FORUM TOMIZZA 2026
SIMPOZIJ ORIENT EXPRESS
CIRCOLO DELLA STAMPA, TRST
Matjaž Manček
L’ORIENTamento triestino
“Mongolo, dagli zigomi duri come sassi coperti appena dalla terra … Barbara è la tua anima … Fermo nel bosco, intontito, aspetti che si compia il tuo destino. Che fai, cane? Dì sloveno! quanti narcisi produrrai tu questa primavera per le dame del Caffè degli Specchi?”
Poco più di un secolo fa, lo scrittore triestino, italiano, non doveva andare lontano per vedere un mongolo: bastava varcare il confine del Carso. La citazione iniziale di Scipio Slataper, presa così dal contesto, può suonare grossolanamente orientalista, ma il romanzo Il mio Carso è comunque un’intricata indagine sulle identità di questo spazio e delle persone che lo abitano. Nella pagina successiva, con un gesto profetico, egli spinge la romanticizzazione del vicino orientale già in un’altra direzione:
Poiché sei slavo, figliolo della grande razza futura. Sei fratello del contadino russo, che presto arriverà nelle città sfinite a predicare il nuovo Vangelo di Cristo.
Ben due decenni dopo, un altro importante scrittore triestino ha immaginato, nel cuore della Persia medievale, una fortezza tra le nuvole con un giardino paradisiaco, dove gli islamisti vengono addestrati a diventare fondamentalisti con l’aiuto di hashish e ragazze esotiche. Sullo sfondo orientalista del romanzo Alamut di Vladimir Bartol si può riconoscere una critica all’Europa stessa: un’allegoria filosoficamente e politicamente consapevole del fascismo, delle ideologie e delle manipolazioni di cui era intrisa l’Europa al tempo della stesura di questo libro.
Due spunti della letteratura triestina che, ciascuno a modo suo, testimoniano come Trieste sia da sempre una città in cui l’Oriente è troppo vicino per poter rimanere solo una fantasia, e quanto possa essere lontano per un triestino il vicino di casa, quell’Altro con la A maiuscola. La letteratura e la cultura hanno sempre svolto qui un ruolo importante nella comprensione della complessità, nell’allentamento degli stereotipi e nell’apertura al potenziale dell’incontro tra culture. Trieste si è avvicinata all’Oriente con la partecipazione attiva, con il barone Revoltella, al progetto del Canale di Suez. Nello stesso periodo, Richard Burton traduceva a Trieste Le mille e una notte e il Kama Sutra, spiegando l’Oriente all’Occidente attraverso queste grandi storie. Il mercato di Ponterosso è diventato, nella storia più recente, un mito e una mecca dei Balcani. Trieste è da sempre un punto di contatto e, grazie alla sua posizione geostrategica, sarà sempre punto d’incontro tra territori, popoli e culture; la città ha vissuto il suo periodo di massimo splendore proprio nei periodi in cui ha rafforzato questo contatto e sviluppato le infrastrutture di collegamento.
Il contatto rende possibile il flusso, l’intreccio, lo scambio, la fertilizzazione culturale. Ma il contatto si trasforma in problema quando prevalgono ristretti interessi politici e nazionali, che si rafforzano sulle barricate, gonfiandosi con la demonizzazione dell’Altro, soprattutto se questi problemi locali si inseriscono in una tendenza globale di rafforzamento ed escalation.
Mongoli, russi, iraniani sono quindi da sempre qui, dietro l’angolo della città, dietro il cespuglio carsico, nell’immaginario triestino. Al triestino, però, oggi non occorre andare oltre il confine carsico per cercare l’Altro nel vicino.
Nell’ultimo decennio, i problemi globali hanno letteralmente portato l’Oriente in Occidente: sia il confine carsico che il centro della città sono pieni di sventurati in fuga dalla miseria e alla ricerca di una vita dignitosa. Considerando l’evoluzione degli eventi globali, il processo migratorio non rallenterà nel prossimo futuro, semmai il contrario.
E come reagisce la città? Si costruiranno barricate nel centro della città, leggiamo negli ultimi giorni. La recinzione intorno alla centrale Piazza della Libertà è tra gli investimenti prioritari dell’ultima revisione del bilancio comunale.
Il gesto di educazione civica empatica degli alunni delle scuole elementari di Vicenza, che alcune settimane fa hanno distribuito cibo e vestiti ai migranti in Piazza della Libertà, ha sconvolto le alte sfere romane, che hanno inviato un’ispezione contro i loro insegnanti consapevoli. La destra si sta sollevando, si sta espandendo e sta colpendo nel centro della città, e questo con il silenzio o il sostegno implicito di parte della politica comunale e regionale. I migranti vengono respinti, criminalizzati e strumentalizzati politicamente. La miccia sta già crepitando e minaccia di innescare un’esplosione, soprattutto alla luce delle imminenti elezioni locali e regionali.
Ma Trieste può essere diversa. Lo ha dimostrato in una prospettiva storica, quando, città di rilevanza internazionale, è fiorita in un clima di multiculturalismo che non era frutto solo di un terreno fertile naturale, ma anche di decisioni e sforzi strategici di natura imperiale.
E lo dimostra anche oggi con l’attività altruista e umana di individui e organizzazioni che si adoperano affinché ai migranti arrivino almeno alcuni beni di prima necessità e un po’ di umanità. Lo dimostrano anche gli attivisti e i gruppi che, con regolari manifestazioni di piazza e altre iniziative pubbliche, richiamano l’attenzione sul genocidio in Palestina e su altri crimini contro l’umanità. E lo dimostrano gli operatori culturali che, organizzando festival internazionali di letteratura, cinema, fotografia e altro, abbattono gli stereotipi e avvicinano mondi che dovrebbero essere lontani, diversi, estranei.
Questa potenzialità della cultura di gettare ponti, evitare contrasti e creare uno spazio per una vera conoscenza reciproca e uno scambio in questa città complessa, mi interessa da quando, alcuni anni fa, la vita mi ha portato a San Giacomo. Questo quartiere proletario di Trieste mi ha affascinato per l’atmosfera di comunità che pervade questa zona di Trieste, etnicamente molto variegata e un tempo prevalentemente slovena. Bambini serbi, albanesi, tunisini, italiani e sloveni corrono dietro allo stesso pallone, mentre i loro genitori condividono panchine e chiacchiere; i contadini del Carso il sabato offrono i prodotti della loro terra, mentre gli istriani riforniscono il mercato di pesce fresco.
L’intreccio è sì piuttosto sottile, ma abbastanza solido da neutralizzare potenziali conflitti su base nazionale e da creare un’atmosfera di convivenza che va oltre la semplice tolleranza. Un intreccio più intenso si verifica in occasione degli eventi culturali, che spesso si svolgono davanti alla chiesa nella piazza principale del quartiere e qui si conferma nuovamente il potere della cultura come elemento di coesione, soprattutto quando l’offerta è curata in modo da rivolgersi a gruppi diversi, sia attraverso tematiche unificanti che dal modo di comunicare o dall’intreccio di influenze culturali.
L’anno scorso ho avuto l’opportunità di partecipare al programma del festival TACT, che, organizzato dal teatro Hangar, anima le strade e le piazze dei quartieri cittadini con eventi culturali. Una parte del programma si è svolta in piazza Perugino, accanto al Kulturni dom, il teatro sloveno. Questa piazza è considerata una delle zone più problematiche della città, dove non di rado si verificano scontri di strada e altre forme di tensione e criminalità. Il festival TACT ha liberato la piazza per alcuni giorni, trasformandola in uno spazio di autentica conoscenza, mescolanza e arricchimento tra le culture. Il primo giorno si è esibito il gruppo Sinem di Monaco, che suona un mix contemporaneo di rock occidentale e canzoni e armonie turche. È stato meraviglioso vedere come le donne del posto, avvolte nei loro foulard tradizionali, si siano mescolate alle prime file del pubblico e abbiano cantato insieme alla cantante.
Un effetto simile ha avuto l’esibizione del gruppo croato Balkalar nello stesso luogo pochi giorni dopo: le interpretazioni moderne di melodie e canti provenienti da ogni angolo dei Balcani hanno fatto ballare insieme serbi, rumeni, turchi e altri triestini del posto. La piazza, di cui principalmente leggiamo nelle pagine di cronaca nera, ha brillato grazie a un programma culturale accuratamente selezionato, creando un’autentica interazione tra la popolazione locale e il pubblico culturale della città. Vorrei solo ricordare che alla fine di giugno il festival TACT riempirà nuovamente di eventi culturali entrambe le suddette piazze cittadine: Campo San Giacomo e Piazza Perugino.
Gli spazi culturali aperti, dove residenti e immigrati si incontrano attraverso la musica, il cinema, il teatro o la collaborazione quotidiana, svolgono un ruolo importante nel ridurre gli stereotipi e la polarizzazione sociale. L’arte può trasferire i temi della migrazione e dell’identità da uno spazio strettamente politico a uno più aperto, dove le persone riescono più facilmente ad abbandonare le posizioni difensive.
La creazione collettiva, la danza, la musica o la performance spesso superano le barriere linguistiche e culturali in modo più efficace rispetto ai modelli istituzionali di integrazione. Ma la condizione è la qualità: un programma culturale inclusivo non deve basarsi sul paternalismo, ma su una reale rilevanza artistica. Inoltre, dedicarsi a forme d’arte visive e performative, come la musica, la danza e la pittura, può facilitare lo scambio tra i nuovi immigrati e gli altri membri della comunità che parlano lingue diverse.
Trieste può oggi riprendere il suo ruolo storico di luogo di incontro tra Oriente e Occidente. Ma proprio la questione migratoria rivela quanto siano ancora presenti nella nostra società quei modelli che Edward Said ha descritto come orientalismo: la percezione delle persone provenienti dal Medio Oriente, dall’Africa o dall’Asia come “altri”, culturalmente incompatibili, pericolosi o meno civilizzati. La sfera culturale della città è una realtà, ma per ottenere effetti più concreti questi modelli dovranno essere superati a livello di politica decisionale, delle istituzioni più influenti e dei media.
I migranti a Trieste non sono solo una questione sociale o di sicurezza, ma soprattutto una prova di civiltà per l’identità europea. Una città che per secoli ha vissuto di commercio, multilinguismo e intreccio culturale, ha un’esperienza storica che potrebbe diventare un modello per l’integrazione contemporanea. Trieste è stata nel corso della storia un luogo di convivenza tra italiani, sloveni, tedeschi, ebrei, greci, armeni e altre comunità. La sua identità non è nata dalla purezza culturale, ma dal contatto, dallo scambio e dall’adattamento. Proprio per questo oggi dovrebbe offrire un’alternativa alla politica della paura e della ghettizzazione dei migranti.
La questione fondamentale per il futuro non è quindi solo come controllare le migrazioni, ma come creare meccanismi culturali di integrazione. Senza integrazione culturale, l’integrazione economica e sociale non possono affermarsi in modo duraturo.
Se un tempo l’Orient Express collegava un Oriente e un Occidente immaginari, oggi Trieste dovrebbe tornare a essere il luogo in cui i due mondi non si guardano più attraverso gli stereotipi, ma negli occhi. L’orientamento di Trieste verso il futuro non può essere guidato dalla paura dell’Altro, ma dalla creazione di uno spazio in cui la vicinanza non generi conflitto, bensì comprensione. Una città di contatto porterà sempre con sé anche la possibilità di uno scontro. Ma proprio per questo Trieste può essere uno di quei luoghi in Europa dove è ancora chiaro, che la convivenza è qualcosa che va costantemente costruita.
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