CVITA
Lapis Histriae 2024: PRIMO PREMIO
I.
Cvita iera bela. È annegata in un pozzo, era la vigilia di Natale. Aveva sedici anni. Non si sa dove si trova la sua tomba perché le vecchie strette tombe, con lapidi nella parte alta e in quella bassa, sono state calpestate da nuove tombe, o sono sprofondate nel terreno. O non si sa dove si trova la sua tomba perché forse non è stata seppellita al cimitero, ma lungo la parte esterna del recinto del cimitero. No si sa e non se ne parla.
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Petar dice (borbotta con la sua voce di solitario): mi conosco l’omo, ma lui no xe un omo, no xe un omo. Xe lui colpa per Cvita, eco. Xe morto e la sua famiglia xe andada a finir mal, il suo seme iera dannà.
In paese mi hanno detto: quel giorno iera la Vigilia, le pecore le tornava prima del scuro, all’improvviso le donne si sono sparpagliate: Cvita è annegata nel pozzo, che pianto, che urla
E che Marjan aveva detto qualcosa in modo brusco, e lei è andata su fino al pozzo, era proprio la Vigilia di Natale. La campana di san Giorgio ha suonato per tre giorni di fila.
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Cvita iera bela. Non è rimasto nient’altro, solo la frase nella quale mi sono imbattuta. No vi è dolore. La quotidianità ho inghiottito il dolore come il serpente la lucertola. La quotidianità ha inghiottito tutte le parti superflue della vita e ha lasciato soltanto lo stretto necessario. Viver, lavorar, cossa se pol far. Il ricordo è un ornamento, un vezzo, lussuria. Il silenzio è una forma più elevate di esistenza.
Qualcosa di tutto ciò si può stipare in esigui Padrenostro e Avemaria, ma i Padrenostro e le Avemarie sono per la domenica. Ghe vol lavorar, ghe vol combatter.
Non vi è ricordo ne annotazione. No vi esistono testimonianze (forse nell’albo parrocchiale? del 1965? O 1962? ‒ non so nemmeno l’anno. O in qualche verbale di polizia?), non ci sono gli atti, nemmeno le foto di famiglia. Nessun ricordo. Non c’è storia. Quello che si sente è solo un frammento, un breve ricordo, ma nemmeno quello, un mezzo ricordo, quello che (eppure) si dice poiché non può rimanere taciuto. È questa la frase generica, il fossile, l’espressione arrugginita a servizio della verità, ciò che tutti sapevano (ma che nessuno veramente sapeva). Niente più. Veramente niente.
Cvita iera bela. Si, la se ga anega su in tel pozo. Come? No se sa, l’acqua iera alta, iera stagion de piova, e povera Cvita, la iera giovane, no la gaveva gnanca diciassete ani.
Qualcuno aprì bocca, poi il silenzio. La frase inizia appena e già si ferma. Dopo un silenzio tale non si fanno più domande.
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Su, vicino alla cabina elettrica, lungo la strada c’è il pozzo. Il pozzo è un’enorme cisterna di cemento, costruita ad uso di tutto il paese. L’entrata è coperta con un porta di ferro arrugginita. (L’entrata nell’Ade oscuro in cui scende Persefone con un mazzetto di fiori?) Un posto deserto, ma anche tutto attorno è deserto; il pozzo è solo un’altra piattaforma deserta attorno alla quale crescono delle deboli piante. Lungo la cabina, dall’altra parte della strada nell’erba alta, massi indistinguibili ‒ dove ci si riposa. All’epoca quando il morto veniva portato su dal paese, da Svilaja, qui si fermavano per riposare. Una pietra sotto la testa e una sotto i piedi. Su alcune pietre delle incisioni, dei simboli, lettere non leggibili. È qui il posto sacro, vicino alla cabina, sprofondato nell’erba. E difronte si trova il pozzo.
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Cvita iera bela. Lo dice Marijana, Cvita xe il nome che qua significa beleza. Come se tute le Cvite iera bele. Mi gavevo una zia de parte de mia mama, non me ricordo de ela, la se ciamava, e anche per ela i diseva che la iera bela. Bionda. No la se ga mai sposà.
Anche questa Cvita era bionda? Di carnagione chiara? Proporzionata? Com’era?
Soltanto Iva e Ankica si ricordano ancora di lei. Ciò è pericoloso. Non è bene chiedere. Bisogna stare ziti, per non vergognarmi quando pronuncio qualcosa che non si chiede. O bisogna scegliere a chi e come lo si chiede?
O ‒ va scritto senza fare domande, sulla traccia del silenzio ‒ sulla traccia di un altro dolore, non di quello che fa ritorno, sulla traccia di un’ignoranza totalmente diversa, incomprensioni, non domandare, scrivere. Come l’impronta di acqua piovana spanta, che la terra assorbirà. Forse così si deve scrivere. Tutt’altro è solo un romanticismo ritardato, narrazione-kitch, blasfemia, scrivere per leggere e fiutare… per far scoprire ai lettori… Che cos’è successo? Come si è buttata? Si è uccisa? Era incinta? In che mese di gravidanza? Dov’erano gli altri? La madre? Le sorelle? Il padre Marjan in quel momento stava giocando a carte con il parroco? È venuta la polizia per l’inchiesta? Rigetto possibili frazioni di storia, ho dei crampi alle dita sopra la tastiera, dovrei lavarmi le mani? O smettere? È amaro scrivere in questo modo. Toccare la macchia amara, l’asparago spinoso nella pietraia.
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Il frassino è in fiore, tutto il bosco è in fiore. Tutto verdeggia. Quello che semini nella terra ‒ nascerà. Nel giorno di S. Giorgio dei rami di ciliegio canino in fiore davanti alla casa sopra la porta, così si faceva una volta. La nuora più giovane di tutto il paese si sveglia presto la mattina, prima del sole, e attacca i rami sull’architrave. I ciliegi sono già germogliati, ci saranno ciliegie. Soltanto, dicono che se il frassino è così in fiore, sarà un’annata scarsa.
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A San Giorgio Cvita ha forse per la prima volta preso parte al kolo. Il kolo è grezzo, il ragazzo e la ragazza si prendono per mano e saltano: ojanojadođilolemoja, op op op op, veloce e grezzo, sotto il sole, a Kolarište davanti alla chiesa, alcuni hanno ancora indosso i costumi tradizionali da festa, rosso, azzurro, bianco con frange e guaine, non è ancora tempo di fiere del folclore ne di incontri di associazioni artistico-culturali, è il sessantadue, in paese non c’era ancora la televisione, alcuni hanno rinunciato e venduto i costumi tradizionali, venivano quelli del museo e acquistavano i costumi e gli arcolai e i vecchi panni, molti indossano già i vestiti preconfezionati, le camicie in nylon e camicette a fiori provenienti da Trieste, anche loro saltano, anche Cvita ha i collant nuovi e una nuova camicetta rosa, si dovrebbe ballare, è come un’onda dolce, ti guardano, la mano del ragazzo ti stringe sotto il girovita, il cielo sta girando e il sole si moltiplica – come se ci fossero tre soli, quattro soli (il serpente berrà tre soli, come in quella vecchia fiaba), le fronde degli alberi diventano verdi, il sole è verde e bianco e rosso, gli uomini cantano sotto gli alberi selejelemojanđele, e dopo i ragazzi sotto un altro albero: mala moja tri mi sunca sjaju, kad me tvoje oči pogledaju. Cvita abbassa lo sguardo.
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Alla Vigilia, dicono, la pecora che per prima entra nella stalla la sera, viene accolta con un boccale di vino,che anche la pecora si ubriachi, che anche il bestiame sappia sia Natale.
II.
Che cosa ci faccio io qui? In questo scrivere? Di cosa non parliamo, di quello taciamo (lo abbiamo già capito). Scrivere è tacere se di silenzio c’è ne abbastanza, di silenzio abbastanza aspro e buono. Si può scrivere di quello di cui non si può parlare? Mi addentro nel tessuto grezzo di questo silenzio ‒ più di cinquanta anni fa Cvita è annegata e non c’è più niente di tutto ciò, cosa c’è da aggiungere? (Ante dice ‒ no ze niente dopo la morte, Iva dice ‒ dev’esserci qualcosa, una forza, che ne so ‒ il loro credo e breve e chiaro e non è intriso da niente di barocco ‒ non c’è metafora, non ci sono svolte, non ci sono discussioni.) E io ci giro attorno come una volpe, come una cagna, come una biscia ‒ non dovrei, attraverso questo denso silenzio, lungo sentieri invasi dalla vegetazione, come se cercassi asparagi amari nella pietraia, io che non so niente, senza alcun agenda, senza volere una storia, senza volere una forma, senza scopo, cammino attraverso la macchia e inciampo, annoto frammenti, dividendoli, quando mi fermo e ispiro, con un asterisco o con un numero romano, e di nuovo. Ecco, faccio questo.
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I frammenti scappano via da me, o stanno in agguato. Nonno Marjan giocava a carte con il parroco per tre giorni e tre notti, in casa non mancava mai niente, Marjan ogni tanto dava uno schiaffo a nonna Leza, ma raramente, soltanto quando era colpa sua, quando nonno Marjan è morto, lei ha preso l’incarico di zappare la vigna, non rinunciava nemmeno sotto la pioggia e sotto il sole, vestita di nero, con il viso bianco, ferma in questo zappare perenne. La sua foto si trova sulla lapide ‒ con il fazzoletto nero, un sorriso a metà, con le labbra strette, uno sguardo penetrante, come se sapesse più di quello che è permesso, ma d’altronde ‒ non lo dice, poiché, non si dice. Hanno messo la foto sulla tomba di Leza, ma della tomba di Cvita non c’è traccia? Madre e figlia nell’arco tra l’una e l’altra morte… Il nonno Marjan era il capofamiglia. Leza e Marjan hanno avuto un unico figlio, Jure, e sette figlie. Lui è stato ucciso da una bomba nel campo, dopo la seconda guerra, l’ha trovata da qualche parte nella pietraia e gli è esplosa in mano, aveva tredici anni. E Cvita è annegata. Nel sessantadue. C’è n’era ancora uno, Ive, xe morto de picio, xe vignu blu e xe morto. E sei figlie. Non sette, erano sei.
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Il ricordo è sparso come frammenti di ceramica grezza che fuoriesce dai bordi delle mura sotto Gradina. Quattromila anni ‒ dicono gli archeologi. Ceramica marrone-rossa, cotta in modo grezzo, sparpagliata dappertutto, giù fino al campo, mescolato con la terra rossiccia, con pietre sminuzzate, radicelle e casette di lumache, su lei polline e cenere. Cenere di roghi antichi o focolari. Il ricordo diventa sminuzzato, sempre più sminuzzato e sminuzzato e così scomparisce. E io qui non ho niente di cui ricordarmi. Per questo sto vagando. Per questo probabilmente scrivo.
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Forse chiedo di nuovo a Petar. O a Ankica. O Milica? Lei è la più vecchia qui, ma ha imparato a parlare (e perfino a pensare) soltanto quello che vuole lei. È perciò che vive così a lungo.
III.
Non era così. Almeno una parte di tutto ciò non è così. Ma io non so se ciò sia importante. Non cambia niente ‒ poiché questa non è nemmeno una storia. Nel racconto è importante, e tutto ciò, non essendo un racconto, stravasa e di nuovo cresce come un’onda, tutto quello che è stato detto e quello che non è stato detto, quello che viene mentito, mentre cammino nel paesaggio, passo per passo, nelle parole, nei paragrafi e nei ritmi, che comunque non annoterò. Annoterò qualcos’altro, alcuni resti, come un filato sdrucito, sfilacciato dal vento, aggrovigliato e inutile, non vi si può derivare ne panno ne vestito
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Sono stata da Iva, su a Karani. Iva ha settanta anni. Come non ricordarme de ela ‒ ela la iera del quarantacinque, mi del quarantaoto, quando la andava a scola, la pasava de mia mare e la se cavava quele sue bianche calze de lana, che sua mare ghe ga dito de portar che no la ciapi raffredor, e de mia mare prima de scola la meteva quele fine, de najlon… La gaveva i cavei neri, la gaveva i cavei cussì, in aria (Iva descrive l’aureola sopra la sua testa invecchiata), bela come in foto … No la iera bionda, nera la iera. E, fia mia, la se ca ciolto tutto drio, tuto. Domani te mostro la sua tomba, so mi dove xe la sua tomba, me ricordo de tuto, ancora un poco nessun savara più niente. E dopo ti va in botega e ti ciol quei fiori de seta, e dopo ti li meti sula tomba, mi so dove xe la sua tomba, subito taca la ciesa, taca la porta de quela parte, te mostro domani dopo la mesa. Ma vien una volta de mi, se sentaremo e te dirò tuto quando no sarà nissun, te contarò in pase. Iera proprio per la Vigilia, Dio mio, come che iera! La se ga ciolto tuto drio. Xe vignuda anche la polizia, e si, anche mi i me ga domanda, tremavo cussì de paura. La portava un fio mascio. La se ga ciolto tuto drio.
Ti me pol far una foto, solo speta, che me petteno, deso rivo… Ecco, deso ti me pol far la foto.
Iva ha indosso un maglione rosso e dei pantaloni, ha degli orecchini d’oro, no la smette di parlare svelto, sulle pareti di casa immagini dei santi, rose nel vaso, Iva dà da mangiare alle pecore, ha ventisette pecore e quindici agnelli, va in chiesa ogni domenica e il primo venerdì del mese. I primi venerdì, e anche noi rispetemo questo… Come se disi, i morti sta zitti, ghe vol rispettar. La iera bela. La se ga ciolto tuto drio, tuto.
Che ti savessi solo quanto la ga patì sua defonta mama Leza! El picio Ive ghe se morto quando el iera in cula, la xe andada a Svilaja cior i legni e forsi no la ghe ga da bastanza de mangar, el ga pianto e in qualche modo ghe se anda per treso e xe morto, xe diventa tutto blu. No, iera il fio, iera picio. E dopo xe morto anche Jure per colpa de una bomba, ti sa si. Sei fie, eh, le iera sei. Sei.
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Sei, sette ‒ mi sono inventata quella non battezzata, probabilmente me ne servivano sette, i mitici sette, per far chiudere (o aprire) in modo fatale questo spazio per le dichiarazioni sulle figlie, sulle sorelle, che non oso, che non sono abile a completare perciò aggiungo ancora un paio di parole giusto per non farmelo andare per traverso, giacché ho già iniziato.
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E quando ritorno di nuovo, pianterò a fianco la pietra principale un mazzo di fiori finti – qui non ha scopo impiantarne di veri, d’estate li brucia il sole, e d’inverno la bora. E andrò su da Iva, a Karani, l’ho promesso.
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Lidija dice, pianta l’iris sulla tomba.
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C’andrò una volta su da Iva a Karani.
traduzione in italiano Ivana Martinčić
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