FORUM TOMIZZA 2026
CONVEGNO ORIENT EXPRESS
CIRCOLO DELLA STAMPA, Trieste
Franco Juri
“L’Oriente dei nostri imbarazzi“
Sin da piccoli ci hanno insegnato che il Sole nasce a oriente e tramonta a occidente, creando in noi l’illusione di seguirne quotidianamente la traiettoria, senza pensare che in verità siamo noi, abitanti della Terra che ci muoviamo perennemente da ovest a est.
Poi ci hanno insegnato che da est i popoli solevano spostarsi a ovest e che da oriente, a cavallo, arrivavano in genere i barbari più terribili; gli unni, i mongoli, i tartari, gli avari…e con essi gli slavi ed in fine i musulmani, i turchi ed i bolscevichi sovietici, si, insomma, i comunisti.
L’ oriente era qualcosa di profondamente estraneo, lontano, diverso, nonostante i greci antichi avessero mediato a Roma tanta cultura e filosofia, grazie ai loro ricchi contatti e scambi reciproci di sapere e esperienze con le popolazioni semitiche, camitiche e parsi; fenici, egiziani, assiri, persiani…e anche Marco Polo già nel Medioevo, tra miti e leggende, avesse individuato i lati più nobili del lontano oriente, creando i presupposti per i contatti commerciali successivi e stimolando la curiosità dell’ Occidente, anche quella coloniale, per la grande Cina e l’ Estremo Oriente.
Con le Crociate l’ occidente cristiano aveva poi ripreso e diffuso i peggiori sterotipi sui pericoli che arrivavano dall’ est. Bisognerà poi attendere il grande libro di Amin Malouf »Le Crociate viste dagli arabi« per comprendere la complessità di un capitolo storico violento che tuttoggi condiziona i rapporti tra Europa, Asia e Africa. Tra cristianità, ebraismo e islam.
Il lungo conflitto con l’islam ottomano e la paura che potesse arrivare e dominare fino a Vienna e oltre, come quello tra mori e cristiani in Spagna, avevano poi ancorato definitivamente, partendo dalla vittoria di Lepanto, l’orgoglio bianco e cristiano del grande Occidente.
Tale percezione si mantenne in quasi tutte le scuole di pensiero europee e ci condiziona tuttora fino al punto di pensare che solo noi, occidentali e bianchi, siamo in grado, grazie al Rinascimento e all’illuminismo, di insegnare i canoni della cultura, i principi della convivenza democratica e dei diritti umani. Oggi profughi e migranti arrivano da noi da oriente e meridione, da paesi in cui l’occidente ha voluto insegnare e imporre, spesso anche con la forza, la sua democrazia e ancor più i propri interessi economici.
Ma andiamo con ordine.
Quando i re cattolici spagnoli (di Castiglia e Aragona) Isabel e Fernando nel 1492 »riconquistarono« anche il sud della Spagna, El Andaluz, dall’ottavo secolo parte integrante del mondo arabo, i cattolici si guardarono bene dal distruggere quello che i »moros« avevano costruito in sette secoli di dominio nella penisola iberica; palazzi bellissimi, moschee, fortezze, infrastrutture con strade e ponti, efficienti acquedotti, sistemi idrici ed un retaggio culturale immenso che attingeva anche dalla cultura ebraica sefardita ( si pensi al filosofo Moshe ben Maimon di Cordova ), da quella greco-romana e persino da quella dei musulmani immigrati a Granada e dintorni provenienti tra l’altro – come ricorda nei suoi scritti Antonio Gala – anche dal Balcani ottomani, come lavoratori, soldati o eunuchi.
Vicino a Granada e Almeria ci sono oggi due villaggi con toponimi che non suonano ne arabi, ne spagnoli, ma forse è solo un caso: Izbor e Pechina (si legge Pecina). In croato e serbo significano »scelta« e »grotta«.
Il potere cattolico, pur conscio della grandezza del lascito andaluz, comunque non poteva riconoscergli alcun merito che superasse quella del regno. Così le moschee spesso divennero chiese cristiane ed i palazzi e le fortezze vennero in parte ristrutturate integrando nei complessi architettonici mori edifici del tutto spagnoli. A forza di editti la Spagna cattolica attuò una radicale pulizia etnica e religiosa; espulse la popolazione araba musulmana e quella ebraico-sefardita. Solo chi si convertiva al cattolicesimo poteva rimanere in Spagna.
Molti ebrei vennero allora accolti e protetti nei paesi musulmani; quelli più vicini, come il Marocco, l’Algeria e la Tunisia, e quelli più lontani, in diverse parti dei Balcani nell’impero Ottomano; in Bosnia, Grecia, Bulgaria e naturalmente Turchia. Ma anche in Siria, Palestina ed Egitto. Le comunità sefardite o ladine, sono ancora oggi presenti anche se ormai minimamente a Sarajevo, Salonicco, Sofia e Istambul. E naturalmente in Israele.
L’ Oriente di casa
»Traccia sonora di una casa invisibile«; s’intitola così il progetto che il collettivo di ricerca artistica Nonument Group ha allestito nel padiglione sloveno della Biennale di Venezia 2026.
Si tratta di una installazione multimediale che prende spunto – evocando una memoria color seppia, ormai sbiadita nel tempo – da un particolare edificio in legno, costruito provvisoriamente nel 1917, ai piedi del monte Mangart nelle Alpi Giulie, a ridosso dell’odierno confine italo-sloveno.
L’edificio era una piccola moschea, sorta in quel lembo di terra alpina nel pieno della »Grande guerra« per le necessità spirituali e religiose dei soldati musulmani bosniaci nel multietnico esercito austro-ungarico.
Non lontano da lì, a Vršič, a cavallo tra il 1915 e il 1916, i prigionieri di guerra russi ( ma anche ucraini) , impegnati nei lavori per la strada sull’omonimo valico, avevano costruito, sempre in legno, una cappella ortodossa che più tardi – dopo che una valanga aveva sepellito e ucciso decine di quei prigionieri – assunse una valenza profondamente commemorativa, diventando, nel 2015, un monumento alle vittime della guerra e un simbolico richiamo alla fratellanza panslava.
Purtroppo dall’inizio della guerra in Ucraina, le tradizionali celebrazioni annuali presso la cappella russa di Vršič, che vedevano la puntuale partecipazione dei vertici di stato e religiosi sloveni e russi, si è ufficialmente interrotta.
Il piccolo edificio religioso è comunque ancora al suo posto, mentre la moschea sotto il Mangart è sparita dopo l’arrivo delle truppe italiane e l’annessione di quella parte di Slovenia al Regno d’Italia.
Di quell’immagine quasi surreale, l’esotico edificio con minareto tra i pascoli alpini, rimangono solo alcune vecchie foto, qualche cartolina e alcuni resti delle fondamenta in pietra nascosti tra l’erba, documentati ora dagli artisti che alla biennale evocano, anche con apporocci sonori, un ricordo recuperato dall’oblio ma sempre terribilmente attuale.
Il collettivo Nonument Group, non affronta il ricordo di quella moschea in termini patetici, ma denunciando le guerre e le strumentalizzazioni religiose e politiche che le accompagnano e le estremizzano.
Non era certo buonismo o spirito di tolleranza religiosa – affermano gli autori – ad ispirare i vertici militari che permisero, durante la guerra sotto il Mangart, ma anche altrove in Europa, la costruzione di edifici religiosi poco consoni alla maggioranza cristiana dei soldati in trincea. Ma le unità bosniache dell’esercito austro-ungarico, come quelle marocchine o tunisine, inquadrate nell’esercito francese, erano per i generali tatticamente molto importanti agli scopi bellici e quindi andavano confortate, prima della morte, anche spiritualmente.
In merito all’idea materializzatasi nell’ Arsenale veneziano, la curatrice del padiglione sloveno Nataša Petrešin-Bachelez, in un’intervista per il quotidiano Delo, ci ricorda che siamo nuovamente circondati da inumane distruzioni e da catstrofiche crisi climatiche e di civilà, per cui bisogna parlarne sempre, con insitenza e in ogni dove. Il collettivo Nonument Group, partendo da una specifica storia narrata a più voci e localmente inquadrata, ne trasmette il messaggio globale; le rovine quale metafora di una ricerca assidua della dignità umana tra le macerie della civiltà.
Gli artisti sloveni non tergiversano, e ancor prima di riempire il padiglione con le memorie della piccola moschea alpina, hanno puntano il dito sulle guerre, in particolare, su quella palesemente genocida a Gaza, e sull’indifferenza e complicità dell’ Occidente cosiddetto democratico.
L’Oriente lontano e vicino
Pochi giorni fa il presidente degli USA Donald Trump, a tutti ormai sospetto di scarso equilibrio mentale, ipernarcisismo e pericoloso velleitarismo, ha visitato per la seconda volta, e prima nel suo attuale mandato, la Cina. Era lo stesso presidente che poco tempo prima aveva dichiarato a questo paese la guerra dei dazi e che poi per colpire l’aprovvigionamento energetico della stessa aveva piratescamente colpito il Venezuela sequestrandone il presidente e poi, assieme a Israele, l’ Iran, provocando stragi e distruzioni e causando la chiusura dello stesso di Ormuz con danni globali soprattutto per l’ Occidente e i suoi alleati arabi.
L’ Iran non si è piegato, diventando per Trump un vero e proprio incubo. Umiliandolo, persino ridicolizzandolo più di quanto – ridicolo – lo sia già anche senza guerra.
Ricevuto attraverso un iter protocollare particolarmente significativo dal presidente cinese Xi Jimping, Trump è stato per l’ennesima volta la cartina al tornasole di una civilizzazione – quella americana – ormai alla frutta, decadente, lumpen, cialtrona e dell’abisso culturale esistente tra la presunta prima potenza mondiale – oggetto di culto nella narrazione occidentale e atlantista – e la Cina, dove il comunismo maoista si è guardato bene dal sottovalutare e abiurare – con la sola triste esperienza della Rivoluzione culturale, poi rientrata – il lascito di Confucio e degli altri grandi maestri. Persino delle diunastie che si sono succedute nel grande paese asiatico. La Cina, una civiltà antica, che ha saputo e sa sopportare bene i mutamenti della storia, adeguandovisi, cavalcandoli con saggia pazienza e un pragmatismo a lungo termine che stentiamo a comprendere.
E dopo che per molti decenni abbiamo immaginato una Cina in bicicletta e in uniforme verde e il libretto rosso in mano, poi un’altra Cina che sotto la falce e martello sviluppa un capitalismo estremo, portando i lavoratori a nuove forme di schiavitù e, con i suoi prezzi stracciati, minaccia i mercati e le industrie europee, mentre l’inquinamento provocato della sua rapida crescita industriale , grava più di ogni altro sui cambiamenti climatici, oggi ci risvegliamo in un mondo e con una Cina che non è più quella che immaginavamo.
L’ignoranza europea si sintetizza tra l’altro nelle uscite imbarazzanti dei suoi massimi rappresentanti. Come non citare e ricordare l’ ignorante Kaia Kallas, la »nostra« comune ministra degli esteri, quando, sorpresa durante una conferenza stampa, annuncia al mondo che la Cina, con tutta la sua epica resistenza al fascismo e imperialismo nipponico, in cui i comunisti di Mao ed i nazionalisti di Chiang Kai-shek combatterono fianco a fianco, non sarebbe parte degli stati che hanno vinto nella seconda guerra mondiale. A noi caddero le braccia, i Cinesi invece non ci badarono troppo, ribadendo così una loro superiorità anche intellettuale.
E l’ ignoranza americana si è invece nuovamente materializzata nella visita di Trump a Pechino. Come nota Igor Bratož sul Delo, il presidente americano ara visibilmente svogliato o disinteressato mentre l’anfitrione Xi Jimping lo guidava nella Città proibita e nel Palazzo imperiale. Trump sembra inoltre non aver inteso l’allusione di Xi, mentre citava »La trappola di Tudidide«, espressione ripresa dal politologo Graham Allison e ispirata all’antico militare greco. La guerra che una potenza provoca nel timore che un’altra, crescente, possa sostituirla nell’egemonia. Ma Trump probabilmente non sa chi era Tucidide, dov’è il Peloponeso, tantomeno conosce la storia di Sparta e Atene. Xi Jimping si.
Mentre gli USA di Trump negano i cambiamenti climatici, recuperano il fracking fino agli estremi, ed escono dai trattati internazionali volti a limitare l’emissione di Co2, la Cina diventa la potenza tecnologica all’avanguardia per l’industria sostenibile. In queste settimane gigantesche pale eoliche di 87 metri di lunghezza arrivano dalla Cina al portro di Capodistria per poi proseguire in Austria, dove le fonti energetiche rinnovabili diventano ormai predominanti.
Ma la Cina, un paese immenso e popolato, pur non potendo essere considerata democratica, nell’accezione da noi sigillata, sta rapidamente creando la sua classe media, diminuendo la proverbiale povertà e attuando persino forme ibride di capitalismo e socialismo che fanno dei lavoratori proprietari del proprio capitale. Quanti sanno che il gigante digitale globale che di più fa paura agli americani, la Huawei, non è un’azienda statale, e nemmeno in mano a pochi ricconi, bensì di proprietà dei suoi lavoratori. Un ESOP, un tipo di cooperativa, gestita e diretta in termini verticistici e tecnicamente gerarchizzati, ma i cui profitti vengono distribuiti tra che ci lavora.
Conclusione telegrafica
Non intendo creare alcun culto della Cina, anche perché, se me lo chiedete, non ci vivrei proprio. Mi rendo ben conto dei propri limiti più che delle ambizioni cinesi.
Ma mi sembra importante sfatare tanti preconcetti su cui il mondo e le narrazioni occidentali perpetrano all’infinito l’immagine autoreferenziale di un occidente che può e deve – solo lui – insegnare al mondo la retta via.
HR
IT
SL