Diego Marani: “L’Orientalismo europeo” (2026)

foto Zaneto Paulin

FORUM TOMIZZA 2026

CONVEGNO ORIENT EXPRESS

COMUNITÀ DEGLI ITALIANI “FULVIO TOMIZZA” UMAGO

Diego Marani

L’Orientalismo europeo

Quando si parla di Orientalismo, ci vengono in mente paesi esotici, terre australi, mari tropicali, un’immagine confusa di Indie e Americhe, comunque lontana dall’Europa. Un mondo coloniale, più familiare a stati che più di noi hanno avuto colonie in quello che oggi viene chiamato sud globale. Ma c’è un altro oriente che noi stessi abbiamo inventato e che pure ignoriamo. L’oriente europeo, quell’Europa orientale che ancora oggi distinguiamo dall’Europa per così dire “propriamente detta” e che sembra condannata a questa etichetta in eterno.

Prima del Settecento, l’Europa non si pensava divisa tra Est e Ovest. Le sue linee di frattura erano altre, più antiche: il Nord e il Sud, il Mediterraneo e il Baltico, la latinità e il mondo germanico. È nel secolo dei Lumi, proprio quando l’Europa si vuole universale, razionale, quando inventa il concetto di progresso, che nasce una nuova frontiera. Non una frontiera geografica e neppure etnica o militare ma una frontiera mentale.

I filosofi, i viaggiatori, i diplomatici dell’Illuminismo — francesi, inglesi, tedeschi — cominciano a guardare verso oriente e a descrivere ciò che vedono. Ma non si limitano a descrivere: classificano e giudicano. E così lentamente prende forma un’Europa a due velocità. Da una parte, l’Occidente, che si pensa compiuto, maturo, civilizzato. Dall’altra, un Oriente europeo percepito come incompleto, in ritardo, quasi sospeso in una fase intermedia tra barbarie e progresso.

È la tesi che Larry Wolff sviluppa nel suo saggio “Inventing Eastern Europe”. Wolff mostra come filosofi, viaggiatori e diplomatici occidentali – francesi in particolare – abbiano iniziato a descrivere le regioni a est della Germania e dell’Austria come uno spazio “intermedio”, sospeso tra civiltà e barbarie. Non era ancora l’Oriente esotico e lontano delle Indie o delle Americhe ma neppure pienamente Europa: una sorta di zona grigia, utile per definire per contrasto l’identità dell’Occidente. In questo senso l’Europa orientale diventa uno specchio deformante in cui l’Occidente si guarda per riconoscersi come più razionale, più moderno, più “civile”.

Wolff insiste sul fatto che questa costruzione non è innocente. È legata a rapporti di potere, a progetti politici e culturali. Pensiamo alle spartizioni della Polonia o all’espansione degli imperi: l’idea di un’Europa orientale arretrata e bisognosa di guida rende più accettabile, sul piano simbolico, la sua subordinazione. In questo senso, l’invenzione culturale prepara e accompagna la dominazione politica.

Un altro aspetto importante è che questa immagine viene interiorizzata anche dagli stessi paesi “orientali”. Le élite locali, nel tentativo di modernizzarsi, finiscono spesso per accettare il giudizio occidentale e per misurarsi su quella scala di civiltà. L’Europa orientale diventa così non solo un’etichetta imposta dall’esterno, ma anche una categoria con cui quelle società iniziano a pensare se stesse.

In un suo altro saggio, “Venice and the Slavs”, sempre di Larry Wolff affronta i rapporti fra Venezia e la costa orientale dell’Adriatico.  Venezia nel Settecento, possiede da secoli dei dominii sulla costa dalmata ma è a questo punto che ne fa la ricognizione e in un certo senso la inventa per rendersela comprensibile nella sua visione del mondo. I viaggiatori veneziani e stranieri, gli amministratori, gli eruditi iniziano a raccontarla come terra altra con cui comparare la propria civiltà. La Dalmazia diventa così una sorta di oriente domestico, un luogo abbastanza vicino da essere governato come un cortile di casa, ma sufficientemente distante da essere osservato con curiosità e soprattutto con superiorità.

In queste descrizioni emergono figure destinate a lunga vita: il “Morlacco”, il pastore rude ma autentico, il montanaro primitivo e insieme libero. È un’invenzione letteraria e politica insieme, che anticipa ciò che, su scala più ampia, l’Europa farà con l’intero suo oriente. Non a caso, proprio in quegli stessi decenni, autori come Alberto Fortis trasformano la Dalmazia in un teatro di osservazione etnografica e Carlo Goldoni pubblica la sua “La Dalmatina”, una commedia che mette in scena una donna dalmata, rustica e ingenua ma al tempo stesso estranea alle convenzioni veneziane, all’ordine sociale della Serenissima, quindi cartina di tornasole per contrasto di quel che è veneziano e quel che non lo è.

Questo processo non riguarda solo l’Adriatico. Si ritrova, con variazioni, lungo tutto il confine mobile tra ciò che viene percepito come Europa “piena” e ciò che ne sarebbe la sua versione incompleta. Dalla Polonia alla Russia, dai Balcani all’Ucraina, l’Est europeo è stato per secoli il luogo di una tensione dove l’oriente, l’altro, il diverso non è lontano e a noi estraneo, non è fuori, è dentro. È un confine interno, instabile, continuamente ridefinito.

Nel corso dell’Ottocento, questa linea si irrigidisce con la nascita degli Stati nazionali e con l’affermarsi di una geografia politica più precisa. Nel Novecento, la divisione tra Est e Ovest viene apparentemente consolidata dalla cortina di ferro, trasformando una costruzione culturale in una realtà geopolitica. Ma anche allora, quella distinzione continua a portare con sé il peso delle antiche rappresentazioni: l’Est come ritardo, come difetto e mancanza, come transizione. Ancora oggi c’è un oriente europeo che tarda a europeizzarsi, che indugia in un inguaribile orientalismo. Intanto l’Europa brussellese è riuscita a categorizzare ulteriormente l’Europa orientale, inventando la nozione di “Balcani occidentali”, che così definiti, per questa loro benefica “occidentalizzazione”, sembrano diventare più facilmente assimilabili. Prova ne sia che il loro contrario non è neppure preso in considerazione, almeno politicamente. Non esistono infatti “Balcani orientali” nel lessico brussellese. Si passa subito a un’altra definizione ancora, sempre di invenzione brussellese: il “vicinato orientale”. Anche questo smentito dalla mancanza di un “vicinato occidentale.” Perché l’Europa che conta è occidente puro, non conosce margini.

Ma se è vero che il pregiudizio occidentale sull’Europa orientale è generalizzato e corre indistintamente dal Baltico all’Adriatico, sull’Adriatico sviluppa però una caratteristica propria, forse ancor più contorta. Nel secolo della costruzione nazionale, si sviluppa in Italia un pensiero che dura ancora oggi e che definisce le coste dalmate come italiane. Italiane a prescindere, ancor prima che l’Italia esistesse come stato nazionale. Un paradosso lampante. Sarebbe come se gli spagnoli definissero spagnola la costa occidentale della Sardegna perché fu colonizzata dagli aragonesi alla metà del 1300. Da questa percezione deriva tutta la prosopopea irredentista prima e revanscista poi che assegna alla costa dalmata un’identità italiana forzata. Questa distorsione deriva da un’altra distorsione ancora, che ci riporta al concetto di orientalismo di cui trattiamo oggi. La vulgata dell’Italia irredentista fa derivare l’italianità della Dalmazia dalla dominazione veneziana che però non è vista per quel che era, cioè una colonizzazione vera e propria, ma un fenomeno a metà fra insediamento di popolazione e spontanea conversione di indigeni che davanti alla superiore cultura veneta (sempre identificata con quella italiana) non avrebbero esitato a rinunciare alla loro lingua e cultura per accedere anche qui al progresso di una civiltà superiore.

In ultima analisi, il vizio iniziale del pensiero italiano nei confronti del suo oriente adriatico sta nel fatto che non si è mai voluta chiamare la presenza veneziana in Dalmazia con il suo nome, cioè colonialismo. Ne è ulteriore prova il compiacimento che hanno molti italiani quando, viaggiando in Dalmazia, trovano scolpito il leone di Venezia sulle facciate dei palazzi e in generale la familiare architettura veneziana che considerano ulteriore segno dell’italianità di queste terre. Altrove nel mondo questo tipo di architettura sarebbe chiamato coloniale, come il palazzo dell’Opera di Hanoi lasciato dai francesi o il Victoria Terminus lasciato dagli inglesi in quella che oggi si chiama Mumbai. Ma sull’Adriatico no, qui diventa familiare architettura veneziana, considerata universalmente italiana, come se Repubblica veneziana e Stato italiano coincidessero. Si noti, per l’aneddotica, che sull’altra riva dell’Adriatico, noi ferraresi ci facciamo un vanto di non avere mai avuto leoni della Serenissima sul nostro territorio e di essere sempre riusciti a sfuggire al dominio di Venezia, secolare nemica del ducato estense.

Così ancora oggi il perdurare di questa distorsione della realtà storica condiziona la percezione che gli italiani hanno della costa adriatica orientale e nutre pregiudizi e revanscismi duri a morire. Si parla molto in questi anni e talvolta a sproposito, di decolonizzazione. Un termine che siamo abituati ad associare ad altri continenti e ad altri imperi. Ma a guardare da vicino il Mediterraneo in miniatura che è l’Adriatico, anche qui si è consumata una forma di colonialismo. Forse è giunto il momento di riflettere seriamente su questo nostro oriente casalingo e decolonizzare soprattutto le nostre menti da una visione distorta dell’identità adriatica che è durata troppo a lungo.