiedere l&#39;asilo in Slovenia. Il video, del quale non si sa nulla, non rappresenta alcuna notizia, ma viene usato come base in un articolo per raccontare un surreale piano di invasione araba della Slovenia. Ancora nel marzo 2016, alla vigilia della chiusura della rotta balcanica, il quotidiano croato Slobodna Dalmacija titolava &quot;Izbjeglice i terorizam ugrozile sezonu u Hrvatskoj: svi očekujemo spasonosne eure, ali travanj, svibanj i lipanj trenutno su prazni!&quot; [Profughi e terrorismo minacciano la stagione turistica in Croazia: tutti ci aspettiamo gli euro salvatori, ma aprile, maggio e giugno sono vuoti]. (<a href="http://www.slobodnadalmacija.hr/novosti/biznis/clanak/id/305686/izbjeglice-i-terorizam-ugrozile-sezonu-u-hrvatskoj-svi-ocekujemo-spasonosne-eure-ali-travanj-svibanj-i-lipanj-trenutno-su-prazni" target="_blank" title="http://www.slobodnadalmacija.hr/novosti/biznis/clanak/id/305686/izbjeglice-i-terorizam-ugrozile-sezonu-u-hrvatskoj-svi-ocekujemo-spasonosne-eure-ali-travanj-svibanj-i-lipanj-trenutno-su-prazni" rel="noopener">http://www.slobodnadalmacija.hr/novosti/biznis/clanak/id/305686/izbjeglice-i-terorizam-ugrozile-sezonu-u-hrvatskoj-svi-ocekujemo-spasonosne-eure-ali-travanj-svibanj-i-lipanj-trenutno-su-prazni</a>) Quindi ancora una volta si offre una previsione azzardata che poi si riveler&agrave; del tutto errata &#8211; sappiamo tutti che la stagione turistica &egrave; stata da record in Croazia &#8211; ma che assume una sua consistenza a forza di ripeterla.</p>
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Gli esempi che si potrebbero fare sono molti, io qui volgo al termine in questo viaggio nella relazione tra post-verit&agrave; e migrazione, sottolineando che questo binomio &egrave; sempre esistito proprio per l&#39;alone di non conoscenza che spesso circonda il fenomeno migratorio e per il peso che in questo ambito hanno le parole stesse nell&#39;implicare una classificazione. Infatti, l&#39;uso di diversi termini come &quot;profugo&quot;, &quot;immigrato&quot; o &quot;clandestino&quot;, lungi dall&#39;essere neutrale, fa riferimento al riconoscimento, effettivo o mancato, di determinati diritti e spinge verso categorie anguste percorsi umani difficilmente classificabili. Quello a cui si assiste in questi ultimi anni per&ograve; &egrave; una novella ossessione rispetto ai profughi, che sono diventati centrali nel discorso politico anche dove non ci sono, un soggetto privilegiato di disinformazione e un capro espiatorio di ulteriori frustrazioni. Quindi credo che il fenomeno migratorio rappresenti un ambito esemplificativo in cui le verit&agrave; alternative si sovrappongono con forza alla realt&agrave; e all&#39;informazione fondata sull&#39;utilizzo di dati verificabili, cercando di spingerle ai margini.</p>
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